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16 Aprile 2026 - 11:24
Un archivio riaperto dopo secoli: il volume perduto torna a raccontare Chivasso
Il documento c’era, ma non si trovava più. Compariva negli inventari, citato, registrato, eppure assente. Un vuoto. Ora quel vuoto è stato colmato: il “Libro I” dell’Archivio della Confraternita del Santissimo Nome di Gesù di Chivasso è riemerso e torna a parlare. È attorno a questo ritrovamento che si è costruita la serata del 10 aprile, inserita nel ciclo dei “Venerdì di Storia 2026” della Società Storica Chivassese, con la presentazione affidata all’archivista Michela Tappero e il contributo del Rotary Club Chivasso, che ha sostenuto il recupero.
Non è solo un libro. È un pezzo di storia locale che riemerge e che permette di ricostruire con maggiore precisione il ruolo di una delle istituzioni religiose più radicate nella città. «Colmare una lacuna è sempre una gioia, ma qui si tratta di restituire un tassello fondamentale della memoria di Chivasso», è il senso che attraversa l’intervento.
La confraternita nasce nel 1512, in un contesto segnato da tensioni tra Francia e Spagna. A guidarne i primi passi è Gerolamo Manerolo, che riunisce i confratelli e stabilisce una prima sede nella chiesa di Santa Maria della Misericordia, dentro le mura cittadine. Gli statuti regolano la vita interna, fissano ruoli, obblighi, identità. Ma la stabilità dura poco. Guerre, danni, contrasti con il clero costringono la confraternita a spostarsi più volte. Nel 1547 approda alla chiesa di San Michele, ma le tensioni con il parroco sui benefici e sulle messe aprono una stagione di conflitti e trasferimenti continui: sedi provvisorie, spazi troppo piccoli, una presenza instabile.

La svolta arriva con la decisione di acquistare un terreno proprio. È lì che prende forma la nuova chiesa, tra difficoltà, pestilenze e tempi lunghi. La costruzione si conclude nel 1607, quando viene celebrata la prima messa. Da quel momento la confraternita consolida la propria presenza, strutturandosi anche internamente con nuove compagnie devozionali, come quella degli Angeli Custodi.
Tra Seicento e Settecento il peso della confraternita cresce. Cambiano gli edifici, cambiano gli equilibri. Interventi imposti dal potere regio, rifacimenti, nuove strutture: sacrestia, campanile, coro. Il progetto passa anche dalle mani dell’architetto Vittone, mentre tra il 1751 e il 1790 viene realizzato un nuovo altare in marmo, nonostante difficoltà economiche evidenti. Il prestigio è alto: tra gli iscritti compaiono amministratori, notabili, figure influenti della città. E soprattutto aumenta l’autonomia rispetto ai parroci, con una gestione più diretta di beni e attività religiose.
Poi arriva la frattura. L’età napoleonica spezza questo equilibrio. Nel 1798 il Piemonte viene occupato, la chiesa utilizzata come ricovero per le truppe, danneggiata. Dopo la battaglia di Marengo e l’annessione alla Francia, il quadro cambia radicalmente: soppressioni, obbligo di dichiarare beni, tassazione pesante. Nel 1806 la confraternita viene formalmente abolita, nel 1811 parte dell’archivio passa alla fabbrica parrocchiale. Il ritorno dei Savoia nel 1814 non basta a ricostruire ciò che è stato smantellato. Il decreto del 1819 ridimensiona definitivamente le confraternite: da istituzioni autonome a semplici associazioni cattoliche. Da lì in avanti, è un lento indebolimento.
Eppure, proprio il “Libro I” restituisce la forza di quella realtà. Una comunità viva, capace di tenere insieme fede e assistenza. I numeri parlano chiaro: nel 1829 si contano circa 500 confratelli e 500 consorelle. Le attività sono concrete: sostegno agli indigenti, assistenza durante le pestilenze, organizzazione dei funerali, riti come la lavanda dei piedi. Una struttura precisa, con priori di città e di campagna, consiglieri, tesoriere, sacrestano. Compiti definiti: dalla fornitura di cera e olio per le celebrazioni fino alla gestione economica.
Ma il volume racconta anche le gerarchie di un’epoca. Le consorelle ci sono, numerose, ma restano ai margini delle funzioni ufficiali. Niente abito, niente ruoli pubblici nei funerali o nelle celebrazioni. A loro spettano mansioni pratiche, domestiche. Un’organizzazione che riflette in modo netto la società del tempo.
Dentro quelle pagine c’è anche la dimensione della devozione: reliquie custodite con cura, tra cui quelle legate al Beato Angelo Carletti, pellegrinaggi organizzati anche a piedi, indulgenze, un giubileo perpetuo che rafforza il legame tra confraternita e comunità.
Il punto, però, è un altro. Questo archivio non racconta solo una confraternita. Racconta Chivasso. Le sue crisi, le sue trasformazioni, i rapporti tra potere religioso e civile, tra centro e periferia, tra uomini e istituzioni. Il recupero del “Libro I” non è un’operazione nostalgica. È un atto concreto di ricostruzione della memoria.
E oggi quella memoria torna disponibile. Completa un pezzo mancante. Rimette in fila i fatti. E restituisce alla città una parte della propria storia che rischiava di restare, semplicemente, un nome in un inventario.
Il ciclo dei Venerdì di Storia si avvia ora alla conclusione. L’ultimo appuntamento, in programma il 17 aprile alle ore 21.00 al Movicentro di Chivasso, sposta lo sguardo dal passato remoto a una memoria più recente e mediatica: “Chivasso in televisione”, con il racconto del prof. Ferdinando Viglieno-Cossalino, protagonista dell’esperienza nella trasmissione Campanile Sera. Un passaggio che chiude il percorso con un cambio di prospettiva: dalla storia custodita negli archivi alla storia vissuta e raccontata davanti alle telecamere. Due piani diversi, ma lo stesso nodo di fondo: come una comunità costruisce, conserva e trasmette la propria identità.
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