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21 Aprile 2026 - 15:16
L'assessore regionale Maurizio Marrone
Ci risiamo. E quando si dice “ci risiamo” non è un modo di dire giornalistico per fare scena: è proprio un replay, identico, preciso, quasi chirurgico. Secondo anno consecutivo, stesso copione, stesso finale. Cambia solo un dettaglio: va peggio.
Il Buono Vesta doveva essere il simbolo di una Regione attenta alle famiglie, capace di mettere sul tavolo risorse – 20 milioni di euro – per sostenere chi ha figli piccoli, tra asili, baby sitter e servizi educativi. Sulla carta, una misura anche sensata: contributi fino a 1.200 euro, modulati sull’Isee, compatibili con altri aiuti. Un piccolo ossigeno in un periodo in cui crescere un figlio costa come mantenere un'auto diesel. Poi però si passa dalla teoria alla pratica. E lì inizia lo spettacolo.
E' arrivato il giorno per collegarsi ad internet. C'è il click day. Martedì 21 aprile, mezzogiorno. O meglio: teoricamente mezzogiorno. Perché in realtà il Buono Vesta parte qualche minuto prima, quando il sito decide di salutare tutti e andare in crash preventivo. Una forma di autodifesa, probabilmente. Risultato: famiglie collegate già dalle 11.50, dita pronte sul mouse, documenti alla mano, e poi… niente. Schermata bianca, accesso negato, pagina che non carica.

Sarah Disabato dei cinquestelle
Il click day che si trasforma in una specie di lotteria senza estrazione, un gratta e vinci senza gratta.
E mentre qualcuno prova a entrare aggiornando la pagina per la duecentesima volta, qualcun altro resta intrappolato nella famigerata “waiting room”, una sala d’attesa digitale senza numero, senza coda, senza logica. Un purgatorio tecnologico dove non sai se entrerai tra un minuto, un’ora o mai.
A raccontare meglio di qualsiasi comunicato ufficiale cosa significa tutto questo è chi ci ha provato davvero. Decine le email sulla nostra casella di posta .
“Segnalo - ci dice tra i tanti altri Valerio Ferrara - l’impossibilità ad accedere al portale per la compilazione della domanda, probabilmente per l’elevato numero di partecipanti. Questa organizzazione rende di fatto impossibile partecipare e preclude l’accesso al buono a chi ne ha davvero bisogno”.
E mentre le famiglie combattono con il refresh, dalla politica arriva il solito spettacolo. I commenti sulla pagina Facebook regionale vengono disattivati – soluzione creativa per evitare critiche – e spunta l’ipotesi dell’“attacco hacker”. Un classico senza tempo: quando il sistema non regge, la colpa è sempre di qualcun altro. Magari invisibile.
Dal Movimento 5 Stelle partono le prime bordate senza troppi giri di parole.
“Il secondo atto della lotteria farsa del Buono Vesta si è rivelato addirittura peggiore del primo. Tra sito inaccessibile, commenti disattivati, presunti attacchi hacker e richiami nostalgici c’è da mettersi le mani nei capelli”, attaccano Sarah Disabato, Alberto Unia e Pasquale Coluccio. E rincarano: “Migliaia di famiglie costrette a guerreggiare tra loro per un contributo. Vince chi clicca per primo”.
E infatti il nodo è tutto lì. Il Buono Vesta, sulla carta, è anche condivisibile: contributi da 800 a 1.200 euro per sostenere baby sitter, asili, attività educative. Peccato che l’accesso sia affidato alla velocità della connessione e alla fortuna. Non al reddito. Non al bisogno.
Nel mirino finisce direttamente l’assessore regionale Maurizio Marrone, regista dell’operazione. Perché dopo il flop dello scorso anno, ci si sarebbe aspettati una correzione di rotta. Invece no: stesso meccanismo, stessi problemi, risultati peggiori. Prima lo spostamento del click day alle 12 – orario perfetto per escludere chi lavora – poi il crash anticipato, addirittura prima dell’apertura ufficiale. Infine la “waiting room” senza coda, una sorta di limbo digitale dove si resta sospesi senza sapere se e quando si entrerà.
“Se proprio la Giunta e l’assessore Marrone non sono capaci di immaginare altro aiuto alle famiglie, almeno risolvessero i problemi della prima edizione”, attaccano Alice Ravinale, Valentina Cera e Giulia Marro.
E aggiungono: “Gli aiuti alle famiglie non possono essere un terno al lotto. Attendiamo le scuse dell’assessore per questo fallimento gigantesco”.
La verità è che quiqui non si tratta più di incapacità di immaginare: qui il problema è "perseverare". E quando perseveri in un errore così evidente, smette di essere un errore e diventa una linea politica.
Perché il click day non è neutro. Non è solo un modo pratico per gestire tante richieste. È un criterio. E come tutti i criteri, include qualcuno ed esclude qualcun altro. Esclude chi ha meno dimestichezza digitale. Esclude chi non può permettersi di stare davanti a uno schermo a mezzogiorno. Esclude, paradossalmente, proprio quelle famiglie più fragili che il bonus dovrebbe aiutare.
Nel frattempo, sulla carta, tutto funziona benissimo. Il Buono Vesta “favorisce l’accesso ai servizi educativi”, “promuove inclusione e non discriminazione”, “rimuove ostacoli economici e organizzativi”. Parole perfette, da manuale. Peccato che poi l’ostacolo principale diventi… il sito stesso. Un ostacolo digitale, imprevedibile, insormontabile.
E allora viene da chiedersi: ma davvero non c’era un’alternativa? Davvero l’unico modo per distribuire 20 milioni di euro era trasformare tutto in una gara di velocità? Non si poteva fare una graduatoria basata sull’Isee? Non si poteva aprire una finestra temporale più ampia? Non si poteva, banalmente, costruire un sistema che reggesse il traffico?
Domande retoriche, certo. Ma fino a un certo punto.
Perché alla fine, mentre la politica litiga e si rimpalla le responsabilità, restano le famiglie. Quelle vere. Quelle che non fanno comunicati, che non rilasciano interviste, che non parlano di “modello di welfare”. Quelle che cercano semplicemente un aiuto per pagare una baby sitter o un asilo. E che si ritrovano davanti a una schermata che non si carica.
E allora sì, forse il termine più azzeccato resta quello usato dall’opposizione: lotteria. Solo che qui non c’è nemmeno l’illusione del gioco. Non c’è divertimento, non c’è leggerezza. C’è solo frustrazione. E la sensazione, sempre più diffusa, che più che un diritto sia una questione di fortuna.
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