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17 Aprile 2026 - 11:36
Il gappista Giovanni Pesce con la moglie Onorina
Questa è una storia di gappisti, una storia finita male. Proprio come succede alle azioni della prima ora all’indomani dell’8 settembre 1943, nei giorni in cui il Partito comunista prova a dare vita a ristretti e temerari nuclei armati, che dalla primavera dell’anno dopo porteranno scompiglio e panico tra le piccole e grandi gerarchie nazifasciste.
Passerà qualche mese e soltanto con la chiamata di Giovanni Pesce – un venticinquenne di Visone d’Acqui, già veterano della guerra di Spagna − nel gennaio 1944 a guidare l’intera rete combattente torinese, i partigiani di città avranno i primi successi, ma l’inizio è quasi un suicidio collettivo, essendo i militanti privi di basi clandestine affidabili e di un coordinamento tattico-militare efficiente. Per una serie di ragioni psicologiche e caratteriali tipiche del terrorismo di guerra, la direzione comunista ha difficoltà a reperire gli elementi, e, almeno nei primi mesi, deve confidare, pur di contraggenio, nelle iniziative di cospiratori spontanei che agiscono in nuclei concorrenziali ai gappisti del Partito.
L’azione compiuta a Torre Canavese il 3 dicembre 1943 è indice di questo contesto tragico e fallimentare, operato dall’organizzazione anarco-comunista Stella Rossa, con base nel torinese borgo Vanchiglia.
Dall’autunno, in Canavese agiscono le prime bande partigiane alle pendici del Monte Soglio e nei paesi sottostanti, composte da isolati ufficiali e sottufficiali, e da una congerie di soldati sbandati, renitenti dell’esercito di Salò, ex prigionieri alleati fuggiti dalla prigionia dopo l’armistizio. I tedeschi reclamano manodopera per la Todt, ma all’inizio di ottobre già compiono rastrellamenti nelle basse vallate per tastare la consistenza del ribellismo. Ci sono i primi scontri armati che falcidiano le forze partigiane, ancora disorganizzate, mal protette, tatticamente impreparate. I primi morti. E il gappismo degli esordi, spontaneo, incerto, velleitario e anarcoide, in cerca di scorciatoie, che paga a caro prezzo.

Una pagina del rapporto compilato dal questore Federico Rendina (Napoli 1882 - Cortina d’Ampezzo 1953), in cui i gappisti sono rinviati al giudizio del Tribunale Speciale sezione di Torino.
L’attentato al gerarca fascista.
A Torre (in quel momento il paese si chiama Bairo Torre, per via dell’accorpamento che c’è stato nella seconda metà degli anni Venti dei piccoli comuni), nella più tranquilla campagna canavesana a 40 chilometri dalla grande città e frammisto a qualche centinaio di abitanti nel paese, si è rifugiato Antonio Lo Fiego, nato nel 1898 a Montegiordano (Cs), avvocato tributarista, già ispettore federale del Partito nazionale fascista, militante della Milizia volontaria della sicurezza nazionale e collaboratore del fascio repubblicano di Torino.
Ma anche agente dell’Upi, l’Ufficio politico investigativo del governo fascista, in sostanza la squadra che dà la caccia agli oppositori politici, ma soprattutto ai partigiani. Alloggia con la famiglia a Villa Bosio, una nobile dimora di origine cinquecentesca addossata al castello; sicuramente è uno sfollato di lusso, considerato che almeno un paio di domestici prestano il proprio servizio in casa.
Secondo la relazione del questore Federico Rendina, che al termine dell’indagine trasmetterà tutto l’incartamento al Tribunale Speciale di Torino, attorno alle 9 di sera di venerdì 3 dicembre bussano ripetutamente alla porta della villa. L’avvocato stesso va ad aprire seguito da moglie e cameriera: sulla soglia ci sono quattro sconosciuti che, accertata la sua identità, senza indugio entrano in casa.
Il volto seminascosto da sciarpe, tutti e quattro impugnano pistole. Uno rimane nell’anticamera a sorvegliare la porta d’ingresso, un altro che si qualifica tenente degli alpini, «bruno, alto, magro, decentemente vestito con un cappotto chiaro e una sciarpa gialla», che ha il comportamento del comandante (come testimonieranno moglie e cameriera), dichiara che devono sequestrargli l’auto, una Fiat 500, e che lui deve accompagnarli per qualche chilometro, poi sarà libero di tornarsene a casa a piedi. Le armi sempre spianate, non rimane che precederli e mettersi alla guida, come gli viene intimato.
