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21 Aprile 2026 - 12:10
Una cisterna per l'acqua in Cisgiordania. Quando una città non si gira dall'altra parte
A Ivrea l’acqua è una presenza muta. Scorre, si usa, si spreca perfino, senza che quasi nessuno ci pensi. A Beit Ummar no. A Beit Ummar (distretto di Hebron), città palestinese della Cisgiordania occupata, dove la pressione militare, le chiusure, le restrizioni agli spostamenti, gli attacchi dei coloni e il controllo delle risorse fanno parte della vita ordinaria, anche l’acqua non è solo acqua: è potere, dipendenza, ricatto, vulnerabilità. Una preoccupazione quotidiana, una risorsa intermittente, una misura della precarietà in cui si vive. Arriva quando arriva. A volte per poche ore, altre volte dopo giorni. E in mezzo c’è tutto il resto: le famiglie, il lavoro, i campi, la fatica di organizzare la vita attorno a qualcosa che dovrebbe essere elementare e invece elementare non è.
È da qui che bisogna partire, altrimenti questa storia non si capisce.
E quella tra Ivrea e Beit Ummar non è una relazione nata ieri. È un legame che ha più di vent’anni, nato nel 2002 dentro il progetto Varco di Pace, quando la società civile eporediese, insieme a pezzi del mondo cattolico, del pacifismo e della cooperazione, scelse di guardare verso la Palestina non con il linguaggio astratto della compassione, ma con quello più scomodo della solidarietà politica. Era il tempo della Seconda Intifada, dei posti di blocco, delle incursioni, delle strade interrotte. Già allora il gemellaggio non voleva essere una medaglia da appuntarsi al petto, ma un modo per tenere aperto un canale umano e concreto con una comunità sotto pressione.
Poi, come accade spesso, quel filo si è allentato. Le amministrazioni cambiano, le priorità si spostano, le reti civiche si assottigliano, le persone che tengono in piedi i rapporti invecchiano, si trasferiscono, scompaiono. Ma un gemellaggio vero non muore del tutto. Resta sul fondo come una promessa lasciata in sospeso. Ed è quello che è successo a Ivrea in questi ultimi due anni. Mentre Gaza veniva devastata e la Cisgiordania continuava a essere schiacciata dall’occupazione, dalle incursioni militari e dalla violenza colonica, in città qualcuno ha ricominciato a porsi una domanda semplice e radicale: che senso ha dirsi amici di Beit Ummar, se poi questo legame resta fermo sulla carta?

Da quella domanda è ricominciato tutto.
Nel 2024 l’Amministrazione comunale di Ivrea ha deciso di riaprire il canale con la città gemellata. Prima con una mozione consiliare sul riconoscimento dello Stato di Palestina e sul cessate il fuoco, poi con la videoconferenza del luglio 2024 con i rappresentanti di Beit Ummar, infine con il tentativo di trasformare la vicinanza politica in un gesto utile, verificabile, concreto. Non un atto simbolico, non un convegno in più, ma un intervento capace di incidere nella vita quotidiana di chi sta dall’altra parte del legame.
Morale? L’amministrazione comunale con la vicesindaca Patrizia Dal Santo ha aperto interlocuzioni, ha coinvolto l’ONG Vento di Terra, ha lavorato per capire quale fosse il bisogno più urgente e più realistico da sostenere. Nello stesso tempo si è mosso un pezzo di città: associazioni, circoli, spazi culturali, realtà pacifiste, volontariato diffuso.
La campagna “Un ponte con Beit Ummar”, lanciata alla fine del 2024, non è stata solo una raccolta fondi: è stata una mobilitazione civile che ha rimesso insieme memoria, coscienza politica e iniziativa pubblica.
Non era scontato. In un tempo in cui tutto scorre veloce, in cui perfino le guerre diventano rumore di fondo, Ivrea si è fermata abbastanza a lungo da scegliere una direzione.
Dagli scambi tra l’amministrazione eporediese, Vento di Terra e la municipalità di Beit Ummar è emerso che il punto più urgente su cui intervenire era l’approvvigionamento idrico. All’inizio si parlava di un pozzo o di un’opera utile a garantire acqua per usi domestici e agricoli. Poi quel percorso si è tradotto nella realizzazione di una cisterna per l’accumulo dell’acqua: una soluzione concreta, pensata per garantire continuità nei periodi di interruzione dell’acquedotto. Un’opera resa possibile dalla raccolta fondi di Ivrea, dal lavoro dell’ONG sul campo e dall’integrazione delle risorse da parte dell’amministrazione di Beit Ummar.
