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Nucleare, il passato non passa: scorie ferme, costi fuori controllo e nessuna soluzione

A Saluggia resta l’emergenza mentre slitta al 2040 il rientro dei rifiuti dalla Francia. Deambrogio attacca: “Sistema incapace e senza credibilità”

Nucleare, il passato non passa: scorie ferme, costi fuori controllo e nessuna soluzione

Nucleare, il passato non passa: scorie ferme, costi fuori controllo e nessuna soluzione

Mentre a livello nazionale torna a riaccendersi il dibattito su una possibile “nuova stagione dell’atomo”, in Piemonte il presente racconta tutt’altra storia: quella, ben più complessa e irrisolta, del decommissioning nucleare e dei suoi pesanti lasciti. Un contrasto netto, quasi stridente. La denuncia è di Alberto Deambrogio, segretario regionale del Partito della Rifondazione Comunista, che interviene a margine del Tavolo di Trasparenza sul Nucleare riunitosi il 21 aprile 2026.

Secondo Deambrogio, il confronto restituisce l’immagine di un sistema in evidente affanno, incapace di chiudere in modo efficace e sicuro la stagione nucleare italiana. “Oggi, ancora una volta, è emersa chiaramente tutta la difficoltà di archiviare in maniera razionale e sicura la vecchia stagione nucleare”, dichiara, puntando il dito non solo contro le criticità operative, ma anche contro una più ampia crisi di credibilità delle istituzioni chiamate a gestire il processo.

Al centro delle critiche torna Sogin, la società pubblica incaricata dello smantellamento degli impianti nucleari e della gestione dei rifiuti radioattivi. A pesare sono le osservazioni formulate dall’ARERA in una memoria dello scorso febbraio. L’Autorità evidenzia una serie di nodi strutturali: frequenti cambi ai vertici aziendali, un incremento significativo dei costi e, soprattutto, il persistente stallo nella realizzazione del Deposito Nazionale, infrastruttura chiave che continua a rimanere sulla carta. Un quadro che, secondo il segretario del PRC, trova ulteriore conferma nelle analisi di esperti indipendenti come Gian Piero Godio, dell’Osservatorio dei Cittadini sul Nucleare, e Michela Sericano del Forum Ambientalista, che denunciano “uno stato di incapacità nell’affrontare in maniera credibile e sicura la questione delle scorie accumulate”.

Il nodo più delicato resta Saluggia, dove si concentra una parte rilevante dei materiali radioattivi italiani, e in particolare il deposito Avogadro, da anni al centro di forti preoccupazioni per la sua collocazione in un’area ad alto rischio idrogeologico, a pochi metri dal fiume Dora Baltea. “L’Avogadro rimane un deposito situato in un luogo pericolosissimo, e questo va ricordato sempre”, ammonisce Alberto Deambrogio.

A complicare ulteriormente lo scenario è la notizia di un possibile accordo tra Sogin e la Francia che rinvierebbe al 2040 il rientro in Italia dei rifiuti attualmente trattati oltralpe. Un’ipotesi che, se confermata, rischia di generare un vero e proprio cortocircuito logistico: senza il rientro di quei materiali, infatti, non sarebbe possibile procedere allo svuotamento e alla messa in sicurezza definitiva dei siti italiani, a partire proprio da Saluggia. Il risultato sarebbe il prolungamento indefinito dello stoccaggio in strutture nate come temporanee, con tutte le criticità che ciò comporta.

Non meno dura la critica sul piano politico e tecnico, con un riferimento diretto alle dichiarazioni del ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin. In particolare, Deambrogio contesta alcune affermazioni relative all’utilizzo delle piscine del deposito per la gestione dei cask contenenti rifiuti solidi. “Chi ha mai visto immergere un cask con rifiuti solidi in una piscina? Perché un’uscita del genere? A quale scopo?”, domanda polemicamente, mettendo in discussione la fondatezza tecnica di tali posizioni.

Anche i rilievi della Corte dei Conti, datati 26 febbraio 2026, si scontrano con un contesto in continua evoluzione e ricco di incognite. L’acquisizione del deposito Avogadro da parte di Sogin viene presentata come una soluzione per evitare sanzioni europee e contenere i costi complessivi del decommissioning. Tuttavia, il possibile slittamento al 2040 del rientro delle scorie rischia di compromettere i benefici economici attesi. A ciò si aggiunge l’assenza, ad oggi, del decreto necessario a formalizzare l’operazione, lasciando l’intera procedura in una sorta di limbo normativo. Sullo sfondo, permane inoltre l’incertezza legata all’eventuale realizzazione di un Deposito Europeo per i rifiuti ad alta attività, progetto di cui si discute da anni senza sviluppi concreti.

In questo quadro, la posizione del Partito della Rifondazione Comunista si fa netta e senza ambiguità. “Le motivazioni, non solo tecniche ma anche politiche, per mettere in seria discussione la riattivazione di un programma nucleare ci sono tutte”, conclude Alberto Deambrogio. Secondo il segretario regionale, un ritorno all’energia atomica rischia di aggravare ulteriormente una situazione già critica, “incrementando i problemi enormi legati alla gestione delle scorie e perpetuandoli in modo colpevole”.

