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Ombre su Torino
16 Aprile 2026 - 07:17
14 gennaio 1922, ore 16.
Un uomo ha appena varcato la soglia d’ingresso di un calzolaio in via San Massimo 17, pieno centro di Torino. Non è la prima volta che si rivolge al negozio e, infatti, entrando, saluta sia la commessa che la proprietaria dell’esercizio, Caterina Grassi, 66 anni.
L’avventore, anch’egli un ciabattino, è un trentenne dallo spiccato accento meridionale e dalla parlantina suadente che quel giorno si trova lì perché deve fare aggiustare delle tomaie. Si intrattiene per qualche minuto con le due donne e poi, dopo aver garantito che sarebbe tornato prima delle 19, si stringe il suo “paletot” marrone e se ne va.
Il pomeriggio passa ma il giovane non si vede più.
Arrivato l’orario di chiusura, l’assistente saluta la signora Grassi tirando giù la serranda all’ingresso, lasciandola dentro. L’anziana non ha tanta voglia di cucinarsi da sé e quindi, come ogni sera, attende che la portiera dello stabile (passando da una porta interna) le porti qualcosa che mangerà in una stanzetta attigua a quelle di vendita.
La custode arriva intorno alle 19,30.
Bussa ma non riceve alcuna risposta. Dopo alcuni colpi, tuttavia, l’uscio si apre. All’interno è tutto buio, silenzioso, sembra non ci sia nessuno ma non è così.
La signora Grassi è riversa a terra vicino al registratore di cassa, ricoperta da alcuni enormi rotoli di cuoio e con una grossa ferita sotto la gola dalla quale è fuoriuscito un copioso quantitativo di sangue. È morta, sgozzata.
Pur non trovandola, gli inquirenti ipotizzano che l’arma del delitto sia un trincetto. Più sicuro appare il movente: l’attività è in buona salute e il colpevole ha frugato solo nei cassetti dove c’erano soldi e valori, è stata una rapina finita male. Dopo un giorno d’indagini, alla polizia torna in mente un caso analogo avvenuto qualche mese prima e rimasto senza colpevoli che coinvolgeva, tra l’altro, proprio un’amica della vittima.
Era avvenuto il 10 novembre 1921, in via Belvedere 26.
Quella volta a rimanere uccisa era stata Giovanna Galletti, 76 anni.
Teatro dell’omicidio una bottega da rigattiere ricolma di stufe rabberciate, cataste di rottami e cianfrusaglie di ogni tipo. L’assassino, non essendoci molto da rubare, aveva stordito con otto colpi in testa la vecchietta e poi, dopo averle preso una catenina e 300 lire che aveva addosso in un grembiule, l’aveva soffocata con uno straccio e reciso la carotide con una lima triangolare.
Si era approfittato di una signora completamente sorda che metteva sopra l’ingresso del suo negozio un grosso vassoio che, cadendo, la avvertiva che qualcuno fosse entrato. La stessa aveva anche un problema di vista sorto a seguito di una brutta scena a cui aveva assistito. Era nel calzolaio della Grassi e si trovò in mezzo tra la titolare e il marito che, in un momento di follia, aveva tentato di accoltellarla. Si era frapposta tra i due rimanendo profondamente (e fisicamente) traumatizzata ma rinsaldando il rapporto con l’amica che, quando seppe della sua brutta fine, iniziò a prendere mille precauzioni, tra cui mangiare in negozio.
Si scopre che, nel caso Galletti, poco prima dell’accaduto, l’uccisa era stata vista parlare con due uomini: anche quella volta uno aveva un soprabito “noisette”. Lo stesso cappotto era stato notato, da un testimone, addosso a un tizio che si aggirava sospetto con un complice in via San Massimo il giorno prima dell’omicidio Grassi. Per gli investigatori non ci sono dubbi: le due tragedie sono collegate, sono quei due i colpevoli.
Le loro identità vengono svelate il 19 gennaio. “L’uomo del paletot” irreperibile fin dal giorno dopo l’assassinio, si chiama Giuseppe Cavallaro.
Siciliano, ha 32 anni ed effettivamente fa il calzolaio. Lo tradisce quel particolare capo d’abbigliamento e la dichiarazione dell’aiutante della Grassi, Rosa Accatino. La giovane (a un certo punto accusata di complicità, poi prosciolta) riferisce di una sera in cui, con molta gentilezza, l’aveva accompagnata a casa dopo il lavoro. Nel tragitto avevano parlato a lungo e si era fatta scappare molti particolari sui possedimenti e le abitudini della padrona: ingenuità fatali.
Col principale indiziato uccel di bosco, viene fermato il suo miglior amico e coinquilino, Antonio Di Pietro, 21 anni. Portato in questura, viene interrogato per 12 ore consecutive e, alla fine, confessa.
Parte da lontano. Rivela che lavorava in un’officina ma che il suo sogno era sempre stato quello di fare l’attore di cinema muto. L’opportunità si presenta, nel 1920, sotto forma di un annuncio che vede su un giornale e che riguarda la Suprema Film, un’accademia di formazione per i nuovi talenti del grande schermo.
È qui che incontra Cavallaro.
Ne rimane affascinato, sviluppando in breve una incondizionata ammirazione che li porterà a dividere l’abitazione e a mettere i soldi in comune. Gli viene prospettata una fulgida carriera professionale ma, a fine 1921, la scuola chiude.
Con i loro sogni di gloria infranti, Cavallaro decide di tornare a fare il calzolaio e Di Pietro diventa un venditore ambulante. In breve tempo, però, non hanno più i soldi per pagare l’affitto e si danno alle rapine. Di Pietro, che nega di essere coinvolto nello sgozzamento della Galletti, spiega che la sera del delitto Grassi avrebbe solo da palo e che l’amico riconosciuto la sua colpevolezza il giorno dopo, appena prima di fuggire.
Arrestato il 21 gennaio, mentre a Udine sta cercando di lasciare il paese, Cavallaro racconta una versione diversa. Nel negozio di calzoleria sono entrati insieme, poco dopo la chiusura. Mentre parlano del prezzo per la riparazione delle tomaie, avrebbe puntato il trincetto alla gola della donna, chiedendo dove fossero i soldi. La vecchietta si sarebbe divincolata e gli avrebbe strappato l’arma di mano ma Di Pietro le avrebbe preso il braccio rivolgendole contro la lama, tagliandole la gola.
Anche lui dirà che con la morte della Galletti non c’entra niente e non cambierà idea fino al 20 agosto 1922.
È in quel giorno che, in carcere, passa a miglior vita. Si ammala ai polmoni dietro le sbarre e non si lagna, non richiede di essere curato, smette di mangiare. La Stampa riporta: “Alla rapidità della sua fine contribuirono cause morali, quasi un abbandono al suo destino, quale potrebbe essere quello di un suicida che non ha il coraggio di compiere il gesto fatale. Forse in questo si trova l'ombra del pentimento."
E, infine, un attimo prima di esalare l’ultimo respiro, confessa anche di aver ammazzato in via Belvedere, scagionando Di Pietro.
L’epilogo arriva nel dicembre 1922. A processo, l’unico imputato restato in vita, Antonio Di Pietro, anche grazie alle parole del suo amico, viene condannato a 30 anni di reclusione e 10 di vigilanza speciale per l’omicidio Grassi e assolto per quello della rigattiera.
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