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20 Aprile 2026 - 17:16
Carlo Calenda
Se Carlo Calenda fosse il direttore di un’orchestra, in Piemonte i musicisti avrebbero smesso di guardare la bacchetta da un pezzo per mettersi a suonare ognuno il genere che più gli aggrada: chi il liscio, chi il punk, chi il Vincerò a squarciagola.
L'ultima nota stonata — che poi, a seconda dei punti di vista, è un capolavoro di avanguardia — arriva da Venaria. Qui, il partito di Azione ha deciso di ufficializzare il sostegno a Fabio Giulivi, sindaco uscente del centrodestra. Avete letto bene: quelli che a Roma si presentano come l’argine contro il "bipolarismo becero", nella terra dei Savoia si accasano comodamente sotto il mantello della coalizione guidata da Fratelli d’Italia.
Il paradosso è servito caldo, con lo stesso aroma di una fiorentina cotta a puntino — o forse dovremmo dire "alla bistecchiera", visto l'affaire che ha travolto la biellese Elena Chiorino.
Eppure, soltanto pochi giorni fa, il nostro Carlo nazionale lanciava fulmini e saette su tutti i gruppi WhatsApp d’Italia contro la nomina di Maurizio Marrone a vicepresidente della Regione. "Incompatibile con i nostri valori", ringhiava Calenda tra un caffè e un tweet. "Troppo a destra, filo-putiniano, ambiguo, intollerabile!".
Uno schiaffo morale a colpi di smartphone che avrebbe dovuto far tremare i palazzi torinesi. E invece? Mentre il Capo lanciava la scomunica da Roma, a Venaria i suoi stavano già apparecchiando la tavola proprio con gli alleati di Marrone. Una dissonanza cognitiva che farebbe impazzire un neurologo ma tant'è!
Nel tritacarne mediatico, per un attimo, c’è finito solo Sergio Bartoli, consigliere regionale di Azione. Lo abbiamo osservato con il distacco di chi guarda uno stoccafisso in vetrina: immobile, salato il giusto, in attesa di un ammollo che non arriva mai. "Se me lo chiedono, me ne vado all’opposizione", ci aveva detto con un filo di voce. Nessuno glielo ha chiesto. E lui, coerentemente con la sua poltrona, è rimasto lì, in maggioranza con quel Marrone tanto "odiato" da Calenda. Perché, diciamocelo: Marrone sarà anche ambiguo su Mosca, ma se ti garantisce la gestione del potere, diventa improvvisamente un compagno di viaggio tollerabile.
La vera deus ex machina? Lei! La deputata Daniela Ruffino. Se Calenda è il teorico del tweet, lei è la rockettara della scheda elettorale. Con la pazienza di una zia che deve giustificare il nipote un po' troppo vivace che ha appena rotto il vaso della nonna, ha minimizzato tutto il dramma Marrone: "Ma sì, è solo un post scritto da un ragazzo...".

Capito? Il leader nazionale scrive una dichiarazione di guerra diplomatica e la sua vice la declassa a "sfogo giovanile", facendo risalire il tutto ad un post effettivamente scritto da un militante. Un capolavoro di understatement che trasforma il ruggito di Calenda in un timido miagolio udibile solo nei corridoi di qualche redazione.
La verità è che in Piemonte Azione non è un partito, è un catering itinerante. Ognuno si serve al piatto che preferisce: Venaria: Si mangia con il centrodestra (Giulivi). Moncalieri: Si preferisce la cucina del centrosinistra, appoggiando Lorenzo Mauro (delfino del PD). Valenza: Si tenta la riedizione del Terzo Polo versione Highlander ("ne resterà soltanto uno", e probabilmente sarà un civico). Alessandria: Si governa felici e contenti con il PD e i Cinque Stelle.
È la politica 5.0 con Azione che sta bene su tutto, come il prezzemolo. Non importa se l'alleato del mattino è il nemico giurato della sera prima, l'importante è che ci sia un vicesindaco o una delega da portare a casa.
E Carlo? Dopo aver urlato al mondo che Marrone era il male assoluto, è entrato in "modalità aereo". Non parla, non scrive, non risponde nemmeno a Matteo Richetti, che probabilmente lo sta cercando con i segnali di fumo.
La morale della favola venariese è di una semplicità disarmante: in Piemonte il "Metodo Calenda" consiste nel dire una cosa a Roma e farne esattamente l'opposto sotto il Monviso. Mentre il leader nazionale si danna l'anima per distinguersi, i suoi colonnelli locali si mimetizzano perfettamente con il paesaggio, ignorando i diktat romani come se fossero pubblicità elettorale indesiderata nella cassetta delle lettere.
Alla fine della fiera, resta il ritornello dei saggi della segreteria regionale, intonato tra un brindisi e l'altro: "È la politica, trullallero... trullallà". E se Carlo s'arrabbia? Beh, basterà dirgli che è stata colpa del "ragazzo" dei social.
La verità è che in Piemonte, Calenda conta meno dello zero termico: si sa che c’è, ma non se lo fila nessuno.
A proposito. Alcuni giornalisti romani sostengono che Calenda sarà il prossimo candidato a sindaco del centrodestra a Roma... Sarà vero?
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