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Torino riscrive il piano, Milano presenta il conto. L'assessore Paolo Mazzoleni nel mirino tra urbanistica e inchieste

Dalle norme “fragili” alla discrezionalità pericolosa: l’affondo del M5S sul nuovo Piano Regolatore. E sullo sfondo pesa il modello Milano, tra inchieste e ombre politiche

Torino riscrive il piano, Milano presenta il conto. L'assessore Paolo Mazzoleni nel mirino tra urbanistica e inchieste

Il deputato Antonio Maria e l'assessore Paolo Mazzoleni

Torino si prepara a riscrivere le proprie regole urbanistiche, ma il copione — a sentire qualcuno — rischia di essere già stato visto. E non con un lieto fine. A puntare il dito è il deputato Antonio Iaria (M5S). Entra a gamba tesa sul nuovo Piano Regolatore presentato dall’assessore Paolo Mazzoleni, con un attacco che parte tecnico e finisce inevitabilmente politico.

“Come architetto con esperienza diretta nel settore edilizio, e come parlamentare che segue da anni le politiche urbane nazionali, devo dire con chiarezza che la proposta di nuovo Piano Regolatore presentata dall’assessore Mazzoleni mi preoccupa. Non è una questione di schieramento politico: è una questione di metodo, di merito e di opportunità istituzionale.”

Il problema non è solo di principio. È anche — e soprattutto — di contenuto.

“Sul piano tecnico, il progetto che circola manca di concretezza. Parole come ‘flessibilità’, ‘ecosistema urbano’ e ‘rigenerazione’ riempiono le slide ma non dicono ai torinesi cosa cambia davvero per i loro quartieri, quali aree vengono liberate, quali vincoli cadono, quali volumetrie possono crescere e a vantaggio di chi.”

Fin qui, critica classica. Ma secondo Iaria, il "Piano Mazzoleni" non è solo vago è anche fragile (“Le belle parole poggiano su basi giuridiche fragili.”) e la scelta di attendere una copertura normativa regionale suona più come un salto nel vuoto. “Aspettare il provvedimento regionale di copertura è una scommessa rischiosa: strumenti analoghi sono già stati impugnati a livello centrale, e un eventuale ricorso potrebbe paralizzare tutto.”

Il problema più grave è strutturale.

“Un piano costruito sulla discrezionalità caso per caso scarica sugli uffici tecnici comunali un carico insostenibile: contrattare operazione per operazione, cantiere per cantiere, non è pianificazione urbana, è gestione dell’emergenza permanente.”

"Questo piano - aggiunge - ripropone esattamente la logica del ‘Salva Milano’, una spinta alla semplificazione che nella pratica ha complicato la vita a tutti. Riproporla a Torino non è innovazione: è un errore che potevamo evitare.”

Il riferimento diventa ancora più pesante quando si passa dalle norme agli effetti. “La struttura che si intravede — discrezionalità amministrativa elevata, norme interpretabili, forte dipendenza dall’interazione tra privati e pubblica amministrazione — è la stessa che a Milano ha prodotto risultati devastanti.”

Cioè indagini, inchieste, cantieri sequestrati, dimissioni eccellenti, decine di tecnici e funzionari coinvolti.

Chiaro a tutti che evocare Milano oggi significa inevitabilmente chiamare in causa anche il contesto giudiziario che ruota attorno a quel modello. E quindi, indirettamente, anche l’assessore Mazzoleni, che da quella stagione proviene. Un riferimento che Iaria formalmente tiene sul piano generale, ma che nel dibattito pubblico pesa molto di più.

“Non si tratta di anticipare giudizi su vicende giudiziarie in corso, che spettano alla magistratura.” Ma la domanda resta lì, tagliente: “Perché importare a Torino un modello che altrove ha già dimostrato i suoi limiti, non solo etici ma economici e sociali?”

Da qui l'affondo: “L’assessore Mazzoleni avrebbe potuto imparare dalla lezione milanese. Invece sembra non averla ascoltata. E questo è un problema politico prima ancora che tecnico.”

Nel frattempo Torino, ricorda Iaria, continua a inseguire un piano che non arriva mai davvero.

