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L’avvocato ucciso dalle BR: chi era Fulvio Croce. E perché il Canavese continua a ricordarlo

Due giornate tra Torino e Castelnuovo Nigra per ricostruire la figura dell’avvocato assassinato nel 1977

L’avvocato ucciso dalle BR: chi era Fulvio Croce. E perché il Canavese continua a ricordarlo

L’avvocato ucciso dalle BR: chi era Fulvio Croce. E perché il Canavese continua a ricordarlo

Il ricordo di Fulvio Croce non è una liturgia. È una linea di confine. E le giornate del 17 e 18 aprile tra Torino e Castelnuovo Nigra hanno rimesso quella linea esattamente dove sta: tra uno Stato che regge e uno Stato che arretra.

A quarantanove anni dall’omicidio del presidente dell’Ordine degli avvocati di Torino, assassinato dalle Brigate Rosse il 28 aprile 1977, la scelta non è stata quella di una commemorazione formale. È stata, piuttosto, una ricostruzione concreta. Dei luoghi, dei fatti, delle responsabilità.

Per capire perché questa storia continua a pesare, bisogna tornare lì. A quel processo. Il primo grande processo alle Brigate Rosse. Quarantasei imputati, tra cui Renato Curcio, una tensione altissima dentro e fuori dall’aula. Non era solo un procedimento giudiziario. Era uno scontro frontale tra lo Stato e chi lo voleva abbattere.

Gli imputati rifiutavano sistematicamente i difensori. Trasformavano le udienze in un campo di battaglia: insulti, minacce, oggetti lanciati verso giudici e avvocati. E una linea chiara: delegittimare il processo. «Non potete parlare a nome nostro», ripetevano. E a chi accettava l’incarico promettevano ritorsioni.

Qui sta il punto. Senza difesa, senza contraddittorio, quel processo non poteva esistere. E senza processo, lo Stato di diritto saltava. Non per mano delle armi, ma per cedimento interno.

Fulvio Croce scelse di stare lì. Non per eroismo astratto, ma per coerenza professionale e civile. Aveva 69 anni. Una carriera lunga, una reputazione solida, nessun bisogno di esporsi. Eppure accettò il ruolo più esposto: garantire che quel processo si facesse.

Non era una scelta neutra. Era una presa di posizione. Perché significava difendere un principio anche quando quel principio proteggeva chi lo negava.

Le minacce arrivarono, ripetute e sempre più esplicite. Non furono sottovalutate. Ma non bastarono a fermarlo.

Il 28 aprile 1977, sotto la pioggia, lo aspettarono in via Perrone. Un commando di quattro persone. Gli spararono addosso scaricando un’intera pistola Nagant. Colpi al petto e alla testa. Un’esecuzione.

Lo Stato gli riconobbe la Medaglia d’oro al valor civile. Ma fermarsi a questo significa perdere il senso della vicenda. Perché la questione non è l’onorificenza. È il vuoto che quell’omicidio voleva creare: togliere di mezzo chi garantiva il funzionamento del processo.

E qui si misura la tenuta dello Stato. Perché dopo Croce, altri avvocati accettarono quell’incarico. Il processo andò avanti. Il sistema non si fermò.

Le giornate organizzate dall’Ordine degli Avvocati di Torino, guidato dalla presidente Simona Grabbi, hanno ripreso proprio questo filo. Venerdì 17 aprile, un gruppo numeroso di avvocati ha attraversato i luoghi simbolo della vicenda: la Curia Maxima, sede della Corte d’Appello, l’aula del processo, la biblioteca, la sala intitolata a Croce.

Poi via Perrone 5. Il cortile dove fu ucciso. Gli ambienti del suo studio. Spazi concreti, non simbolici. Dove quella storia è accaduta davvero.

Il percorso si è chiuso alla Fondazione per l’Avvocatura Fulvio Croce, a Palazzo Capris. Qui la memoria ha preso una forma diversa. Il reading di Elena Zegna, accompagnata al pianoforte da Eliana Grasso, ha restituito tensione e umanità a quei giorni. Non una rievocazione fredda, ma un tentativo di riportare dentro il presente una vicenda che rischia di diventare solo archivio.

Subito dopo, le testimonianze. Quelle che pesano davvero. Fulvio Gianaria e Alberto Mittone, che fecero parte del collegio difensivo dopo l’uccisione di Croce, hanno raccontato cosa significava accettare quell’incarico. Non a posteriori. Ma nel pieno di quel clima.

«La sua è una storia che rende orgogliosi gli avvocati torinesi e tutti gli avvocati», ha detto Simona Grabbi. Una frase che, isolata, rischia di suonare rituale. Ma che dentro questo contesto cambia senso. L’orgoglio non è celebrazione. È consapevolezza di un ruolo che, in certe condizioni, diventa esposto, scomodo, perfino pericoloso.

Il giorno dopo, sabato 18 aprile, il ritorno alle origini. A Castelnuovo Nigra, il paese dove Croce era nato, allora Sale Castelnuovo. Un piccolo centro del Canavese, dove aveva costruito anche una parte della sua vita pubblica, arrivando a essere sindaco per tre mandati.

Qui la memoria si è fatta più intima. La visita alla sua casa, il busto in bronzo in Comune, l’incontro con il sindaco Enrica Caretto, il passaggio a Palazzo Revelli, sede del municipio ai tempi della sua amministrazione. E infine il cimitero, con lo sguardo sulle montagne, Quinzeina e Verzel.

Non è un dettaglio secondario. Perché restituisce la figura intera. Non solo il presidente dell’Ordine ucciso dal terrorismo. Ma l’uomo radicato in una comunità, amministratore locale, professionista, cittadino.

È questo intreccio che rende la sua storia ancora attuale. Perché rompe una semplificazione comoda: quella che riduce le vittime degli anni di piombo a simboli astratti. Croce non è solo un simbolo. È una persona che ha fatto una scelta precisa in un contesto preciso.

E quella scelta riguarda ancora oggi il modo in cui si interpreta il ruolo della giustizia. Difendere il diritto quando è facile non è una prova. Difenderlo quando è sotto attacco lo è.

L’avvicinarsi del cinquantesimo anniversario, nel 2027, rischia di trasformare questa vicenda in una celebrazione più ampia, più istituzionale, forse più rassicurante. È il rischio di tutte le memorie che invecchiano: diventare patrimonio condiviso ma svuotato di conflitto.

Le giornate del 17 e 18 aprile vanno nella direzione opposta. Rimettono il conflitto al centro. Non quello armato, ma quello civile: tra la tenuta delle regole e la tentazione di piegarle quando diventano scomode.

Perché il punto, alla fine, è uno solo. Fulvio Croce non è stato ucciso perché rappresentava lo Stato. È stato ucciso perché ha scelto di farlo funzionare fino in fondo.

E uno Stato di diritto si misura esattamente lì: nella capacità di reggere quando farlo costa.

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