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15 Aprile 2026 - 17:08
Gabriella Colosso
C’è un modo molto semplice per capire se chi parla di commercio lo conosce davvero: ascoltare le soluzioni che propone. Se sono semplici, lineari, quasi automatiche, allora quasi sempre sono sbagliate.
Prendiamo Ivrea. La città perde imprese. Lo dice la Camera di Commercio, non certo noi. E’ l’unico, tra i principali comuni della provincia, a chiudere in negativo il 2025. Un segnale. Uno di quelli che, in teoria, dovrebbero accendere una lampadina.
E invece no. Arriva l’assessora al Commercio, Gabriella Colosso, e ci spiega che il problema sono i negozi chiusi la domenica. Che bisogna aprire di più. Che la città deve essere viva. Che altrimenti la gente va altrove.
Tutto molto logico. Tutto molto lineare. Tutto molto… teorico. Perché nella realtà, quella che si misura a fine giornata davanti al registratore di cassa, le cose funzionano un po’ diversamente. Se non entra nessuno, stare aperti non è un’opportunità. È una perdita.

Ma questo è un dettaglio. Il punto è che si continua a raccontare il commercio come se fosse una questione di volontà. Apri, lavori, vendi. Non apri, perdi. Una specie di equazione morale, più che economica.
Peccato che non sia così. Lo spiegano, con una chiarezza che dovrebbe bastare da sola, i commercianti: quando arriva il mercato della “Crocetta più in tour”, loro smettono di vendere. Prima e dopo. Un mese, praticamente, congelato.
E qui la politica dovrebbe fermarsi, ascoltare, capire.
Invece rilancia. Perché la linea è questa: più eventi, più aperture, più sforzo. Sempre dalla stessa parte, tra l’altro. Mai da chi organizza, mai da chi decide. Sempre da chi sta dietro al bancone.
A riportare il discorso sulla realtà ci prova il consigliere comunale Massimiliano De Stefano: «Il problema non è il mercato della Crocetta in sé. Il problema è che qui si tratta di una scelta politica».
Esatto. Politica. Perché scegliere di portare eventi che concentrano gli acquisti altrove è una decisione. Continuare a farlo è una strategia. E poi spiegare ai commercianti che devono adattarsi è, semplicemente, la conseguenza.
Il problema è che le parole vanno da una parte e i fatti dall’altra. Si dice di voler tutelare il commercio di vicinato, ma si costruiscono condizioni che lo mettono in difficoltà. Si parla di rilancio, ma si interviene sempre sull’ultima ruota del carro: gli orari, le aperture, la disponibilità. Mai sul contesto. E allora succede questo: si chiede a chi ha meno forza di fare di più. Più ore, più giorni, più sacrifici. Come se bastasse allungare l’orario per aumentare gli incassi.
È una visione rassicurante. Anche comoda. Perché evita la domanda più scomoda di tutte: e se il problema fosse altrove? Se fosse nei flussi, nei modelli di consumo, nella concorrenza, nell'idea di città che la politica ha? Se fosse nel fatto che il commercio di vicinato non può essere trattato come una versione in miniatura della grande distribuzione? Ma queste sono questioni complicate. Richiedono analisi, scelte, magari anche qualche rinuncia.
Molto più semplice dire: tenete aperto. Nel frattempo, mentre la politica spiega, i commercianti provano a fare. Si organizzano, propongono, immaginano un’“Ivrea più” costruita da loro, con il territorio, per il territorio.
Un’idea semplice: partire da chi c’è, non da chi arriva. E qui si apre un altro paradosso. Chi vive la città tutti i giorni prova a costruire soluzioni. Chi la governa continua a dare indicazioni.
«Non puoi dire che vuoi salvare i negozi di quartiere e poi programmare eventi che li tengono fermi un mese», dice ancora Massimiliano De Stefano.