Una serie di colpi sparati nella notte verso le 22 li sente il casellante della Canavesana tra Ozegna e Castellamonte, seguiti dal rumore di un’auto che si allontana e da grida di aiuto che vanno via via affievolendosi, ma c’è il coprifuoco, incidenti di tal genere se ne sentono quasi ogni giorno e uscire per verificare non è consigliabile.
La figlia, che fa il turno di notte in una fabbrica dei dintorni e rientra a casa in bicicletta, racconta al padre di aver visto alla luce del fanale una sagoma scura per terra non lontana dal casello; la curiosità la vince sul timore, e richiesto l’aiuto di un vicino, il casellante va lungo la strada e scopre un cadavere steso.
Lascia trascorrere l’intera notte e l’indomani ne denuncia l’accaduto ai carabinieri di Castellamonte. Lo stesso giorno la Topolino viene trovata rovesciata sulla provinciale di Rivarossa con all’interno tre bossoli di cartuccia; addosso al morto i militari rinvengono 800 lire e un assegno bancario, ma ciò che esclude fin da subito che sia un delitto per rapina è l’orologio d’oro ancora al polso dell’uomo.

Torre Canavese in una cartolina del primo Novecento.
Circostanze fortunate.
Il questore prosegue scrivendo che il vicecommissario di polizia Walter Locchi, incaricato di scoprire gli autori dell’ammazzamento, rivolge l’attenzione all’ambiente della malavita torinese e, «per un fortunato seguito di circostanze», riesce a scovarne uno, di malavitosi.
Neppure tre mesi dopo l’8 settembre, mentre il movimento partigiano nel Canavese è ancora in embrione e solo in Torino è avvenuta qualche sporadica azione di disturbo al nemico, le poche cellule gappiste che il Partito comunista si sforza di organizzare rimangono confinate nel limbo della città, dovuto allo stretto controllo che tedeschi e fascisti esercitano sul territorio, rendendo praticamente impossibile qualsiasi azione di resistenza e di offesa.
Anche per questo, quando nel 1946 l’ex vicecommissario scriverà una memoria difensiva per scagionarsi dall’accusa di «aiuto al nemico nei suoi disegni politici», ha buon gioco nell’affermare che all’epoca dell’uccisione di Lo Fiego ancora non esisteva il metodo di colpire il singolo fascista, tanto più che era stata la vedova stessa a dichiarare che le ragioni del delitto erano private, al punto da consegnare alla polizia una lista di nomi classificati come nemici del marito.
Quali sono allora le fortunate circostanze di cui riferisce il capo della polizia torinese? I fatti su cui Federico Rendina si dilunga per spiegare lo svolgimento e la conclusione dell’indagine poliziesca partono da un caso banale, quasi un giallo di Scerbanenco, ma qui in gioco non c’è la prigione per i colpevoli, ma la morte sicura.
Nel rapporto conservato all’Archivio di Stato di Torino si legge di un ventenne torinese che il 7 dicembre 1943 si presenta alla vecchia sede dell’ospedale San Giovanni per farsi medicare a seguito di una ferita di arma da fuoco al dito mignolo che, dice, gli ha procurato uno sconosciuto aggredendolo di notte. Locchi scopre invece che la ferita se l’è procurata da solo maneggiando una pistola in una trattoria di corso Regina Margherita 123 che un suo amico gli propone di acquistare. Indagando e interrogando in quel sottobosco della vecchia Torino − dove la piccola malavita si alimenta e vivacchia tra furti, rapine, spiate, brevi reclusioni dietro le sbarre, e di conseguenza diventando per la sua ricattabilità la migliore informatrice delle polizie in ogni tempo −, il vicecommissario scoperchia a poco a poco la realtà che andava cercando.
Locchi fa semplicemente il suo mestiere di poliziotto venendo a sapere da un «fiduciario» che la persona che ha mercanteggiato la vendita della pistola l’ha a sua volta ricevuta da un giovane di Givoletto, Azeglio Gherra, un meccanico disoccupato che abita in una locanda di via Balbis. Subito arrestato per il furto di un’automobile, Gherra confessa la provenienza della rivoltella: l’ha accettata, dice, da un conoscente, Cesare Giudice, il quale l’ha pregato di vendergliela, aggiungendo anche che gli è servita per uccidere un fascista, condotto da un tenente degli alpini e accompagnato da un paio di amici.
