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17 Aprile 2026 - 07:00
Un bambino di Ivrea scrive al Vescovo: "Non puoi fare un miracolo"
“Non puoi fare un miracolo?”, scrive ed è da qui che bisogna partire.
Da una domanda che non appartiene al linguaggio degli adulti, né a quello della politica o delle decisioni amministrative. È una domanda che nasce altrove: nella semplicità disarmante di un bambino.
Una lettera. Una lettera vera, scritta dal punto di vista di un alunno della scuola della Sezione Primavera della scuola dell’infanzia “Opera Pia Moreno. E' indirizzata al Vescovo Daniele Salera, dopo l’annuncio della chiusura delle attività didattiche al termine dell’anno scolastico.
Un testo breve, accompagnato da un disegno realizzato dagli stessi bambini. Poche righe, ma capaci di dare voce non solo a chi le ha scritte, ma a un’intera comunità fatta di famiglie, insegnanti, relazioni.
Comincia con un "caro vescovo" e con quella fiducia istintiva che solo i più piccoli sanno concedere.
E subito dopo, il racconto di una sera qualunque: i genitori che parlano a bassa voce, la tristezza che riempie la stanza, e quella parola — “b” — che arriva senza essere davvero capita.
Nella lettera, il bambino prova a darle un senso.
Si chiede se una scuola "chiude" perché finiscono i giochi, o perché si esauriscono i colori. Ma dietro l’apparente ingenuità, emergono domande che colpiscono nel profondo.
Dove andranno le maestre che sanno consolare? Dove finiranno gli amici con cui si condivide ogni giorno? Che ne sarà di quella “Famiglia Moreno” che gli adulti hanno insegnato a chiamare così?
“I grandi dicono che Ivrea perde un patrimonio”, si legge ancora.
Una parola difficile, che il bambino traduce con ciò che conosce: i sorrisi, gli abbracci, le piccole cose quotidiane che rendono una scuola un luogo di crescita e non solo di apprendimento.
E poi, di nuovo, quella domanda. Quella che resta, che pesa, che attraversa tutta la lettera: “Non puoi fare un miracolo?”
Non è solo un appello al Vescovo. È il tentativo, puro e diretto, di opporsi a qualcosa che non si comprende fino in fondo ma che si sente profondamente ingiusto.
Perché nella chiusura dell’Opera Pia Moreno non c’è soltanto la fine di un’esperienza educativa. C’è il rischio di perdere un pezzo di città, un luogo dove si costruiscono legami destinati a durare ben oltre l’infanzia.
La lettera — condivisa da famiglie e corpo insegnante — non alza la voce. Non accusa. Ma riesce, proprio per questo, a dire tutto.
E a lasciare sospesa una domanda che Ivrea, oggi, non può ignorare.
***
Lettera di un alunno del “Moreno” al Vescovo dopo l’annuncio della chiusura della scuola dell’infanzia
Caro Vescovo,
Ti scrivo perché l’altra sera ho visto la mamma e il papà molto tristi. Parlavano a bassa voce, ma io ho sentito che a settembre non potrò più tornare alla mia scuola, al Moreno. Dicono che "chiude".
Io non capisco bene cosa vuol dire che una scuola chiude. Forse si rompono i giochi? O finiscono i colori? Ma se la scuola chiude, dove vanno a finire le mie maestre? Quelle che mi sanno abbracciare quando mi mancano i miei genitori e che mi hanno insegnato che, se usciamo dai bordi del disegno, non fa niente, perché è bello lo stesso.
A scuola mi dicono sempre che siamo la "Famiglia Moreno". Però la mamma dice che le famiglie stanno insieme per sempre. Allora perché noi ci dobbiamo lasciare? Perché i miei compagni dovranno andare in posti diversi e non potremo più giocare insieme nel nostro terrazzo?
I grandi dicono che Ivrea perde un "Patrimonio". Io non so cos’è un patrimonio, ma se è una cosa preziosa come il sorriso delle mie maestre, allora perché lo buttiamo via?
Caro Vescovo, tu che ascolti le preghiere e proteggi le cose belle della nostra città, non puoi fare un miracolo? Non lasciare che la nostra storia finisca così. Senza la nostra scuola Moreno, Ivrea sarà un posto un po’ più buio e noi bambini saremo un po' più soli.
Ti mando un disegno e un abbraccio.
***
Lettera aperta inviata da un genitore dell’Opera Pia Moreno e condivisa dalle famiglie e corpo insegnanti della scuola.

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