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21 Aprile 2026 - 09:13
Dal camper alla Moto2: Celestino Vietti, il talento di Ciriè, non smette di crescere
C’è un filo continuo che lega le minimoto a tre ruote guidate a tre anni ai podi del Motomondiale. È un filo fatto di famiglia, passione e ostinazione, quello che attraversa la storia di Celestino Vietti, pilota di Cirié, classe 2001, che oggi continua a costruire il suo percorso tra i protagonisti della Moto2.
A raccontarsi è lo stesso Vietti, ripercorrendo sui social una carriera che nasce quasi per destino. Il numero 13 che porta in pista non è una scelta casuale: è la sua data di nascita, 13 ottobre, un dettaglio che diventa simbolo di identità e appartenenza. Ma prima ancora dei numeri, c’è un ambiente. Una famiglia dove le moto non sono solo un hobby, ma un linguaggio quotidiano. Il padre, lo zio, le giornate passate nei paddock o nei parcheggi a girare senza sosta: è lì che prende forma una passione precoce, quasi inevitabile.
I primi ricordi sono semplici e intensi. Capodanni a Cartagena, con gli adulti in pista e lui, insieme al fratello, a macinare chilometri con le minimoto. Poi i primi successi, come il campionato europeo vinto viaggiando solo con il padre in camper, immagini che restituiscono un motociclismo fatto di sacrificio e complicità, lontano dai riflettori ma già proiettato verso qualcosa di più grande.
La prima vera svolta arriva nel 2015, quando Vietti entra nel radar della VR46 Academy, il progetto voluto da Valentino Rossi per coltivare i giovani talenti italiani. Non è un passaggio automatico, ma il risultato di un percorso costruito gara dopo gara. La vittoria nel campionato e la chiamata finale segnano un punto di non ritorno. Il viaggio verso Tavullia per firmare il contratto diventa uno di quei momenti che restano impressi: l’emozione, la scoperta della struttura, l’incontro con un mondo che fino a poco prima sembrava lontanissimo.
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Da lì in avanti, la crescita è costante. Moto3, campionato spagnolo, le prime wildcard nel 2018, fino al podio immediato in Australia che cambia la percezione di tutto. È in quel momento che Vietti capisce davvero di poterci stare, di poter trasformare una passione in professione.
Il debutto stabile nel mondiale arriva nel 2019 con il Team Sky, una realtà che lui stesso definisce come una prima famiglia sportiva. I primi podi, poi la prima vittoria nel 2020 in Austria, una pista che diventa simbolica nella sua carriera. Non è un percorso lineare, e lui stesso lo ammette: non sempre i risultati sono stati quelli sperati, ma la direzione resta chiara.
Negli ultimi anni, Vietti ha ritrovato una dimensione più familiare, tornando in un contesto italiano, circondato da un team giovane e vicino alla sua sensibilità. Un elemento che, nel motociclismo moderno, può fare la differenza tanto quanto la tecnica.
E poi c’è il tema della gara di casa, un passaggio che per ogni pilota ha un peso diverso. Per Vietti è un mix di pressione e motivazione, qualcosa che aumenta le aspettative ma amplifica anche le emozioni. Vincere davanti al proprio pubblico non è solo un risultato sportivo: è una restituzione, un momento che chiude il cerchio tra le origini e il presente.
Oggi, mentre continua a lavorare con la VR46 Academy e a perfezionarsi tra pista e allenamenti, Vietti resta uno di quei piloti in costruzione permanente. Non un talento esploso all’improvviso, ma un percorso che si è consolidato nel tempo, fatto di passaggi, errori, conferme.
E forse è proprio questa la sua cifra più autentica: la continuità. Quella di chi ha iniziato per gioco in un parcheggio e non ha mai davvero smesso di inseguire quella stessa sensazione, solo su piste sempre più grandi.
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