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18 Aprile 2026 - 11:19
Non funziona? Nessun problema: Torino raddoppia il Cpr
La notizia fa davvero rabbrividire.... A Torino il Centro di permanenza per il rimpatrio (CPR) di corso Brunelleschi non solo non arretra, ma si prepara ad allargarsi di nuovo. Nonostante anni di denunce, ispezioni, rivolte, incendi, autolesionismo, tentati suicidi e una morte che continua a pesare come una condanna morale sulla città, si va verso il ritorno alla capienza piena: 180 posti contro i 70 attuali. Lo ha annunciato la garante comunale dei diritti delle persone private della libertà personale, Diletta Berardinelli, spiegando che sono già partiti i lavori di riqualificazione e che presto interesseranno anche altri settori del complesso. Oggi il centro è formalmente ridotto, ma il progetto è chiaro: riaprire progressivamente i moduli chiusi e riportare la macchina alla sua massima potenza.
La notizia fa rabbrividire perchè, da sola, racconta un paradosso politico e civile. Il punto non è soltanto che il Cpr di Torino aumenta i posti. Il punto è quale luogo si sceglie di potenziare. Si parla di una struttura che da anni viene descritta come uno spazio di sospensione dei diritti, un contenitore opaco in cui non vengono rinchiusi condannati per reati, ma persone senza permesso di soggiorno, spesso già radicate sul territorio, intrappolate in una detenzione amministrativa che ha il volto, il rumore e l’effetto concreto di un carcere. Lo hanno detto gli attivisti. Lo hanno scritto i garanti. Lo hanno ripetuto pezzi importanti delle istituzioni cittadine. E lo ha riconosciuto persino il cardinale Roberto Repole, che alla riapertura del marzo 2025 parlò di un passaggio “non indolore” per Torino, chiedendo alternative alla logica del trattenimento e invitando la città a vigilare per evitare il ritorno del degrado e dell’abbandono già visti in passato.

Il Cpr di corso Brunelleschi è da tempo molto più di un luogo amministrativo. E' una vergogna pubblica.
La sua storia recente è segnata da una spirale che si ripete con impressionante regolarità: si riapre, si riempie, esplodono tensioni, arrivano incendi e devastazioni, si svuota, si ripara, si riparte. Nel marzo 2023 il centro venne chiuso dopo una serie di rivolte e danneggiamenti interni che lo avevano reso in larga parte inagibile. Alla riapertura, il 25 marzo 2025, la capienza era stata fortemente ridotta. Ma già poche settimane dopo tornarono i roghi, le proteste, i feriti, le aree danneggiate. A maggio 2025, meno di due mesi dopo la ripartenza, una rivolta con materassi incendiati rese di nuovo inutilizzabile una parte della struttura; secondo RaiNews, una delle aree tornate operative risultò addirittura “totalmente inagibile”.
Non era un incidente isolato. Era il ritorno di uno schema già visto.
Anche nel 2026 il copione non è cambiato. A febbraio una rissa tra trattenuti egiziani e nigeriani, seguita da un incendio, ha provocato il ferimento di tre finanzieri. A marzo nuovi roghi di coperte e materassi hanno reso inagibile un’altra stanza. Ad aprile una nuova rivolta si è chiusa con quattro arresti, poi ridimensionati dal giudice, che ha escluso l’ipotesi di incendio nella forma più grave contestata inizialmente. Cambiano i dettagli giudiziari, non la sostanza: il Cpr continua a produrre crisi, tensione permanente, interventi di forza e ambienti che si deteriorano più rapidamente di quanto vengano aggiustati.
Eppure, proprio adesso, si sceglie di ampliare.
È questo il punto che rende la vicenda più di una semplice notizia. Il Cpr di Torino non arriva a questo nuovo aumento di capienza da una condizione di equilibrio, efficienza o tenuta. Ci arriva da una storia di fallimenti ripetuti, documentati e costosi. Un report di ActionAid ha definito quello di Torino il Cpr più costoso d’Italia: oltre 3 milioni di euro nel 2023, nonostante fosse rimasto chiuso per gran parte dell’anno. Soldi bruciati tra affitto della struttura, manutenzioni straordinarie e saldo all’ultimo gestore. È una delle contraddizioni più brutali dell’intero sistema: enormi risorse pubbliche per tenere in piedi un luogo che continua a crollare sul piano materiale, umano e politico.
E poi c'è la questione morale.