Qui il racconto dovrebbe fermarsi un attimo. Perché il rischio, quando una storia finisce con un risultato, è trasformarla subito in una storia edificante. Ma questa non è una favola civile. Nessuno dovrebbe leggere la parola “cisterna” e sentirsi assolto. Quella cisterna conta proprio perché non risolve tutto. Conta perché ci obbliga a guardare la sproporzione tra il gesto e il contesto. Da una parte una comunità italiana che si mobilita per raccogliere fondi, organizza serate, mercatini, banchetti di libri, momenti di discussione. Dall’altra una città che deve difendere l’accesso all’acqua in un territorio occupato, dove perfino coltivare, spostarsi, lavorare o raggiungere la propria terra può diventare impossibile.
La verità è che la guerra non è soltanto quella, enorme e insostenibile, che ha devastato Gaza dopo il 7 ottobre 2023. La guerra, per i palestinesi della Cisgiordania, è anche una trama quotidiana di assedio, occupazione, violenza normalizzata, demolizioni, arresti, confische, colonizzazione. È il diritto internazionale che parla e le potenze che voltano la faccia. È la parola “illegalità” pronunciata dalle corti internazionali mentre sul terreno continua a comandare la forza. È l’abisso tra ciò che si sa e ciò che si fa. Il legame con Beit Ummar, allora, non è solo un atto di solidarietà: è anche un modo per dire che questo abisso esiste, e che non lo si intende coprire con la neutralità delle formule. La Corte internazionale di giustizia ha affermato nel 2024 che la presenza israeliana nei territori palestinesi occupati è contraria al diritto internazionale. Dirlo non è una concessione ideologica: è chiamare le cose con il loro nome.
E tuttavia questa storia non vive solo di condanna. Vive anche di ostinazione.
Di un’amministrazione che, dentro i limiti veri di un piccolo Comune italiano, sceglie di fare la sua parte. Di una vice sindaca che scommette sulla sensibilità degli eporediesi. Di associazioni che non si limitano a firmare appelli, ma costruiscono occasioni di raccolta e di approfondimento. Di cittadini che rispondono. Di chi, come Rosanna Barzan e altri militanti della solidarietà con la Palestina, non ha lasciato cadere il nome di Beit Ummar nel silenzio. Di chi ha continuato a ricordare che dietro quella città gemellata c’era un popolo vivo, colpito, impoverito, umiliato, eppure ancora capace di chiedere relazione.
Forse è questo che rende la storia più forte di quanto sembri.
Non il fatto che Ivrea abbia “aiutato” Beit Ummar, formula che suona sempre un po’ verticale e comoda. Ma il fatto che una città abbia accettato di lasciarsi interrogare da un legame antico e di rimetterlo in circolo nel presente. Che abbia scelto di non considerare irrilevante il destino di una comunità palestinese sotto occupazione. Che abbia trasformato un gemellaggio rimasto per anni in ombra in un gesto nuovo, piccolo rispetto alla vastità della tragedia, ma reale.
La cisterna oggi esiste. Questo è il fatto. Esiste perché a Ivrea qualcuno ha pensato che il gemellaggio dovesse tornare a significare qualcosa. Esiste perché la politica, quando vuole, può ancora uscire dalla liturgia e misurarsi con il mondo. Esiste perché la società civile, quando si muove davvero, non produce soltanto parole ma conseguenze. Esiste perché a Beit Ummar c’era un bisogno preciso, e quel bisogno è stato ascoltato.
Ma soprattutto esiste perché c’è ancora chi rifiuta di considerare normale che un popolo debba vivere così.
E allora il punto, forse, non è neppure la cisterna in sé. Il punto è ciò che la cisterna racconta. Racconta che l’acqua, in Palestina, non è un dato naturale ma una questione politica. Racconta che il gemellaggio tra Ivrea e Beit Ummar non è un soprammobile del passato, ma una possibilità di azione nel presente. Racconta che la solidarietà, quando non è ipocrita, non consola: mette in discussione. Non serve a sentirsi migliori, ma a sentire intollerabile ciò che per troppi è diventato abitudine.
Da Ivrea a Beit Ummar passa dunque qualcosa di più di una raccolta fondi andata a buon fine. Passa una domanda, rivolta anche a noi: che cosa siamo disposti a vedere davvero, quando pronunciamo la parola Palestina? Una guerra lontana? Un conflitto complicato? O la vita concreta di una comunità che, sotto occupazione, lotta anche per l’acqua?
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