Resta così il paradosso di un territorio, quello piemontese, che continua a fare i conti con un’eredità ingombrante e mai davvero risolta, mentre a livello nazionale si guarda al nucleare come a una possibile risposta alle sfide energetiche del futuro. Una distanza, quella tra prospettive e realtà, che solleva interrogativi profondi sulla capacità del Paese di imparare davvero dalle lezioni del passato.

SALUGGIA anucleare

Saluggia e le incompiute...

A Saluggia il nucleare italiano non è storia: è una presenza ancora attiva, misurabile, quantificabile. Nel raggio di pochi chilometri, tra il fiume Dora Baltea e una delle falde acquifere più importanti del Nord Italia, si concentra circa il 70% della radioattività totale presente nel Paese. Un dato che da solo basterebbe a spiegare perché questo piccolo centro del vercellese sia considerato uno dei punti più sensibili dell’intero sistema nucleare nazionale.

Qui sorgono l’impianto Eurex, costruito negli anni Sessanta per il riprocessamento del combustibile nucleare, e il deposito Avogadro, nato nel 1960 come reattore di ricerca e progressivamente trasformato in struttura di stoccaggio per combustibile irraggiato. Dopo il referendum del 1987 e l’uscita dell’Italia dal nucleare, questi siti non vengono smantellati, ma entrano in una lunga fase di gestione transitoria che, a distanza di quasi quarant’anni, non è ancora conclusa.

Nel 1999 lo Stato affida a Sogin il compito di smantellare gli impianti nucleari e gestire i rifiuti radioattivi. Il piano iniziale prevede tempi relativamente brevi: la chiusura del ciclo entro una ventina d’anni. Ma già nei primi aggiornamenti il cronoprogramma slitta. Oggi la conclusione del decommissioning è stimata oltre il 2036, con un costo complessivo che ha superato i 7 miliardi di euro, finanziati attraverso la componente A2 della bolletta elettrica pagata da cittadini e imprese.

Il problema centrale resta immutato: l’Italia non dispone ancora di un Deposito Nazionale per i rifiuti radioattivi. La Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee (CNAPI), pubblicata solo nel 2021 dopo anni di ritardi, non ha ancora portato alla scelta definitiva del sito. Senza questo passaggio, tutto il sistema resta bloccato: i rifiuti rimangono sparsi nei siti esistenti e le operazioni di smantellamento procedono a rilento.

Nel frattempo, a Saluggia, si accumulano materiali ad alta e media attività. Parte del combustibile irraggiato viene inviato all’estero, in particolare in Francia, per il riprocessamento. Gli accordi internazionali prevedono il rientro dei rifiuti condizionati entro termini precisi, ma le scadenze vengono progressivamente rinviate. Ogni slittamento ha un effetto diretto sul territorio: finché i materiali non tornano e non esiste un deposito definitivo, i siti come Saluggia restano saturi e operativi.

Il deposito Avogadro rappresenta uno snodo cruciale di questa catena. Per anni gestito da una società privata legata all’orbita Fiat, il sito è oggetto di un processo di acquisizione da parte di Sogin, avviato nel 2025 e ancora in attesa di completamento normativo. L’obiettivo dichiarato è centralizzare la gestione e ridurre il rischio di sanzioni europee per il mancato rispetto delle direttive Euratom. Ma il passaggio non risolve le criticità strutturali.

Le autorità di controllo, in particolare l’Isin (Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare), segnalano da anni la necessità di accelerare gli interventi di messa in sicurezza. Tra le principali preoccupazioni c’è la posizione geografica del sito: l’area è classificata a rischio idrogeologico e si trova a ridosso della Dora Baltea, con precedenti storici di esondazioni. Negli anni Duemila vengono avviati lavori di consolidamento e innalzamento degli argini, ma il tema della vulnerabilità resta aperto.

Anche sul piano economico emergono criticità. Le relazioni di ARERA evidenziano un aumento dei costi operativi e una gestione segnata da discontinuità ai vertici di Sogin, con diversi cambi di amministratore delegato negli ultimi anni. La Corte dei Conti, in una relazione del 2026, richiama la necessità di maggiore efficienza e trasparenza, sottolineando come i ritardi nel programma possano tradursi in ulteriori oneri per la finanza pubblica.

A complicare il quadro si aggiunge l’incertezza sul futuro. Da un lato, il dibattito nazionale torna a evocare il nucleare come possibile soluzione per la transizione energetica. Dall’altro, territori come Saluggia continuano a convivere con le conseguenze di scelte fatte oltre mezzo secolo fa. Il ciclo del vecchio nucleare non è ancora chiuso, e già si discute di aprirne uno nuovo.

Il risultato è un sistema sospeso, in cui ogni decisione rimandata produce effetti concreti sul territorio. A Saluggia non si parla di scenari teorici, ma di strutture operative, materiali radioattivi e interventi da completare. Qui il nucleare non è una prospettiva, ma una gestione quotidiana. E ogni ritardo, ogni rinvio, ogni incertezza si traduce in un prolungamento di questa condizione.

È in questo spazio, tra promesse di futuro e problemi irrisolti, che si misura la reale capacità del Paese di affrontare la questione nucleare. Non nei piani, ma nei tempi. Non nelle dichiarazioni, ma nei cantieri.

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