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Lo Stiletto di Clio
15 Aprile 2026 - 22:07
Budapest 1956
Non c’è alcun dubbio! A vincere le elezioni in Ungheria, lo scorso 12 aprile, sono stati i politici italiani. Tutti. La sinistra, da Elly Schlein alla premiata ditta Bonelli & Fratoianni, si presenta in modalità «trottola con le batterie nuove», tutta presa a festeggiare il risultato della destra conservatrice, alla cui guida vi è un cattolico praticante (ohibò!).
Giuseppe Conte gongola perché le acque del «Danubio blu» starebbero per riversarsi su Palazzo Chigi e travolgere la sua bionda inquilina (perdinci!). Il serafico Antonio Tajani si dichiara appagato per il trionfo di un leader che fa parte, a Strasburgo, dello stesso gruppo parlamentare di Forza Italia (ma guarda te!). Meno baldanzoso e più introspettivo appare Matteo Salvini, lanciatosi in profonde riflessioni da pausa caffè: «Boh, vediamo come andrà!» (perbacco!).
Sull’acutezza delle dichiarazioni di altri (Riccardo Magi, Matteo Salvini, Carlo Calenda, Roberto Vannacci e compagnia verbosa) si può applicare il proverbio «un bel tacer non fu mai così necessario». In definitiva, trova pieno riscontro la teoria secondo la quale la politica è uno specchio in cui ognuno vede ciò che vuole, tuttavia la qualità dell’immagine non è affatto garantita.

Il quotidiano del Partito comunista italiano plaude all'intervento sovietico in Ungheria

L'allora palazzo civico di Settimo Torinese
Meno farfalloni, a quanto pare, erano gli eletti nel 1956, quando l’Ungheria balzò improvvisamene all’attenzione delle cronache. Esattamente settant’anni or sono, infatti, il 23 ottobre, cominciava la «primavera di Budapest» (ma si era in pieno autunno), cioè la grande rivolta antisovietica. Il comunista riformista Imre Nagy (1896-1958) costituì un governo di coalizione, rendendo noto di voler ristabilire le libertà fondamentali e annunciando l’uscita del proprio Paese dal Patto di Varsavia, premessa indispensabile per l’equidistanza politica fra Usa e Urss. Sennonché, il 3 novembre, l’esercito di Mosca intervenne a ripristinare lo status quo. In quegli stessi giorni, Inghilterra e Francia coordinarono un’azione militare insieme a Israele, come risposta alle pretese nazionalizzatrici degli egiziani sul canale di Suez.
Di quei problemi si discusse anche a Settimo Torinese durante una burrascosa seduta del consiglio comunale, il 30 novembre. Le elezioni amministrative del maggio precedente avevano scombussolato gli assetti politici locali. Dopo un decennio di giunte socialcomuniste, Democrazia cristiana e Partito socialdemocratico reggevano il Comune. Luigi Raspini (1885-1970)) ricopriva la carica di primo cittadino: sindaco dalla primavera del 1945, egli era entrato nel Psdi col Partito socialista unitario di Giuseppe Romita.
Fu il socialdemocratico Antonio Fornello a elettrizzare il consiglio comunale con parole di fuoco contro l’Urss. «Operai e studenti, ragazzi, uomini e donne di quel proletariato che una propaganda interessata tendeva a farci apparire felice e teso a un luminoso avvenire – disse – hanno opposto i loro petti inermi ai carri armati […]; dopo dieci anni di inaudite sofferenze e privazioni, dichiarano, con la loro rivolta, il fallimento di un regime». Fornello condannò anche la politica del colonnello egiziano Gamal Abd el-Nasser e delle potenze europee. «Deploriamo il dittatore – puntualizzò – che fa leva sullo sciovinismo delle masse arabe e viola impudentemente i trattati internazionali, ma ugualmente deploriamo e condanniamo l’intervento armato e l’iniziativa unilaterale di quelle potenze che, in dispiego della volontà del supremo consesso delle nazioni, hanno compiuto atti di guerra a difesa di concezioni colonialistiche di monopolio e privilegio».
A nome del gruppo socialista, Giuseppe Bertetti si disse allarmato per i fatti d’Egitto e d’Ungheria che rischiavano di «sconvolgere l’equilibrio mondiale e di compromettere la pace». Quindi, disapprovando ogni forma di ricorso alle armi, si scagliò contro le speculazioni dei fascisti (è probabile che intendesse riferirsi agli scontri in Parlamento e nelle piazze di alcune città italiane). «Gridando al fallimento del socialismo», i fascisti – sostenne Bertetti – tentavano di «impedire l’ascesa e l’affermazione della classe operaia».
Dal verbale della seduta risulta che i consiglieri comunisti si sforzarono di mostrarsi imperturbabili. Almeno in un primo tempo... Sergio Cunioli cercò abilmente di spostare il discorso, senza riferirsi né all’Ungheria né all’Urss, ma dilungandosi sui pericoli di un conflitto atomico e sulla necessità di ridurre le spese militari. «Il disarmo e il ritiro di tutte le truppe straniere da ogni Paese» erano necessari per la pace e rappresentavano «la migliore garanzia» di «realizzare, in Italia, le riforme di struttura […] e migliorare il tenore di vita del popolo italiano».
A quel punto il dibattito degenerò. Il sindaco Raspini fece di tutto per mediare, proponendo un ordine del giorno che esprimesse «commossa solidarietà» all’Ungheria, «riverenza ai caduti per la libertà e […] condanna» della violenza da parte di «qualsiasi Paese». Ma ogni conciliazione apparve impossibile. A maggioranza, coi voti democristiani, fu infine approvato il documento dei socialdemocratici.
La «primavera di Budapest» venne repressa nel sangue. Imre Nagy finì i propri giorni sul patibolo (Palmiro Togliatti, il segretario del Pci, si adoperò affinché l’impiccagione avesse luogo dopo la scadenza elettorale del maggio 1958 per non pagarne il conto nelle urne), però gli ungheresi lo riabilitarono con un solenne funerale di Stato, il 16 giugno 1989, dopo la fine del comunismo. Toccò a un giovane ventiseienne dai capelli ricci commemorare, fra gli altri, lo sfortunato leader. Era Viktor Orbán, che poi cambierà idea e ne farà rimuovere la statua dalla piazza del Parlamento. Sic vita est.
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