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21 Aprile 2026 - 10:18
Scoprì un latitante e fu uccisa a 17 anni: a Graziella intitolata una villa confiscata in Canavese
La villa confiscata alla ’ndrangheta diventa un presidio pubblico. Succede a Caselle Torinese, in viale Alcide Bona 43, dove lunedì 20 aprile è stata inaugurata la Casa della Legalità, uno dei beni sottratti alla criminalità organizzata nel Torinese e restituiti alla collettività dopo un percorso lungo e tutt’altro che lineare.
Per capire il peso di quella porta che si apre bisogna tornare indietro. L’immobile era finito sotto sequestro nell’ambito delle inchieste sulla presenza della ’ndrangheta sul territorio, quelle che negli anni hanno raccontato come il radicamento mafioso non fosse un’eccezione ma un sistema. Poi la confisca definitiva. E infine l’attesa. Anni. Perché tra il sequestro e il riutilizzo pubblico c’è sempre un passaggio complicato: trasferimenti, verifiche, assegnazioni. Solo nel 2022 il Comune di Caselle ha iniziato a lavorare concretamente con Prefettura e Agenzia nazionale dei beni confiscati per ottenere la disponibilità dell’immobile. Da lì, il passaggio decisivo: trasformarlo in qualcosa che non fosse solo un simbolo.
Oggi quella villa ospita il gruppo comunale della Protezione civile. Non un contenitore vuoto, ma un luogo operativo, destinato a volontariato, sicurezza, presidio del territorio. Il contrario esatto della sua origine. «Senza magistratura e forze di polizia oggi non saremmo qui», ha detto il sindaco Giuseppe Marsaglia, ricordando il lavoro che ha reso possibile il passaggio. E ancora: «Dal 2022 hanno operato con noi per ottenere questo immobile».
Alla cerimonia c’erano istituzioni, amministratori, forze dell’ordine, associazioni e cittadini. Presente anche il vicepresidente della Regione Piemonte, Maurizio Marrone, che ha ribadito il senso politico dell’operazione: «Prendere il profitto illecito delle mafie e restituirlo alla comunità significa dimostrare che la legge è più forte dell’arroganza criminale».
La Casa della Legalità porta il nome di Graziella Campagna. Non una scelta casuale, e nemmeno solo istituzionale. A deciderlo sono stati gli alunni delle classi quinte della scuola primaria, coinvolti in un percorso sulla memoria delle vittime innocenti delle mafie. «Quando ho letto la sua storia mi sono emozionato», ha detto Marsaglia.
Graziella Campagna aveva 17 anni quando fu uccisa, il 12 dicembre 1985, a Saponara, nel Messinese. Lavorava in una lavanderia. Scoprì per caso l’identità di un latitante legato a Cosa Nostra. Non denunciò, non cercò visibilità. Ma sapeva. E questo bastò. Venne sequestrata, torturata e uccisa. Per anni la verità fu coperta da depistaggi e silenzi, finché non si arrivò alle condanne. La sua storia è rimasta come una linea netta: la mafia colpisce anche chi non la sfida, ma semplicemente incrocia i suoi interessi.
Durante la mattinata è intervenuto anche Pino Masciari, imprenditore calabrese e testimone di giustizia, a cui il Comune ha conferito la cittadinanza onoraria. Il suo racconto ha riportato tutto su un piano concreto: «Da trent’anni vivo da esiliato. Mi hanno fatto fuggire di notte con mia moglie e due figli piccoli». Poi l’appello: «A me hanno interrotto il sogno, ma facciamo sognare i ragazzi: un mondo migliore può esistere». «La legalità non appartiene a un partito politico, appartiene a tutti».
In collegamento dalla Sicilia anche Pasquale Campagna, fratello di Graziella, che ha ringraziato la comunità casellese. Un passaggio sobrio, ma carico di significato: il legame tra memoria e territorio che si costruisce anche così, a distanza.
Il punto, però, è un altro. Un bene confiscato non cambia davvero natura il giorno dell’inaugurazione. Lo fa se viene usato, abitato, attraversato. Se diventa parte della vita quotidiana di una comunità.
A Caselle, oggi, quella trasformazione è iniziata. Non basta il taglio del nastro. Serve continuità. Ma il segnale, questa volta, è concreto.








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