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18 Aprile 2026 - 09:11
Il Cpr di corso Brunelleschi torna al centro del dibattito pubblico torinese, e lo fa con una prospettiva destinata a far discutere: l’aumento della capienza da 70 a 180 posti, cioè il massimo consentito per la struttura. Un salto del 157% che riaccende interrogativi politici, sociali e umani su uno dei luoghi più controversi della città.
L’annuncio è arrivato a Palazzo Civico, dove la garante comunale dei diritti delle persone private della libertà personale, Diletta Berardinelli, ha illustrato l’avvio dei lavori. Gli interventi, affidati alla cooperativa Sanitalia, puntano a recuperare progressivamente i padiglioni oggi chiusi o danneggiati, con l’obiettivo di riportare il centro alla piena operatività. Un’operazione che, sul piano tecnico, viene presentata come un semplice ripristino degli spazi, ma che sul piano politico assume un peso ben diverso: aumentare i posti significa estendere un modello già fortemente contestato.
Tra le voci più critiche emerge quella dell’assessore comunale al Welfare, Jacopo Rosatelli, che contesta apertamente l’intervento e mette in discussione l’esistenza stessa del centro. La sua posizione riflette una frattura evidente tra l’impostazione della prefettura, favorevole al potenziamento, e quella di una parte dell’amministrazione cittadina, che considera il Cpr un luogo inefficace e incompatibile con il rispetto della dignità delle persone trattenute.

Jacopo Rosatelli
Il centro porta con sé una storia complessa e dolorosa. È qui che nel 2021 si tolse la vita Moussa Balde, episodio che ha segnato profondamente il dibattito sui Centri di permanenza per il rimpatrio. Dopo la chiusura nel marzo 2023, dovuta a devastazioni interne, la struttura è stata riaperta nel marzo 2025 con una capienza ridotta. Oggi ospita 66 persone, distribuite in tre moduli su sei disponibili, gli unici attualmente agibili.
La composizione dei trattenuti restituisce un quadro eterogeneo: tra loro persone provenienti da Marocco, Tunisia, Egitto, Nigeria e Perù, oltre ad altre nazionalità. Dietro questi numeri, però, si nasconde una realtà fatta di permanenze forzate, spesso vissute in condizioni di fragilità psicologica e sociale.
Dalla riapertura, il centro è stato teatro di numerosi episodi critici: proteste, incendi, risse e rivolte. Già nel maggio 2025 un rogo aveva interessato alcuni materassi, mentre nei mesi successivi si sono verificati altri disordini, con feriti tra le forze dell’ordine e nuovi danni alla struttura. Una sequenza che evidenzia una tensione costante, difficilmente riducibile a semplici problemi di ordine pubblico.
Uno dei nodi centrali riguarda l’efficacia del sistema. I dati mostrano che, a fronte di circa cinque rimpatri al mese e tre trasferimenti verso l’Albania, si registrano mediamente 22 rilasci. Uno squilibrio che alimenta le critiche di chi considera il Cpr una macchina costosa e poco efficace, capace di produrre più sofferenza che risultati concreti.
Ancora più duro il giudizio della garante, che nel suo report parla di una struttura segnata da gravi criticità. All’interno mancano elementi essenziali come tavoli, sedie e sistemi di assistenza, mentre i servizi igienici risultano inadeguati. Anche gli spazi esterni presentano condizioni precarie, con materassi improvvisati, rifiuti e assenza di aree attrezzate. Un quadro che solleva interrogativi profondi sul rispetto dei diritti umani.
A queste criticità si aggiunge il tema della salute. Secondo la garante, non tutti i trattenuti si trovano in condizioni psicofisiche compatibili con la permanenza nel centro. Da qui la richiesta di rafforzare l’assistenza sanitaria, rivedere le procedure di ingresso e ampliare i protocolli con le strutture ospedaliere del territorio.
La vicenda del Cpr si muove così su due piani distinti ma intrecciati. Da un lato c’è la gestione amministrativa, con il recupero degli spazi e l’aumento dei posti. Dall’altro c’è una questione più profonda, che riguarda il senso stesso di queste strutture. Se un centro è segnato da tensioni, carenze strutturali e risultati limitati, la domanda non è soltanto come ampliarlo, ma se abbia davvero senso farlo.
A Torino il confronto è ormai aperto. Mentre i lavori procedono per riportare il Cpr alla piena capienza, cresce anche il fronte di chi chiede non un ampliamento, ma un ripensamento radicale dell’intero sistema.
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