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19 Aprile 2026 - 22:43
Camolesa, il ponte che non c’è più ma resta in coda fino al 2028
Il cronoprogramma resta sospeso. E con lui, ancora una volta, anche la prospettiva di uscire davvero dall’emergenza.
L’avvio del cantiere per la messa in sicurezza del viadotto Camolesa, sulla bretella Ivrea–Santhià che collega la A5 alla A4, era atteso per il mese di luglio. Una data indicata come passaggio chiave dopo mesi di annunci e rassicurazioni. Oggi però quella scadenza appare già in bilico. L’autorizzazione, infatti, sarebbe ferma al Ministero dell’Ambiente e, una volta ottenuta, dovrà comunque passare al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti per l’approvazione definitiva. Un doppio passaggio che, nei fatti, congela tutto.
A riaccendere i riflettori sulla vicenda è il consigliere regionale del Partito Democratico Alberto Avetta. Ha presentato un’interrogazione chiedendo alla Giunta regionale guidata da Alberto Cirio di attivarsi sia con il gestore autostradale sia con il Governo per chiarire e accelerare il percorso autorizzativo. «Il cronoprogramma resta sospeso», sottolinea "incazzato". E il rischio, sempre più concreto, è che l’intervento – già stimato in almeno due anni di lavori – possa slittare ben oltre la prossima estate.
Uno scenario che riporta il Camolesa esattamente nel limbo in cui si trova da tempo: sospeso tra dichiarazioni e realtà, tra programmazione e rinvii. Solo un paio di mesi fa, a gennaio 2026, si parlava del “mese della svolta”. La procedura ambientale era stata avviata, l’iter autorizzativo sembrava finalmente cosa fatta e l’obiettivo dichiarato era chiaro: aprire i cantieri entro l’estate. Un passaggio che avrebbe dovuto segnare il passaggio dalla gestione emergenziale alla fase, più solida almeno sulla carta, della ricostruzione.
Ma la macchina autorizzativa, ancora una volta, rallenta. E con lei anche la possibilità di mettere fine a una situazione che, da provvisoria, è diventata strutturale. Perché nel frattempo la realtà quotidiana non cambia: il traffico continua a scorrere sul bypass realizzato nel 2025 come soluzione d’urgenza. Un’infrastruttura nata per tamponare una crisi e diventata, col passare dei mesi, la normalità.
Funziona, certo. Evita il collasso totale della bretella, garantisce la continuità dei collegamenti tra Piemonte e Valle d’Aosta, consente di mantenere aperto un nodo strategico per traffico turistico e merci. Ma è una soluzione che regge solo fino a un certo punto. Ogni volta che i flussi aumentano, il sistema mostra i suoi limiti.

E allora succede quello che ormai è diventato routine. Quando si formano code sul bypass – e accade sempre più spesso nei fine settimana – il traffico in arrivo dalla Valle d’Aosta e diretto verso Milano cerca vie alternative. Gli automobilisti escono dall’autostrada, si riversano sulla viabilità ordinaria, attraversano i centri abitati e si reimmettono in A4 al casello di Santhià. Una deviazione che alleggerisce la pressione sul nodo autostradale, ma trasferisce il problema sui territori.
Le conseguenze si vedono soprattutto la domenica, quando il rientro verso le città concentra migliaia di veicoli in poche ore. I piccoli comuni tra Albiano e Santhià diventano snodi improvvisati di traffico intenso: strade provinciali congestionate, vie comunali trasformate in corridoi alternativi, incroci sotto pressione. Una rete fragile, pensata per una mobilità locale, che si trova a reggere flussi ben superiori alle sue capacità.
Ed è qui che il tema cambia scala. Non è più solo una questione autostradale, ma un problema che coinvolge direttamente i territori. «Difficile immaginare come la fragile rete stradale comunale possa reggere questo traffico intenso per i prossimi anni», osserva Avetta. Una considerazione che fotografa una situazione sempre più difficile da sostenere nel medio periodo.
Perché ogni ritardo nell’iter autorizzativo non è un dettaglio tecnico, ma si traduce in tempo reale in disagi quotidiani. Ogni mese perso significa code che si ripetono, deviazioni che diventano abitudine, territori che continuano a sopportare un carico straordinario. E significa anche allontanare la prospettiva di una soluzione definitiva.
Il progetto, ormai, è chiaro: demolizione e ricostruzione completa del viadotto, un intervento necessario per un’infrastruttura costruita negli anni Sessanta e arrivata al limite della sua vita utile. Un investimento importante, tempi di cantiere stimati in almeno due anni, una scelta tecnica complessa che prevede di concentrare i lavori per ridurre la durata complessiva. Ma tutto questo resta sulla carta finché non si sblocca il nodo delle autorizzazioni.
E così il Camolesa continua a vivere in una sorta di sospensione permanente. Il 2024 è stato l’anno dell’emergenza, con le limitazioni ai mezzi pesanti e il traffico deviato sulle strade locali. Il 2025 quello della tregua, grazie all’apertura del bypass che ha evitato il peggio. Il 2026 avrebbe dovuto essere l’anno dei cantieri. Ora, invece, torna il dubbio che possa diventare l’ennesimo anno di attesa.
Nel frattempo, il rischio più grande non è solo quello dei ritardi, ma quello dell’abitudine. Abituarsi alle code, alle deviazioni, ai tempi incerti. Abituarsi a considerare normale una situazione che normale non è. È questo il paradosso del Camolesa: un’infrastruttura provvisoria che dura anni, un’emergenza che si stabilizza, una soluzione tampone che diventa sistema.
E mentre le carte restano ferme sui tavoli dei ministeri, la realtà continua a scorrere altrove. Sull’asfalto del bypass, nelle strade dei piccoli comuni, nelle code del fine settimana. Sempre negli stessi punti, sempre con gli stessi protagonisti.
E, come spesso accade, a restare in coda sono sempre gli stessi.
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