“Torino in questi anni ha perso occasioni importanti in materia di urbanistica. La città ha bisogno di un piano chiaro, trasparente nelle regole, orientato alla rigenerazione delle periferie, all’efficienza energetica degli edifici esistenti, al trasporto pubblico come struttura portante dello sviluppo urbano.” Non l’ennesimo schema aperto a interpretazioni. “Non ha bisogno di un altro piano vago che lasci troppo spazio alle interpretazioni e troppo poco alle certezze dei cittadini.”

Gran finale con il sindaco Stefano Lo Russo, chiamato a mettere la faccia su tutto il percorso. “Ha la responsabilità politica di questo percorso. Chiediamo che il nuovo Piano Regolatore venga presentato con dati, numeri, simulazioni di impatto reale. E che le scelte su chi guida l’urbanistica di questa città siano all’altezza del momento.”

Il risultato, per ora, è un piano che esiste più nelle intenzioni che nella sostanza. E un dibattito che, da urbanistico, si è già trasformato in qualcosa di molto più scivoloso: un confronto su modelli, responsabilità e — anche se nessuno lo dice troppo forte — precedenti che fanno rumore.

sTeano lo russo

L'inchiesta imbarazzante...

MILANO – Tutto comincia da un cortile. Che non sarebbe un cortile, ma uno “spazio interno residuale”. E già qui si capisce il livello. Perché nell’urbanistica milanese degli ultimi anni le parole non descrivono: trasformano. Un cortile diventa qualcos’altro, e dentro quel qualcos’altro può spuntare un palazzo di sette piani dove prima c’erano tre piani e una villetta. Si chiama “Hidden Garden”, suona elegante, internazionale, vendibile. Ma per la Procura è un’altra cosa: un’operazione edilizia autorizzata sulla base di permessi ritenuti illegittimi, in violazione delle norme sulle altezze negli spazi interni.

È da lì che parte uno dei filoni più pesanti sull’urbanistica milanese, un’indagine aperta più di tre anni fa che oggi conta 26 imputati e accuse che vanno dalla lottizzazione abusiva all’abuso edilizio, fino al falso e alla corruzione. Un’inchiesta che non si limita al singolo cantiere ma prova a mettere a fuoco un meccanismo più ampio, quello che i magistrati chiamano — senza troppi giri di parole — un “sistema”.

Nel procedimento, il giudice dell’udienza preliminare Maria Beatrice Parati ha ammesso come parti civili una quarantina tra residenti e cittadini milanesi, oltre a chi si è mosso con un’azione popolare per sostituirsi a un Comune rimasto, formalmente, persona offesa ma non parte civile. Un dettaglio che pesa: perché racconta di una città che, almeno in parte, si è dovuta difendere da sola. Fuori invece gli acquirenti degli appartamenti, una ventina, tagliati fuori dal processo risarcitorio. Dentro restano i vicini, quelli che il palazzo se lo sono trovati addosso.

hidden garden

Tra gli imputati c’è anche Paolo Mazzoleni. Architetto, docente al Politecnico, all’epoca dei fatti componente della Commissione Paesaggio del Comune di Milano. Oggi assessore all’Urbanistica di Torino. Per i pubblici ministeri è il “progettista ideatore e ispiratore del falso”, insieme alla collaboratrice Ombra Katina Bruno, in concorso con dirigenti comunali e membri della stessa Commissione. L’accusa è pesante e molto tecnica: aver contribuito a costruire una rappresentazione alterata dei luoghi, omettendo di riconoscere che l’intervento insisteva su uno spazio configurabile come cortile, e quindi soggetto a vincoli più stringenti. Una manipolazione che, secondo gli inquirenti, avrebbe consentito di far passare una nuova costruzione — un edificio di 27 metri, sette piani, 45 appartamenti di lusso — come semplice ristrutturazione edilizia.

Il "cuore" dell’inchiesta sta qui: nella differenza tra ciò che è e ciò che viene dichiarato. Perché se è ristrutturazione, il regime autorizzativo è più leggero, gli oneri urbanistici si riducono, le procedure si accorciano. Se invece è nuova costruzione, cambia tutto. Secondo la Procura, in questo caso si sarebbe scelto consapevolmente il primo percorso, parlando di “plurimi artifici e violazioni di legge” e di una “lottizzazione abusiva cartolare”. Tradotto: non serve spianare terreni, basta piegare le carte.

