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Oggi le comiche... Asl To4: obiettivi raggiunti. E il direttore porta a casa un premio di 20 mila euro...

Conferenza dei sindaci Asl TO4: voto di routine e premi alla dirigenza, sindaci esclusi dalle scelte sul nuovo ospedale e allarme per carenza di medici, liste d'attesa e neuropsichiatria infantile

Oggi le comiche... Asl To4: obiettivi raggiunti. E il direttore porta a casa un premio di 20 mila euro...

Endro Bevolo e Matte Chiantore

Ennesima conferenza dei sindaci dell'Asl To4 inutile. Si è riunita lunedì 20 aprile alle Officine H di Ivrea. All’ordine del giorno la presentazione del nuovo ospedale di Ivrea e soprattutto l’approvazione del “raggiungimento degli obiettivi 2025”.

Per la cronaca: l’approvazione di questi ultimi, se non arriva, significa una cosa molto semplice. Bocciatura della direzione generale che, tradotto, “va a casa”.
Non succede quasi mai. Anzi, non succede proprio. Nella storia dell’Asl To4 è successo una sola volta. Con Lorenzo Ardissone. Fine dei precedenti.

E non basta. Perché con l’approvazione scattano anche i premi: circa 22 mila euro al direttore generale e 18.000 euro al direttore sanitario e a quello amministrativo.
Tanti soldi in un colpo solo. Forse troppi. Di sicuro benedetti da un voto che arriva puntuale come le tasse.

E qui viene il bello, dato che i sindaci approvano, o meglio valutano, il raggiungimento di obiettivi che non hanno deciso loro e solitamente si tratta di obiettivi che difficilmente cambiano la vita della gente. Roba da “ricordati di spegnere la luce”.

Morale del teatrino? Tutti hanno detto "sì" come l'uomo del Monte, salvo i sindaci Endro Bevolo di Pavone, Luigi Cunti di Fiorano e Franco Cominetto di Burolo che si sono astenuti. Fine della trasmissione.

Su questo il presidente della Conferenza, il sindaco di Ivrea Matteo Chiantore, in verità qualcosa l’ha detta.
Oltre a dichiararsi “imbarazzato” — e già questo dice parecchio — ha buttato lì qualche idea per il futuro: discuterne prima, magari. Essere informati davvero sui lavori del PNRR, sulle Case e sugli ospedali di comunità. E già che ci siamo, capire anche cosa succede sulle prescrizioni dei medici di famiglia e su come queste incidano sulle liste d’attesa.

Tra i più polemici sugli “obiettivi” il sindaco di Pavone, Endro Bevolo.

«Segnalo l’impossibilità di lamentarsi — ha stigmatizzato — nessuna possibilità di dire la nostra… Che cosa serve venire qui? A me piacerebbe dire cosa devono fare e poi venire qui a dire: non l’hai raggiunto, non ti diamo l’aumento di stipendio…».

Bevolo ha poi messo sul tavolo tre problemi, quelli veri.

Primo problema: i medici di base continuano a non esserci.
«Io sono già tra i comuni più fortunati perché ho tre medici di famiglia… ma quando ho chiesto loro di andare ai Dossi, dove ci sono anziani che non riescono a muoversi, mi hanno detto no…».
Il direttore Luigi Vercellino? «Non dipende da noi».
E quindi, di fatto, non dipende da nessuno.

Secondo problema: le liste di attesa.
Che ormai non sono più un problema: sono una costante.

Terzo problema: l’infanzia.
Problemi psichici e psichiatrici, neuropsichiatria infantile da potenziare, ragazzi allo sbando.

Bevolo ha chiesto risorse, personale, attenzione.
Perché oggi i sindaci sono lasciati soli a gestire situazioni complicate.
«Quando ci troviamo ad affrontare un problema al massimo chiamiamo i carabinieri… venite a darci una mano. Niente di più. E poi ci si stupisce se si accoltellano».

Più o meno dello stesso parere la sindaca di Nomaglio, Ellade Peller.
Applaude alla presa di posizione del sindaco di Ivrea Matteo Chiantore sulla partecipazione alla definizione degli obiettivi e guarda agli anziani, ai bambini, ai ragazzi. Anche lei chiede di rinforzare la neuropsichiatria infantile e quella per adulti.