È un’ingenuità imperdonabile, quella di Giudice, pur con le attenuanti che si offrono ad un diciannovenne trascinato in un’azione di cui non sa circoscrivere la portata, ed è anche la conseguenza dei limiti del gappismo della prima ora, sprovvisto com’è di un retroterra consapevole e strutturato.
Perplessità sulla relazione.
Dall’ufficio anagrafico della Questura salta fuori una sua fotografia, seppure di cinque anni prima, quand’era appena un ragazzo. Mostrata alla moglie e alla cameriera, mentre la prima manifesta perplessità, la seconda non ha dubbi: è lui che è entrato per primo nella villa chiedendo dell’avvocato Antonio Lo Fiego.
Il vicecommissario prepara la trappola e, fatti i consueti appostamenti, alle 12,30 del 20 dicembre guida i propri uomini ad irrompere nella trattoria Urbani di via Santa Chiara mentre Giudice sta pranzando con due uomini, gli stessi, guarda un po’, che gli hanno fatto compagnia a Torre Canavese, Rinaldo Ballari e Giovanni Altieri. Come se non bastasse, addosso il braccato ha una pistola d’ordinanza.
Come ha fatto il vicecommissario Locchi a scovare i giustizieri del modesto gerarca di Salò? Dagli atti che confluiscono nel dossier è impossibile ricavare la certezza della verità riguardante la cattura, ma soltanto plausibili ipotesi dettate dall’inchiesta che, a guerra finita, nel biennio in cui vengono intentati processi a carico di ex fascisti con accuse di complicità e connivenze più o meni gravi a danno di partigiani nei mesi della Resistenza, viene a colpire Walter Locchi.
Così come, conosciuto l’esito dell’indagine e con il distacco del tempo che permette con la dovuta calma e la conoscenza storica in appoggio ad esprimere considerazioni, è per noi lecito domandarci quanto il rapporto del questore sia, d’ora in poi, più o meno veritiero, più o meno aggiustato per rendere giuridicamente conforme alla legge le condanne che attendono gli imputati.
Le condanne a morte.
Cherchez la femme, verrebbe da dire con tanto di proverbiale misoginia, ed infatti quasi sicuramente è una donna la delatrice, una prostituta che in forza dell’attività che svolge frequenta quel milieu che i gendarmi di ogni tempo hanno sempre sotto controllo e da cui attingono le soffiate; debole e ricattabile, informatrice della polizia ad uso proprio ed usata da quest’ultima quando necessità chiama. Caduta in una retata e dovendo scontare qualche settimana di prigione, è lei che offre in cambio della pena quanto conosce.
Convivente, così ammette, di Azeglio Gherra, è dal suo uomo che apprende i nomi degli assassini dell’avvocato fascista, pur negando il 1° febbraio 1946 mentre è reclusa alle carceri Nuove per «collaborazionismo con il nemico» di essere stata lei nel dicembre 1943 a farli arrestare. Conferma della delazione se ne ha dall’interrogatorio del maresciallo di polizia Antonio Carratù, che una settimana dopo, il 7 febbraio, affermerà essere stata la donna, già sua confidente, ad azionare la tagliola telefonando in commissariato la presenza del terzetto nella trattoria di via Santa Chiara, proprio come gli era stato richiesto come contropartita per evitare la galera.
Arrestati e subito interrogati, Giudice, Ballari e Altieri danno piena confessione del delitto, prosegue il questore Rendina. Il primo ammette di essere l’autore dei tre colpi che condannano a morte Lo Fiego con il revolver che consegnerà a Gherra perché lo venda, arma che aveva avuto in consegna dal tenente degli alpini, comandante del drappello. Quale sia l’identità di questo preteso ufficiale gli imputati dichiarano di ignorarla, ma da «fonte fiduciaria» gli inquirenti sono convinti del contrario. Vengono anche a sapere dagli interrogatori che il compenso per ognuno dei tre è stato di 250 lire, e messi a confronto con la vedova e la cameriera hanno chiesto perdono piangendo, poi affermato «di aver obbedito ad un momento di smarrimento e di essere stati accecati da una subdola propaganda», si legge nel rapporto.
Il questore conclude l’inchiesta il 30 dicembre 1943 mandando a giudizio al Tribunale Speciale quattro imputati: Giudice per omicidio aggravato a scopo politico; Ballari e Altieri di concorso in omicidio, Gherra per associazione a delinquere.