Non è un episodio isolato. È il primo tassello. Quello che, sempre secondo i magistrati, ha fatto emergere una modalità operativa più ampia, una gestione dell’urbanistica che avrebbe favorito specifici operatori e progetti ad alto valore immobiliare, spesso legati al segmento del lusso. Un sistema che non si è fermato nemmeno davanti ai sequestri: il cantiere dell’Hidden Garden viene bloccato nel 2022 su impulso dei residenti, ma i giudici — dal gip fino alla Cassazione — respingono le richieste della Procura di fermare definitivamente i lavori. Il palazzo va avanti. L’inchiesta pure.

E infatti si allarga. Un secondo filone riguarda il cantiere “Scalo House”, sequestrato un anno fa. Qui il quadro si ripete: trasformazioni urbanistiche all’interno di uno spazio interno, costruzioni ritenute irregolari, una residenza universitaria da 122 posti letto già realizzata e altri edifici in corso — una torre di 13 piani e un palazzo di 8. Anche in questo caso si parla di lottizzazione abusiva. Anche in questo caso, tra i 22 indagati, ricompare Mazzoleni. È il secondo avviso di conclusione indagini che lo raggiunge, dopo quello relativo all’Hidden Garden.

Ma i fascicoli, in totale, sono quattro. Tutti legati alla sua attività di progettista a Milano. Tutti dentro lo stesso perimetro: operazioni urbanistiche complesse, interpretazioni spinte delle norme, rapporti con gli uffici comunali. In uno degli atti, i pm descrivono un’operazione edilizia avviata nel 2019 come un percorso “fortemente alterato nelle procedure e nelle valutazioni sostanziali”, finalizzato a “conseguire abnormi volumetrie con minimi oneri”, attraverso quello che definiscono un vero e proprio “maquillage giuridico”. Cinque anni di istruttoria, sostengono, per arrivare a un risultato che altrimenti non sarebbe stato possibile.

In mezzo ci sono i nomi dell’urbanistica milanese: costruttori, tecnici, funzionari pubblici. C’è Giovanni Oggioni, ex dirigente dello Sportello unico per l’edilizia, c’è la Commissione Paesaggio, organo teoricamente deputato a valutare l’impatto degli interventi. Ed è proprio su quel passaggio che l’inchiesta colpisce più duro: sulla capacità — o volontà — di controllare davvero ciò che veniva autorizzato.

Le conseguenze politiche a Milano sono già arrivate. L’indagine ha contribuito a travolgere la gestione dell’urbanistica cittadina, fino alle dimissioni dell’assessore alla Rigenerazione urbana Giancarlo Tancredi. Non una figura marginale, ma uno dei perni dell’amministrazione. Segno che il terremoto non è solo giudiziario.

E mentre a Milano si scava dentro quello che appare come un sistema, a Torino Paolo Mazzoleni continua a fare l’assessore all’Urbanistica. È lui che sta guidando il nuovo piano regolatore, il documento destinato a ridisegnare la città dopo oltre trent’anni. Un piano che promette più flessibilità, più rigenerazione, più capacità di adattarsi alle trasformazioni urbane. Meno vincoli rigidi, più discrezionalità.

È qui che le due storie si sovrappongono. Perché le accuse milanesi — tutte da verificare in sede processuale — parlano esattamente di questo: di come la flessibilità possa diventare leva, di come l’interpretazione delle norme possa spingere oltre i limiti, di come la linea tra pianificazione e interesse privato possa farsi sottile. Sottilissima.

E allora resta il dato, freddo, da cronaca giudiziaria: quattro inchieste, due avvisi di conclusione indagini recenti, una richiesta di rinvio a giudizio già sul tavolo per il caso simbolo, quello dell’Hidden Garden. Un impianto accusatorio che parla di falsi, abusi, lottizzazioni. E un nome che ricorre, sempre lo stesso, in tutti i fascicoli.

Il resto, per ora, è sospeso tra le carte dei magistrati e le scelte della politica. Ma le carte, intanto, si accumulano.

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