«Il disagio giovanile lo segnala la scuola. Dobbiamo tutti domandarci: loro sono il futuro. Anzi no, sono il presente. E il presente lo vivono con difficoltà. Famiglie e scuole arrancano e l’Asl deve fare la sua parte».

Sul tavolo anche la richiesta per una Casa di comunità spoke a Settimo Vittone, nell’ex sede della Comunità montana Dora Baltea.
Già oggi ci sono ambulatori. L’idea è farne una struttura utile ad alleggerire il pronto soccorso.

Il direttore Luigi Vercellino ha promesso che, finito il tempo del PNRR, si occuperà anche di questo.

Tra le notizie apprese in conferenza, quella che tutte le Case di comunità e gli ospedali di comunità stanno procedendo e verranno ultimate nei tempi previsti. Tutte tranne quella di Chivasso.

Parliamo di 11 Case di comunità (Ciriè, Cavagnolo, Lanzo Torinese, Leinì, Chivasso, San Mauro, Rivarolo Canavese, Castellamonte, Ivrea, Caluso e Settimo Torinese) e tre ospedali di comunità (Ivrea, Castellamonte e Crescentino).

Vedremo...

Luigi vercellino

Luigi Vercellino, direttore generale dell'Asl To4

Già! dimenticavamo. S'aggiunge il nuovo ospedale. Nessuna polemica, solo uno sfogo politico lucido e piuttosto amaro del sindaco di Pavone Canavese Endro Bevolo. Ha contestato il modo in cui si è arrivati alla scelta del nuovo ospedale: una decisione che, secondo lui, è stata guidata dall’alto, con un coinvolgimento dei territori solo apparente.

"I piccoli comuni, pur rappresentando una parte significativa del territorio e vivendo più direttamente i disagi sanitari, si sono trovati a subire scelte già indirizzate, senza un reale spazio di intervento. Emblematico, in questo senso, il fatto di aver scoperto i dettagli del progetto dai giornali prima ancora che nelle sedi istituzionali...".

Nel merito, la critica si è concentrata sulla localizzazione individuata, l’area ex Montefibre a Ivrea, considerata una scelta sbagliata dal punto di vista strategico. Secondo Bevolo, esistevano alternative migliori, più accessibili, meno vincolate dal contesto urbano e più adatte a garantire sicurezza, espansione futura e sostenibilità economica. L’idea di fondo è che un ospedale moderno debba essere facilmente raggiungibile, non congestionato dal traffico, sicuro in caso di emergenze ed epidemie, e progettato per durare nel tempo. Condizioni che, a suo giudizio, il progetto attuale non garantirebbe pienamente.

C’è poi una preoccupazione concreta: un ospedale collocato in una posizione poco funzionale rischia di allontanare una parte dell’utenza, spingendo soprattutto i cittadini del Canavese occidentale a rivolgersi direttamente alle strutture torinesi, con il risultato di indebolire il nuovo presidio prima ancora della sua apertura.

Il messaggio finale, però, non è di chiusura. Il sindaco riconosce che il Canavese ha bisogno di un nuovo ospedale, e auspica persino di essere smentito dai fatti. Ma resta la convinzione che la strada scelta sia sbagliata e che si sia persa un’occasione per costruire davvero un progetto condiviso, capace di rispondere alle esigenze reali del territorio.

DICHIARAZIONE MESSA AGLI ATTI

Vi ringrazio per darmi modo di portare un mio contributo di pensiero e di confessare l’imbarazzo in cui mi trovo nuovamente.

La prima volta è capitato, quando ci siamo trovati a votare per la scelta del sito in cui costruire il nuovo ospedale. Io, come la maggior parte dei sindaci dell’assemblea, rappresentiamo piccole Comunità che, però, complessivamente costituiscono una parte rilevante del territorio interessato e che vivono il disagio sanitario in modo molto più pesante dei grandi centri che afferiscono all’ASLTO4. Eppure, abbiamo dovuto subire una valutazione, con un ruolo inappropriato, espressa da quelle realtà già servite da proprie e ampie strutture sanitarie, il cui peso di voto si fonda sul maggior numero di abitanti residenti, rispetto ai piccoli comuni.