Il processo inizia e termina in un giorno solo, il 4 gennaio 1944. Azeglio Gherra andrà incontro a 10 mesi di prigione; Rinaldo Ballari, nato a Bleggio (Tn) il 12 gennaio 1925 e Cesare Giudice, nato a Ozegna il 12 giugno 1924, entrambi abitanti a Torino in via Venaria, sono condannati alla pena di morte, così come nella medesima condanna incappa Giovanni Altieri, nato a Moncalieri il 1o dicembre 1925 e abitante in corso Giulio Cesare a Torino. Tre giovani del medesimo borgo, tre lavoratori nel corpo dei vigili del fuoco. Altieri viene poi graziato dalla pena capitale per aver partecipato all’azione senza armi da fuoco ma subisce una condanna a 30 anni: testimonierà nel gennaio 1946 durante il processo intentato a Locchi delle percosse che lui stesso e Ballari hanno subìto durante l’interrogatorio, e dei ripetuti, gravi maltrattamenti che i questurini hanno inflitto a Giudice perché rivelasse il nome della quarta persona che li aveva guidati nell’azione di Torre. La polizia non verrà a capo di nulla, invece le due condanne a morte saranno eseguite nell’immediato mattino del 5 gennaio 1944.
A commento della sentenza, la «Gazzetta del Popolo» del 6 gennaio ammonisce: «La giustizia fascista prosegue il suo corso con rigida severità. Altri due assassini al soldo del nemico hanno pagato con la vita le loro bieche imprese tramate dai criminali fautori del disordine; i loro complici sono stati puniti con gravi condanne. Giusta pena per coloro che tentano invano di ostacolare, con vigliacche forme di terrorismo, il movimento della rinascita nazionale». Analoghi i concetti e persino la terminologia di «La Stampa», che conferma: «La giustizia fascista continua la sua opera rigida e serena, punendo esemplarmente quei miseri che, venduti al nemico, disperatamente cercano, nell’assurdo e folle gesto sanguinario, di arrestare la marcia della nostra resurrezione. Gli assassini pagano con la pena capitale le proditorie uccisioni di italiani e di fascisti, così come tra giorni pagheranno, in egual misura, i rapinatori ed i sabotatori, che dovranno rispondere davanti al Tribunale Speciale delle loro delittuose gesta».
La funzione dei Gap.
Della cellula terrorista che agisce a Torre, il solo Giudice è una figura riconosciuta di gappista, come risulta dalla Banca dati del partigianato piemontese all’Istituto storico della Resistenza; è verosimile, invece, che Altieri e Ballari appartengano, o siano simpatizzanti, del gruppo dissidente Stella Rossa.
Dalla tragica esperienza del commando a Torre Canavese la direzione comunista trarrà utili insegnamenti per continuare a promuovere e sostenere il gappismo nei mesi a venire.
Giorgio Bocca scriverà in Storia dell’Italia partigiana che «Il terrorismo nelle città mira a effetti militari e politici ed è un atto di moralità rivoluzionaria. Se si accetta il principio morale e rivoluzionario della ribellione armata contro la legalità iniqua, bisogna arrivare al terrorismo cittadino». Si può aggiungere che il terrorismo alla lunga frutta ai partigiani quando, in parallelo, dalla primavera successiva esisterà un’attività militare, in sintonia con la volontà popolare, che supporta con il dinamismo guerrigliero l’avanzata alleata.
In questo caso, quando la Resistenza vede consolidata la sua presenza e come gli eventi dimostreranno sul campo, anche i «soldati senza uniforme» − prendendo a prestito l’indovinata espressione coniata da Giovanni Pesce per i partigiani gappisti – che a Torre hanno pagato un tributo troppo alto, diventeranno efficaci protagonisti della Liberazione.
Fonti
Archivio di Stato di Torino, Corte d’Assise Sezione Speciale, 1946, b. 67, f. Locchi.
Adduci Nicola, Il mito e la storia: Dante Di Nanni, in «Studi Storici», n 4, 2012.
Adduci Nicola, Gli altri, FrancoAngeli, Milano 2014.
Bocca Giorgio, Storia dell’Italia partigiana, Laterza, Roma-Bari 1966.
Pesce Giovanni, Senza tregua. La guerra dei GAP, Feltrinelli, Milano 1967.
Quotidiani: Gazzetta del Popolo, La Riscossa, La Stampa.
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