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21 Aprile 2026 - 23:12
Francesco Sciarra, Uil
La CISL Area Metropolitana Torino-Canavese e la UIL del Canavese, dopo l’incontro di lunedì 13 aprile con la Direzione generale dell’ASL TO4, mettono nero su bianco una priorità che non può più essere rimandata: avviare immediatamente un confronto operativo con le direzioni dei distretti di Ivrea e Cuorgnè per definire, in modo chiaro e dettagliato, che cosa saranno davvero le future Case e gli Ospedali di Comunità una volta conclusi i cantieri finanziati dal PNRR.
L’orizzonte temporale, del resto, è ormai dietro l’angolo. Nelle ultime settimane l’ASL TO4 ha ribadito pubblicamente che i lavori stanno procedendo secondo cronoprogramma e che le Case di Comunità, tolta Chivasso, dovrebbero essere operative entro giugno 2026. Idem gli ospedali di comunità a Ivrea, Castellamonte e Crescentino. Una scadenza che, proprio perché così vicina, rende ancora più urgente passare dalla fase dei lavori a quella delle decisioni.
"Perché il punto, oggi, non è più soltanto edilizio. Non riguarda più i cantieri, ma ciò che verrà dopo. Il vero nodo è organizzativo, sanitario e sociale insieme...." commenta Francesco Sciarra di Uil. Per i sindacati non basta consegnare i locali: occorre chiarire fin da subito quali presidi garantiranno un’effettiva apertura sulle 24 ore, quali servizi sanitari e sociosanitari saranno realmente disponibili, come verrà strutturata la presa in carico dei pazienti in collaborazione con i consorzi socio-assistenziali e, soprattutto, con quali risorse umane e professionali si intenda far funzionare strutture che, sulla carta, dovrebbero rappresentare il perno della nuova sanità di prossimità.

Un tema tutt’altro che marginale, che si inserisce in un quadro nazionale preciso. Il decreto ministeriale 77 del 2022 ha infatti delineato il modello dell’assistenza territoriale, assegnando alle Case della Comunità un ruolo centrale: punti di accesso, di coordinamento e di integrazione tra servizi sanitari e sociali. Non semplici edifici, dunque, ma nodi strategici di un sistema che dovrebbe avvicinare la sanità ai cittadini.
Ed è proprio qui che la questione si fa politica, oltre che amministrativa.
Perché i documenti pubblici raccontano una storia apparentemente già compiuta. La determina dell’ASL TO4 n. 600 del 5 settembre 2023 richiama esplicitamente l’intero piano delle dieci Case di Comunità inizialmente previste: Ciriè, Lanzo Torinese, Leinì, Chivasso, San Mauro Torinese, Rivarolo Canavese, Castellamonte, Ivrea, Caluso e Settimo Torinese, a cui si è poi aggiunta Cavagnolo. Per ciascuna sede sono indicati anche i finanziamenti PNRR, con importi che vanno da circa 1,345 milioni fino a 2,690 milioni di euro, mentre per Ivrea la cifra prevista è di 1.700.830,92 euro.
Una fotografia completa: luoghi individuati, risorse stanziate, interventi programmati.
Ma è proprio questa chiarezza formale a rendere ancora più evidente ciò che manca sul piano sostanziale.
"La partita vera comincia adesso. Nel momento in cui i cantieri devono trasformarsi in servizi concreti. Il rischio, altrimenti, è che il dibattito pubblico resti confinato alla dimensione delle opere — dei muri, degli appalti, dei finanziamenti — senza affrontare il nodo decisivo: come rendere realmente funzionante la sanità territoriale..." stigmatizza Sciarra.
Un nodo che, nel Canavese, pesa ancora di più. Qui l’invecchiamento della popolazione è una realtà strutturale e, negli ultimi vent’anni, la rete sanitaria di prossimità si è progressivamente indebolita. In questo contesto, le Case e gli Ospedali di Comunità dovrebbero rappresentare una svolta. Ma perché ciò accada servono organizzazione, personale, integrazione tra servizi. Non basta ristrutturare edifici.
Anche per gli Ospedali di Comunità il quadro è chiaro. Il DM 77 li individua come struttura intermedia tra ricovero ospedaliero e assistenza domiciliare, fissando standard precisi: 20 posti letto ogni 100.000 abitanti, presenza infermieristica, operatori socio-sanitari, figure riabilitative e copertura medica. Parametri che, inevitabilmente, pongono una domanda concreta: con quali équipe, con quali turni, con quali risorse si intende garantire questo modello?
È su questo terreno che la richiesta della CISL Area Metropolitana Torino-Canavese e della UIL del Canavese assume un peso reale. Chiedere oggi un confronto con i distretti di Ivrea e Cuorgnè significa chiedere trasparenza nel passaggio più delicato dell’intera operazione: quello che collega la fine dei lavori all’avvio effettivo dei servizi.
Perché tra un edificio completato e una struttura funzionante c’è di mezzo tutto: organici, modelli organizzativi, percorsi di accesso, integrazione socio-sanitaria, protocolli di presa in carico, rapporto con il territorio. Ed è proprio in questo spazio che, troppo spesso, si gioca il successo — o il fallimento — delle riforme.
Le rassicurazioni dell’ASL TO4 sul rispetto dei tempi di cantiere non bastano più. Se davvero le strutture saranno operative entro giugno 2026, allora è necessario chiarire già oggi quali saranno le aperture effettive, quali i servizi garantiti, quali i presidi con copertura continuativa e quali gli organici previsti. Senza questo passaggio, il rischio è evidente: realizzare contenitori senza sciogliere il nodo del contenuto.
Per questo l’impegno annunciato da CISL e UIL va oltre la semplice vigilanza sindacale. Significa verificare non solo se il PNRR verrà attuato formalmente, ma se produrrà davvero un servizio pubblico capace di rispondere ai bisogni dei cittadini.
Alla fine, la questione è tutta qui: la riforma della sanità territoriale non si misura nei milioni spesi o nei cantieri conclusi. Si misura quando una persona, soprattutto fragile o anziana, trova vicino a casa una risposta concreta, continua, accessibile.
È questo il vero banco di prova. Ed è su questo che, nei prossimi mesi, si giocherà la credibilità dell’intero progetto.
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