E, poi, è successo nuovamente per la “indelicata” decisione presa, non sappiamo da chi, che ha costretto molti di noi a vedere in anteprima sui giornali, come tutti i cittadini che amministriamo e democraticamente rappresentiamo, come sarà il nostro nuovo Ospedale, perché non siamo stati invitati alla prima cerimonia di presentazione.

Ed è per questo che Vi chiedo: quale possa essere il significato della mia presenza, qui stasera.

Ed allora, visto che la presentazione l’avevamo già vista sui giornali, permettetemi almeno di chiarire la filosofia che aveva guidato il nostro agire e la preoccupazione che non posso ignorare quando dovrò giustificare ai miei cittadini le vostre scelte.

Il Canavese ha, ormai da molti anni, un grande bisogno del nuovo ospedale, per:
• rendere più funzionale la sanità locale, come presidio essenziale di fiducia e coesione territoriale;
• ridurre i pesanti costi di continua manutenzione ordinaria e straordinaria che si è costretti ad effettuare per assicurare la continuità operativa dei vari reparti nelle strutture attuali;
• renderlo più attrattivo per il personale sanitario;
• renderlo più accessibile per i pazienti, per i visitatori, per i mezzi di soccorso che non devono rimanere imbottigliati nel traffico o all’entrata del Pronto Soccorso con pazienti in pericolo di vita, come capita oggi;
• renderlo facilmente evacuabile in caso di emergenze ed urgenze;
• gestire, ridurre e contenere i contagi in caso di epidemie;
• rendere la struttura duratura nel tempo e espandibile a future esigenze.

Proprio pensando ai bisogni sopra espressi avevamo proposto di valutare altre aree, come contesti nel quale calare la realizzazione del nuovo ospedale. Infatti:
• gli spazi disponibili avrebbero consentito di realizzare una struttura nel rispetto delle indicazioni della OMS, cioè con edifici bassi, dotati di comparti frazionabili ad accessibilità totale;
• luogo già facilmente raggiungibile, senza richiedere costose ed incerte realizzazioni di nuove opere pubbliche, quali caselli o trafori o opere per sicurezza idrogeologica;
• il costo dei terreni su cui edificare l’ospedale sarebbe stato quasi certamente facilmente gestibile e non arbitrariamente nelle mani di un solo proprietario;
• non ci sarebbe stato il contesto urbano che condiziona e limita le evacuazioni in caso di emergenza, la gestione dei contagi in casi di epidemia, le espansioni strutturali future.

Non dobbiamo andare a cercare esempi molto distanti da noi: quando Biella ha voluto costruire il suo nuovo ospedale, inaugurandolo a fine 2014, lo ha fatto trasferendolo dal centro storico della città, nel confinante territorio di Ponderano.

E per di più, le indiscrezioni giornalistiche a cui abbiamo dovuto rifarci, trattano anche di una certa meticolosità programmatica nell’assegnazione dei fondi INAIL che dovrebbero finanziare il progetto e di ipotetiche graduatorie per determinare l’ordine dei presidi da realizzare. Ed è proprio per questo che, la proposta di un progetto “semplicemente” realizzabile, edificabile, dunque, senza dover finanziare altre opere urbanistiche pubbliche, e, per giunta, non eccessivamente oneroso avrebbe dovuto essere l’obiettivo comune e condiviso da tutte le Comunità che il nuovo ospedale deve servire.

Abbiamo purtroppo dedicato troppo tempo ad una finta procedura che avrebbe dovuto avere come fine ultimo, il coinvolgimento del territorio.

