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Ha creato un paradiso, ora lo sta perdendo: l’Isola Felice del Canavese rischia di scomparire tra incuria e silenzi

Il progetto di Amedeo Martiradonna tra biodiversità e comunità, ma il territorio intorno si degrada e le istituzioni restano assenti

Voleva salvare la natura, ora rischia di arrendersi

A Lombardore esiste un luogo ameno che sembra uscito da un racconto rurale d’altri tempi, un angolo di Piemonte dove il verde si specchia nelle acque del torrente Malone e il silenzio della natura avvolge ogni cosa.

Sembra di entrare nelle immagini dei libri delle fiabe e proprio per rimarcare l’utopia che aleggia in quei luoghi, il posto si chiama “Isola Felice” ed è il frutto di un progetto di una vita, quello di Amedeo Martiradonna, imprenditore agricolo e apicoltore che da vent’anni coltiva un sogno fatto di alberi, biodiversità e comunità.

L’Isola Felice nasce da una storia familiare. Le radici affondano negli anni Sessanta, quando il nonno di Amedeo avviò l’attività agricola. Da quel patrimonio di conoscenze e passione prende forma un’idea più ampia: recuperare terreni e strutture produttive per trasformarli in un presidio ambientale e sociale. Un luogo dove la natura torna protagonista e le persone possono ritrovare un contatto autentico con il territorio.

Amedeo racconta il suo progetto come una visione semplice e potente: "far innamorare le nuove generazioni della natura".

Amedeo Martiradonna

Nei suoi campi si producono miele, formaggi caprini, colture naturali; tra i sentieri si immaginano escursioni, attività didattiche, esperienze per famiglie e gruppi. Un piccolo ecosistema costruito con pazienza, giorno dopo giorno, senza scorciatoie.

Il sogno prende forma anche lungo le rive del Malone. Interventi di rimboschimento, tentativi di ripopolamento ittico, l’idea di un laghetto per l’avifauna migratoria: tasselli di un progetto che guarda alla biodiversità come risorsa collettiva. Una “rivoluzione silenziosa”, la definisce lo stesso Amedeo, fatta di investimenti personali e lavoro costante.

Poi la realtà presenta il conto.

Negli anni, l’area diventa teatro di abbandono e incuria. Alberi secolari abbattuti, rifiuti scaricati nei boschi e lungo il fiume, controlli assenti secondo le segnalazioni raccolte. Il contrasto tra ciò che potrebbe essere e ciò che accade ogni giorno si fa sempre più netto. Da una parte l’utopia di un’oasi naturalistica aperta a tutti, dall’altra una lenta erosione che consuma il territorio e le energie di chi prova a difenderlo.

“Ho comprato questo terreno nel 2006 e ho solo speso soldi per renderlo un posto migliore”, racconta Amedeo. Le sue parole restituiscono il ritratto di un uomo ostinato e visionario, uno di quelli che scelgono di andare controcorrente.

“Volevo creare un luogo dove le persone potessero stare bene, lontano dalla città, a contatto con la natura. Mi sembrava una cosa logica”.

Il tempo, però, logora anche i sogni più resistenti. Le richieste alle istituzioni locali restano senza risposta concreta, i tentativi di collaborazione si scontrano con burocrazia e disinteresse percepito. A sostenere il progetto, in questi anni, resta soprattutto l’impegno di associazioni ambientaliste come Pro Natura, mentre il resto del sistema appare distante.

Oggi Amedeo parla con amarezza. La fatica accumulata, le battaglie combattute in solitudine, la sensazione di essere rimasto l’unico a credere fino in fondo in quell’idea.

“Io sono un sognatore – dice - ho creato un’isola felice, e nessuno l’ha capito”. Nelle sue parole si avverte il peso di un progetto che rischia di spegnersi, soffocato da incuria e indifferenza.

Eppure, proprio in questo contrasto tra visione e realtà si gioca il destino dell’Isola Felice. Un luogo che potrebbe diventare laboratorio ambientale, spazio educativo, punto di incontro per il territorio. Un’opportunità che chiama in causa istituzioni, cittadini, associazioni.

La storia di Amedeo Martiradonna resta sospesa tra ciò che è stato costruito e ciò che potrebbe ancora essere salvato. In riva al Malone, tra alberi e sentieri, resiste un’idea di futuro che chiede attenzione. Forse anche solo uno sguardo in più, capace di trasformare una battaglia solitaria in una responsabilità condivisa.

 

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