È una frase che dovrebbe bastare. Perché dentro c’è tutto: il problema, la contraddizione, la distanza. E invece si va avanti così. Tra eventi che riempiono le piazze per qualche ora e vie che si svuotano per settimane. Tra slogan sulla città viva e numeri che raccontano altro. Ivrea perde imprese. È un fatto. E la risposta che arriva è chiedere uno sforzo in più a chi è già in difficoltà. Non è una strategia. E' una "cagata"! E le "cagate", di solito, non bastano a governare una città.
Ma ancora non basta....
C’è stato un tempo – non così lontano – in cui la domenica era sacra. Non in senso liturgico, ma politico. La sinistra, il centrosinistra, quell'area lì, insomma, scendeva in piazza contro la grande distribuzione, si parlava di diritti, di dignità del lavoro, di famiglie. “La domenica non si tocca”, si diceva. E giù volantini, cortei, dichiarazioni indignate.
Poi qualcosa dev’essere successo nella testa di qualcuno.
Perché oggi gli stessi – o comunque una parte consistente di quella cultura politica – guardano il commercio di vicinato e dicono: dovete stare aperti. La domenica, certo. Ma già che ci siamo anche la sera, magari con orario continuato, e perché no, qualche festivo in più. Che male c’è.
È una piccola metamorfosi. Da difensori del tempo libero a promotori del tempo pieno. Sempre degli altri, si intende.
Il punto è che la grande distribuzione, quella contro cui si combatteva, è ancora lì. Aperta. Organizzata. Strutturata. Con turni, personale, margini. Non ha mai smesso di lavorare la domenica. Non ha mai avuto bisogno di essere convinta.
Chi invece oggi viene invitato a “fare uno sforzo” è il negoziante sotto casa. Quello che se apre deve esserci di persona. Quello che la domenica non la paga, la sacrifica.
E allora la domanda è semplice: cosa è cambiato nella testa di Gabriella Colosso? La realtà o il racconto?
Perché se la domenica era un diritto quando si parlava dei centri commerciali, diventa improvvisamente un lusso quando si parla di piccoli negozi. Una concessione. Una variabile. Qualcosa di cui si può fare a meno, purché si venda di più.
L’argomento è noto: la città deve vivere, la gente deve trovare tutto aperto, altrimenti va altrove. È il mercato, bellezza.
E qui arriva il cortocircuito: si chiede ai piccoli commercianti di competere con chi gioca un’altra partita. Stessi orari, stessa disponibilità, stesso servizio. Ma con risorse completamente diverse.
È come mettere una bicicletta in autostrada e poi lamentarsi se non tiene il passo.
La verità è che la domenica, per il commercio di vicinato, non è una questione ideologica. È una questione economica. Se conviene, si apre. Se non conviene, no. Non per pigrizia. Per sopravvivenza.
E invece la si trasforma in una questione morale. Se non apri, non ci credi abbastanza. Non fai squadra. Non cogli le opportunità.
Curioso. Quando si trattava di limitare la grande distribuzione, si parlava di diritti. Oggi, quando si tratta di chiedere di più ai piccoli, si parla di impegno.
Nel frattempo, le città cambiano. Le abitudini pure. L’online cresce, i flussi si spostano, i margini si assottigliano.
C’è poi un dettaglio, spesso trascurato: il commercio di vicinato non è solo vendita. È presenza, relazione, presidio. È quella luce accesa in una via che altrimenti resterebbe buia. È quel volto conosciuto che tiene insieme un quartiere.
Trasformarlo in una versione ridotta della grande distribuzione – sempre aperta, sempre disponibile, sempre operativa – significa snaturarlo. E forse anche condannarlo.
Perché il rischio è che, a forza di chiedere, resti sempre meno da chiedere. Meno negozi, meno persone, meno città.
All’assessora Gabriella Colosso quel che si chiede è un impegno vero per il "commercio" non della "fuffa", men che meno dei "gne gne". Si occupi dei parcheggi a pagamento che allontanano. Organizzi più iniziative il sabato, quando i negozi sono aperti. Si impegni per una città con attrazioni tutto l’anno. Di questo dovrebbe occuparsi un’assessora "seria" con delega al commercio.
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