E infatti il coinvolgimento del territorio interessato non c’è stato. Questa, infatti, rispecchia soltanto i dettami imposti già nelle prime assemblee: fin da subito si è cercato di spingere la decisione verso l’area “ex Montefibre”, nonostante ce ne fossero di migliori per accessibilità, longevità, potere edificatorio, sicurezza per emergenze sanitarie ed evacuazioni. Alcuni hanno addirittura parlato dell’Ospedale di Ivrea come l’unico baluardo per la risurrezione di Ivrea stessa. Bene, queste persone hanno sbagliato. Il futuro di una città non può basarsi su un presidio ospedaliero. Sono altre le caratteristiche che fanno di una città, una grande città. E Ivrea ha moltissime ulteriori risorse da sfruttare!

Per questi motivi la scelta dell’area “ex Montefibre” rappresenta un grave errore strategico che non potrà garantire al territorio una struttura efficiente ed accessibile. Potrebbe portare i residenti del Canavese occidentale a trovare vantaggioso rivolgersi ai presidi ospedalieri di Torino, riducendo di fatto il bacino d’utenza del nuovo ospedale.

Non esiste casello o traforo che possa decongestionare un’area già sede di scuole, di un centro commerciale e di una cittadella giudiziaria e, per di più, interdetta al sorvolo in molte aree limitrofe all’ospedale.

Però, come ho detto all’inizio, Il Canavese ha un grande bisogno di un nuovo ospedale. Pertanto, vorrei fin d’ora che tutto quanto sin qui evidenziato, venga smentito in futuro dagli eventi e che chi ha perorato la causa dell’ospedale, identificandone il miglior sito nell’area “ex Montefibre”, possa in futuro, potersi gloriare della scelta fatta e con lui, anche tutta la popolazione eporediese e canavesana.

Chiedo che queste osservazioni siano integralmente allegate al verbale dell’incontro. 

***

Manuale pratico per partecipare senza contare niente

Esiste un modo molto raffinato di svuotare la politica senza che nessuno se ne accorga troppo. Si chiama partecipazione. Quella finta, ovviamente. Funziona così: ti convocano, ti fanno sedere, ti fanno parlare — se proprio insisti — e poi, quando arriva il momento che conta davvero, scopri che il film è già finito. Tu sei lì solo per i titoli di coda.

È un sistema perfetto. Democratico sulla carta, notarile nella sostanza.

Il passaggio più interessante è sempre lo stesso: ti chiedono di esprimerti su qualcosa che non hai deciso. Una specie di quiz a risposta obbligata. Non tanto per sapere cosa ne pensi, ma per avere la firma in fondo al foglio. Che è quella che serve.

E infatti la vera domanda non è “cosa volete fare”, ma “volete confermare quello che abbiamo già deciso?”.
Domanda retorica, risposta scontata, risultato garantito.

Il bello è che tutto questo avviene senza neanche più nasconderlo troppo. È diventato un rito. Una liturgia amministrativa. Ci si vede, si annuisce, si approva. Fine.

Poi qualcuno ogni tanto si alza e dice: scusate, ma a cosa serviamo? Domanda pericolosa. Perché se la risposta arriva, rovina il gioco. Meglio allora spostarsi su altro. Parlare di futuro, di condivisione, di maggiore coinvolgimento la prossima volta. La prossima volta è fondamentale: è il luogo dove si parcheggiano tutte le intenzioni che non si vogliono realizzare oggi.

Nel frattempo, la macchina continua. Gli obiettivi si raggiungono sempre — guarda caso — e quando non si raggiungono, succede così raramente che sembra quasi una leggenda metropolitana. Tipo quelle storie che “una volta qualcuno è stato mandato a casa”. Sì, una volta.

Il resto è un sistema che si autoassolve con una precisione quasi commovente.

Fuori da lì, però, c’è un altro mondo. Quello dove la gente non trova il medico, aspetta mesi per una visita, e quando le cose vanno male chiama chi può. Un mondo un po’ meno ordinato, ma decisamente più reale.

E qui sta il punto. Non è che manchino i problemi. Manca il collegamento tra chi li vive e chi decide. O meglio: il collegamento c’è. Ma è decorativo.

Alla fine resta l'amaro in bocca per questi sindaci di nuova generazioni convinti di non avere un ruolo politico che invece c'è ed è indicato chiaramente nello statuto dell'organizzazione politica dell'Asl to4, approvato dalla Regione.

Però tranquilli. La prossima volta se ne discuterà prima.

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