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16 Aprile 2026 - 19:16
Mancano lavoratori (e competenze): il terziario rischia il blocco (foto di repertorio)
Chi lavorerà nel terziario nei prossimi anni? È una domanda concreta, non teorica, che emerge con forza da uno studio di Confcommercio realizzato insieme all’Università Roma Tre, che mette in luce una criticità destinata a incidere in modo crescente sull’economia italiana.
Secondo le stime, già nel 2026 mancheranno circa 275mila lavoratori nel sistema dei servizi. Un divario che non si fermerà qui: entro il 2035 il gap potrebbe arrivare a sfiorare le 470mila unità. Non si tratta solo di numeri, ma di un problema strutturale che riguarda l’intero comparto del terziario.
Già oggi, nei settori di commercio, turismo e servizi, risultano oltre 200mila posizioni non coperte, un dato che segnala un sistema in difficoltà nel trovare personale. Ma il nodo non è soltanto quantitativo. Il problema è anche qualitativo.
Alla base del fenomeno c’è infatti un doppio fattore. Da un lato la carenza di candidati, che oggi pesa per circa il 70% dei posti vacanti. Dall’altro il crescente mismatch di competenze, che riguarda il restante 30% e che nei prossimi anni è destinato ad aumentare fino a sfiorare il 45%. In altre parole, non basta avere più lavoratori: servono profili adeguati alle esigenze delle imprese.
Il rapporto tra formazione e lavoro emerge come uno dei punti più critici. Nei percorsi universitari tradizionali il disallineamento tra domanda e offerta potrebbe diventare molto elevato, arrivando in alcuni casi a superare il 90% per lauree triennali e magistrali. Un dato che evidenzia una distanza sempre più marcata tra sistema educativo e mondo produttivo.
In controtendenza si collocano gli ITS (Istituti Tecnologici Superiori), che mostrano un gap molto più contenuto, stimato tra il 23% e il 25%, confermandosi come uno degli strumenti più efficaci per rispondere alle esigenze del mercato del lavoro.
Accanto alla difficoltà di reperire personale, lo studio evidenzia anche un peggioramento della stabilità occupazionale. Nei primi sei mesi si stimano oltre 70mila cessazioni, con un aumento del 45%, mentre le dimissioni crescono del 65%. Anche i mancati rientri al lavoro aumentano, passando dal 22,8% al 26,9%, segno di un mercato più instabile e meno prevedibile.
Un ulteriore elemento di criticità riguarda l’obsolescenza delle competenze, che potrebbe avere un impatto diretto sulla produttività, con una riduzione stimata fino al 15%. Un dato che conferma come il problema non sia soltanto la quantità di lavoratori, ma la capacità di aggiornamento continuo.
La carenza di personale nel terziario non è quindi un fenomeno temporaneo, ma il risultato di trasformazioni profonde: cambiamenti demografici, evoluzione tecnologica e nuovi modelli di consumo e di lavoro stanno ridisegnando il mercato in modo strutturale.
Per affrontare questa sfida, lo studio indica alcune direttrici chiare. Sul fronte della formazione, è necessario rafforzare gli ITS, rivedere i percorsi universitari e migliorare l’orientamento scolastico, rendendo più stretto il legame tra scuola e impresa. Dal lato delle aziende, diventano centrali la formazione continua, la riprogettazione dei ruoli professionali e l’integrazione dell’intelligenza artificiale nei processi produttivi.
Infine, sul piano delle politiche pubbliche, viene richiesta una programmazione di lungo periodo capace di accompagnare la trasformazione del lavoro e ridurre il divario tra domanda e offerta di competenze.
Il lavoro c’è, ma trovare le persone giuste sta diventando sempre più difficile. Ed è proprio su questo equilibrio che si gioca una delle sfide più rilevanti dei prossimi anni.

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