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“Ridiamo la libertà a Sergio”: parte la raccolta fondi per donare un montascale all'uomo invalido al 100% che non può uscire di casa da oltre un anno

A Venaria Reale arriva l’iniziativa dell’associazione Noi Ci Siamo ODV di Valperga per installare un montascale in una palazzina popolare di ATC. Visita anche del sindaco Fabio Giulivi: qualcosa, finalmente, si muove

L'associazione Noi Ci Siamo ODV e il sindaco Giulivi a casa della famiglia Baldinu

L'associazione Noi Ci Siamo ODV e il sindaco Giulivi a casa della famiglia Baldinu

Un uomo di 72 anni chiuso in casa da oltre un anno, al terzo piano senza ascensore. Una storia raccontata, documentata, resa pubblica dal nostro giornale. E adesso, finalmente, qualcosa si muove.

A Venaria Reale, dopo il caso di Sergio Baldinu portato all’attenzione pubblica nei giorni scorsi, arriva il primo segnale concreto: una raccolta fondi per acquistare e installare quel montascale che da mesi rappresenta l’unico vero confine tra una vita bloccata e la possibilità di tornare a uscire di casa.

Non è ancora la soluzione. Ma è il primo passo.

L’iniziativa porta la firma dell’associazione Noi Ci Siamo ODV di Valperga, che ha deciso di intervenire direttamente dopo aver preso contatto con l’amministrazione comunale di Venaria Reale, nella persona del sindaco uscente Fabio Giulivi.

Un passaggio che segna un cambio di passo: la vicenda non è più soltanto una denuncia, ma diventa un progetto concreto.

L’obiettivo è chiaro, semplice, misurabile: raccogliere i fondi necessari per installare un montascale e restituire a Sergio la possibilità di uscire di casa in sicurezza.

La storia è la stessa che ha colpito e indignato molti lettori.

Sergio Baldinu, 72 anni, invalidità al 100%, vive con la moglie Daniela Fregnan in un alloggio popolare di via Bruno Buozzi, al terzo piano di una palazzina senza ascensore. Da oltre un anno non riesce più a uscire di casa. Le scale, per chi le percorre ogni giorno senza pensarci, sono diventate una barriera assoluta. E la vita si è ristretta.

Camera. Bagno. Cucina. Poltrona. Fuori, il resto del mondo.

La moglie lo aveva detto con parole che non lasciavano spazio a interpretazioni ai nostri microfoni: “Mio marito è prigioniero in casa, e io lo dico chiaramente: quello che stanno facendo a lui è come un ergastolo, perché non ha ucciso nessuno, non ha fatto del male a nessuno, eppure è costretto a passare le sue giornate chiuso qui dentro senza poter scendere, senza poter prendere aria, senza poter fare una passeggiata”.

Parole che hanno smosso qualcosa. Non nelle risposte istituzionali immediate — quelle, fino ad oggi, sono rimaste ferme — ma nella comunità.

Ed è proprio qui che il racconto cambia. Perché la raccolta fondi non nasce come gesto isolato, ma come risposta a un vuoto.

Un vuoto fatto di pratiche avviate e mai concluse, di richieste accolte sulla carta ma mai tradotte in soluzioni concrete, di responsabilità rimbalzate tra enti diversi.

La famiglia aveva bussato a tutte le porte: ASL TO3, ATC, Comune. Aveva ottenuto sopralluoghi, valutazioni, persino una prescrizione. Ma non un montascale.

Ora, invece, arriva un’iniziativa che prova a scavalcare quel blocco.

“L’obiettivo della raccolta fondi è installare un montascale che permetta a Sergio di tornare a uscire di casa in sicurezza. Non si tratta solo di un intervento tecnico, ma di restituire una parte fondamentale della vita quotidiana: poter respirare aria aperta, raggiungere una visita medica senza ostacoli, vivere con maggiore autonomia e serenità”, spiegano dall’associazione.

Una definizione che centra il punto: non è solo un ausilio, è una soglia tra due condizioni di vita.

Il messaggio della campagna è diretto, quasi elementare nella sua forza: “Ridiamo la libertà a Sergio”.

E dentro quella parola — libertà — c’è tutto. Non solo la possibilità di uscire di casa, ma anche quella di continuare a curarsi senza ostacoli, di mantenere relazioni, di non essere ridotto a una presenza invisibile.

Per contribuire è stato attivato un conto dedicato:

IBAN: IT74M0503430541000000009963
Intestatario: Associazione Noi Ci Siamo ODV
Causale: Ridiamo la libertà a Sergio

Una richiesta semplice, che punta sulla partecipazione collettiva.

“Ogni contributo, anche piccolo, può fare la differenza”. Nel frattempo, qualcosa si muove anche sul piano istituzionale.

Nei giorni successivi alla pubblicazione della vicenda, c’è stata una visita del sindaco uscente Fabio Giulivi.

Un passaggio che ha un peso politico evidente, soprattutto in un momento in cui la città si avvicina al rinnovo del Consiglio comunale. Perché questa storia, ormai, non è più soltanto una vicenda privata. È diventata un caso pubblico.

Resta però il nodo centrale, che non può essere aggirato: perché si è arrivati a questo punto?

Perché una famiglia, dopo mesi di richieste, si trova ancora senza una soluzione e deve affidarsi a una raccolta fondi per ottenere ciò che, di fatto, è un intervento di abbattimento delle barriere architettoniche?

La domanda resta aperta. Ma il dato è chiaro: senza questa mobilitazione, nulla si sarebbe mosso.

Intanto, nella casa di via Buozzi, la quotidianità non cambia. Daniela Fregnan continua a prendersi cura del marito da sola, come fa da mesi, come ha raccontato con lucidità e senza retorica: “La nostra giornata si svolge tutta così, tra la cucina, il bagno e la camera. Io lo tiro su dal letto, lo accompagno, lo lavo, lo cambio, gli faccio da deambulatore, perché qui dentro un deambulatore vero non passa. E intanto fuori la vita va avanti, ma noi restiamo qui”.

Una normalità che non è normale. C’è un passaggio, nel racconto della moglie, che oggi assume un significato diverso. “Noi siamo qui che aspettiamo e vorremmo capire come finirà questa storia”.

Fino a pochi giorni fa, quella frase suonava come una resa sospesa. Oggi, almeno, ha davanti una possibilità.

La raccolta fondi non è una soluzione strutturale. Non risolve il problema generale delle barriere architettoniche negli alloggi popolari. Non risponde alla domanda su cosa debba fare il sistema pubblico in questi casi. Ma è un fatto e i fatti, quando arrivano, possono cambiare il quadro.

In conclusione, questa vicenda dice qualcosa di preciso: dice che i diritti, da soli, non bastano. Dice che le certificazioni, le invalidità riconosciute, le prese in carico, restano incomplete se non si traducono in strumenti concreti.

Ora resta da capire se questo movimento sarà sufficiente. Se i fondi arriveranno. Se il montascale verrà installato. Se Sergio tornerà davvero a uscire di casa.

Ma una cosa è già cambiata: quella porta chiusa, quel terzo piano, quella storia invisibile, oggi non lo è più.

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