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17 Aprile 2026 - 17:16
Notti nei garage di San Grato: c'è un'Ivrea che non si vede
Di giorno sono semplici garage. Serrande chiuse, silenzio, auto parcheggiate. Spazi anonimi, come tanti.
Ma di notte, a San Grato, qualcosa cambia.
Quando il quartiere si spegne e le finestre si oscurano, c’è chi si muove in punta di piedi tra quei box. Mani che provano le maniglie, sguardi rapidi nell’ombra, passi leggeri sull’asfalto. Non sempre si tratta di scassi. A volte basta una porta dimenticata aperta, un lucchetto fragile, un accesso incustodito.
Dentro, il segno è evidente. Cartoni stesi sul cemento, coperte recuperate, sacchi neri con pochi oggetti. Tracce di una presenza che non lascia rumore, ma resta. Una notte, forse due. Poi si ricomincia altrove.
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I residenti se ne accorgono al mattino. Un portone socchiuso. L’aria diversa. Quel dettaglio fuori posto che inquieta.
«Non è più come prima», raccontano. La sensazione è di essere osservati, attraversati da qualcuno che non si vede mai davvero.
La paura è concreta. Non tanto per ciò che è successo, ma per quello che potrebbe accadere. Per quell’incertezza che si infila nella quotidianità e la incrina. Il confine tra casa e strada, tra sicurezza e vulnerabilità, si fa più sottile.
Eppure, in quelle stesse tracce, c’è anche altro. C’è il peso di una città che fatica a contenere le sue fragilità. C’è chi non ha più una porta da chiudere, un letto dove tornare, un posto riconosciuto.
Sono gli ultimi. Quelli che di giorno si confondono, scompaiono, evitano lo sguardo. E che di notte cercano un angolo dove esistere senza essere cacciati. Anche solo per qualche ora. Anche dentro un garage.
Non è romanticismo, è realtà dura. Fredda come il cemento su cui si stendono. Silenziosa come il modo in cui entrano ed escono, senza lasciare nome né storia.
A San Grato convivono due tensioni. Da una parte il diritto alla sicurezza, alla tranquillità, alla propria casa inviolabile. Dall’altra una povertà che non fa rumore, ma trova comunque il modo di insinuarsi negli spazi dimenticati.
È lì che la città mostra il suo lato più fragile. Non nelle piazze, non nei numeri, ma nei dettagli: una coperta abbandonata, un cartone schiacciato, una notte passata al riparo per caso.
E allora la domanda resta, sospesa tra rabbia e compassione: cosa succede quando chi ha paura e chi ha bisogno finiscono nello stesso luogo, senza mai incontrarsi davvero?
Giriamo la domanda al sindaco Matteo Chiantore, alla vicesindaca Patrizia Dal Santo.
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