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Seta, operazione amarcord: riecco Chiama

Vecchie correnti, nuove poltrone: il ritorno di Carlo Chiama alla guida di Seta e la scalata di Torino nelle nomine di Iren

Seta, operazione amarcord: riecco Chiama

Carlo Chiama

Ci sono giorni in cui la storia torna. E torna tutta. Non a pezzi, non a frammenti: torna intera, con i nomi, le correnti, i vecchi equilibri e perfino le vecchie rivalità. Basta una nomina, una di quelle che sembrano tecniche e invece non lo sono, per rimettere in fila vent’anni di politica torinese.

Qualcuno se li ricorda ancora quelli del PEC: Giancarlo Placido, Stefano Esposito, Carlo Chiama? Non una sigla qualsiasi, ma una corrente vera dei Democratici di Sinistra, quando il centrosinistra sotto la Mole era un sistema complesso, regolato da equilibri interni, pesi specifici e rapporti di forza tutt’altro che secondari.

All’epoca comandava l’area di Sergio Chiamparino, il sindaco, il federatore, l’uomo delle istituzioni. Una linea pragmatica, amministrativa, capace di controllare il Comune e di allungare la propria influenza sulle partecipate. Ma accanto a quel blocco si muoveva altro. Si muoveva il PEC, cioè Placido, Esposito e Chiama, una corrente meno allineata, più da apparato che da governo, più da costruzione interna che da gestione diretta del potere. Non erano egemoni, ma contavano. E contavano proprio perché il sistema funzionava così: nessuno decideva da solo, tutto passava da mediazioni. E le nomine — soprattutto quelle nelle società pubbliche — erano il vero terreno di scontro.

Pec

Quelli del Pec...

Il PEC provava a stare dentro quel sistema senza esserne inglobato. Cercava spazio, costruiva relazioni, pesava nelle scelte. Poi è arrivato il Partito Democratico, il rimescolamento generale, la fine delle vecchie correnti e la nascita di nuove filiere, tra le tante quella dei “Giovani turchi” a cui subito aderisce Esposito. Ma le reti non spariscono. Si trasformano. Restano. E ogni tanto riemergono.

Tutto questo per dire che sì, a volte ritornano. Ed è ritornato lui: Carlo Chiama. Sarà il prossimo presidente di Seta, l’azienda che si occupa di raccogliere i rifiuti a nord di Torino. Non è ancora ufficiale, ma il nome c’è, gira, è condiviso e — salvo colpi di scena — sarà quello. Subentrerà a Massimo Bergamini dopo l’approvazione del bilancio, a metà maggio. Un arrivo che non è frutto del caso, ma di una lunga costruzione.

Chiama non è un tecnico prestato alla politica. È il contrario: è politica che si è fatta gestione. Parte dalla sinistra organizzata, Pds e poi Ds, dentro quel mondo lì. Negli anni Novanta è consigliere circoscrizionale a Torino. Poi cresce dentro il partito, lavora sull’organizzazione, costruisce relazioni. Il salto arriva con la Provincia: dal 2005 al 2014 è assessore al Bilancio e al Lavoro nella giunta di Antonio Saitta, ironia della sorte fianco a fianco del settimese Sergio Bisacca che si è sempre onorato di averlo fra i suoi amici. Conti pubblici, lavoro, politiche economiche. Un ruolo pesante, di quelli che formano.

Finita l’esperienza amministrativa, non esce dal sistema. Entra nello staff della Regione Piemonte, poi passa alle partecipate. Siede nel CdA di Amiat, cioè dentro uno dei nodi più sensibili del sistema rifiuti torinese. Fa esperienza nella governance dei servizi pubblici locali, nei rapporti tra pubblico e privato. Poi approda a Confesercenti Torino e Provincia, di cui diventa direttore. E lì resta. Imprese, commercio, turismo, interlocuzione continua con le istituzioni.  Profilo basso. Nel frattempo arriva anche la presidenza del CRU Piemonte, dentro il sistema Unipol.

E mentre lui costruiva questo percorso, la politica continuava a muoversi. Perché la partita di Seta non nasce oggi. Nasce almeno un anno fa, quando la sindaca di Settimo, Elena Piastra, prova a piazzare Enzo Lavolta. Un’operazione costruita con pazienza, lavorata sottotraccia, immaginata come un colpaccio e allineata alle sue aspirazioni o meglio “ispirazioni” di carriera (Torino, Roma, Bruxelles, New York, Marte…).  E per un attimo sembrava fatta.

Poi è arrivata la realtà. E la realtà aveva il nome di Stefano Lo Russo. Perché mentre fuori Torino si cercava un equilibrio, dentro Torino il sindaco aveva già deciso altro. Lavolta non doveva andare a Seta. Doveva andare a Iren Ambiente. E così è stato. Fine della partita.

La verità è che a Piastra aveva avuto una visione, ma non era quella giusta. Pensava di poter forzare gli equilibri, ma Seta non è Settimo e non è solo una rete di Comuni piccoli e medi, ognuno con il suo peso con Settimo che conta il 10% delle quote, ma non decide nulla. 

Issimo Bergamini

Massimo Bergamini

Seta è molto più di una società che gestisce rifiuti. È un crocevia. Nata nel 2002 dalla fusione tra CATN e AISA, ha chiuso il 2024 con oltre 2,5 milioni di utile. Ma il punto non è il bilancio. È il potere. Gare, appalti, strategie ambientali, rapporti con Iren, con la Regione, con Arpa. Un sistema complesso, dove la governance conta più dei dividendi.

E allora serviva un nome diverso. Un nome che non dividesse. Un nome che tenesse insieme. Un nome che fosse leggibile da tutti. E quel nome è diventato Carlo Chiama. Lo ha deciso Torino. Lo ha benedetto Iren dove Lo Russo sta giocando una partita da protagonista, non più da comprimario. Torino ha aumentato le sue quote, ha superato Genova, ha costruito un asse tra Comune e Città Metropolitana che sfiora il 20%. Più azioni, più potere. Più potere, più nomine.

E le nomine parlano chiaro. Enzo Lavolta a Iren Ambiente. Paola Bragantini e Enrico Clara in Amiat. Una rete sempre più torinese dentro una multiutility che dovrebbe essere interregionale. Un Risiko vero, dove ogni casella conta.

In mezzo a tutto questo, Seta resta una partita “minore” solo sulla carta. In realtà è un tassello. E come tutti i tasselli, deve stare al suo posto. Senza strappi.

E allora sì, la storia torna. Torna con i suoi nomi, le sue correnti, le sue logiche. Torna con Carlo Chiama, uno che da quel sistema arriva e che in quel sistema ha imparato a muoversi.

Perché alla fine, sotto la Mole, cambia tutto. Ma non cambia mai davvero niente.

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