Il nome di questo centro, ormai, è inseparabile da quello di Moussa Balde. Aveva 23 anni. Era un giovane guineano. Nel maggio 2021, dopo essere stato vittima di un pestaggio a Ventimiglia, fu trasferito nel Cpr di Torino e collocato in isolamento nell’“ospedaletto”, un’area che il Garante nazionale avrebbe poi definito incompatibile con la dignità umana. Lì Moussa si tolse la vita. Nel febbraio 2026 il tribunale di Torino ha condannato in primo grado a un anno l’allora direttrice del centro per omicidio colposo, riconoscendo una responsabilità nella gestione di quella morte. Già nel 2021 il Garante nazionale aveva scritto parole gravissime: l’alloggiamento nell’“ospedaletto” configurava un trattamento “inumano e degradante”, tanto da poter esporre l’Italia a censure internazionali, e ne raccomandava l’immediata e definitiva chiusura.
In un Paese normale, una vicenda del genere avrebbe imposto almeno una domanda radicale: davvero vogliamo continuare così?
A Torino, invece, la risposta che arriva oggi sembra essere un’altra: rimettiamolo a pieno regime.
Chi difende il sistema dei Cpr continua a presentarli come uno strumento necessario della politica migratoria. Ma i numeri raccontano una realtà molto meno lineare. Secondo i dati riportati da RaiNews sui rimpatri forzati del 2025, dal Cpr di Torino sono partiti 44 rimpatri, un dato nettamente inferiore a quello di altri centri italiani. E nelle stesse ore in cui si discuteva del raddoppio dei posti, la garante Berardinelli segnalava che, in media, i rilasci superano i rimpatri effettivi, con circa 22 persone liberate ogni mese a fronte di pochi trasferimenti e pochi rimpatri. In altre parole: si continua a rinchiudere molto, si rimpatria relativamente poco, si produce un’enorme macchina di contenimento che spesso non raggiunge neppure l’obiettivo dichiarato.
È qui che il Cpr smette di essere soltanto un luogo fisico e diventa un "messaggio" politico. Un ingranaggio che serve prima di tutto a mostrare fermezza, a produrre l’illusione del controllo, a dare alla politica nazionale una scenografia muscolare sulla pelle dei più vulnerabili. Il risultato, però, è sotto gli occhi di tutti: una struttura che si deteriora, personale sotto pressione, continue emergenze interne, vite sospese e una città costretta ciclicamente a fare i conti con la stessa domanda che nessuno a Roma sembra voler affrontare fino in fondo.
Che cosa sta davvero risolvendo il Cpr di Torino?
La risposta, osservando la storia degli ultimi anni, è scomoda. Sta risolvendo poco o nulla. Sta invece moltiplicando i danni.
Lo dice la cronaca. Lo dicono le visite ispettive. Lo dicono i report indipendenti. Lo dicono persino voci istituzionali che non possono essere liquidate come ideologiche. Dopo il sopralluogo del novembre 2025, il sindaco Stefano Lo Russo parlò di una struttura che somiglia a un carcere a tutti gli effetti. La stessa garante Berardinelli l’ha descritta come “peggiore del carcere”, un luogo senza attività, senza stimoli, dove la dignità viene erosa giorno dopo giorno. E nel monitoraggio presentato in queste ore il quadro resta pesante: mancano arredi essenziali come tavoli e sedie, la privacy nei servizi igienici è insufficiente, l’accesso ai cellulari è limitato, gli spazi comuni sono carenti, la qualità della permanenza è segnata da precarietà materiale e tensione continua.
S'aggiunge un'amara verità: dentro il centro finiscono persone che non hanno commesso reati. E questo ci costringe a guardare il Cpr per quello che è davvero: non una risposta a un’emergenza criminale, ma un luogo di segregazione usato come strumento di politica migratoria.
Il Cpr di Torino, come altri in Italia, sopravvive non perché funzioni, ma perché rappresenta plasticamente un’idea di Stato: uno Stato che preferisce trattenere anziché governare, confinare anziché integrare, spostare il problema dietro un muro anziché affrontarne la complessità. Per questo, ogni volta che quel centro brucia, la politica parla di ordine pubblico. Ma quasi mai parla del vuoto che c’è prima del fuoco: l’assenza di prospettive, di mediazione, di percorsi, di senso.
Tutta cronaca, nella storia recente, dice che il CPR non regge. Dice che ha già divorato soldi pubblici, dignità, credibilità. Dice che il problema non è solo come lo si gestisce, ma il fatto stesso che continui a esistere.
Credete a noi. La vera notizia non è che il Cpr di corso Brunelleschi tornerà a 180 posti. La vera notizia è che, dopo tutto quello che è accaduto, c’è ancora chi pensa che la risposta sia metterci dentro più persone.
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