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Autotrasportatori in sciopero, la Sicilia si ferma: “Così non possiamo più lavorare”

Stop nei porti e rifornimenti a rischio: protesta contro caro gasolio e costi dell’insularità

Autotrasportatori in sciopero, la Sicilia si ferma: “Così non possiamo più lavorare”

Autotrasportatori in sciopero, la Sicilia si ferma: “Così non possiamo più lavorare” (immagine di repertorio)

Non è una protesta come le altre. In Sicilia il fermo degli autotrasportatori assume i contorni di uno scontro più ampio, che intreccia energia, costi, insularità e ruolo economico dell’isola. Da mezzanotte è scattato lo stop di cinque giorni alle attività di carico e scarico nei principali porti, una scelta mirata che punta a colpire il cuore della logistica senza bloccare direttamente i cittadini.

Il risultato è immediato: la catena dei rifornimenti rischia di rallentare, soprattutto per la grande distribuzione, mostrando quanto il sistema dipenda da un comparto che oggi denuncia di essere arrivato al limite.

A guidare la protesta è il sindacato Sinalp, che parla apertamente di una crisi strutturale. Il nodo principale è il caro gasolio, ma non solo. Gli autotrasportatori siciliani denunciano un insieme di costi che, sommati, rendono sempre meno sostenibile lavorare sull’isola: dal prezzo del carburante agli aumenti dei traghetti, fino agli effetti della transizione energetica.

Al centro della protesta c’è una contraddizione che viene rivendicata con forza: la Sicilia produce una quota significativa del petrolio nazionale, ospita poli petrolchimici di rilievo come Priolo e Gela e dispone di giacimenti nel ragusano, ma – secondo i manifestanti – non beneficia di alcun vantaggio economico diretto. Anzi, sostiene costi elevati sia sul piano ambientale sia su quello produttivo.

Da qui nasce una delle accuse più dure: quella di una sorta di “squilibrio energetico”, per cui le risorse estratte sul territorio non si traducono in condizioni più favorevoli per imprese e lavoratori locali.

A pesare, secondo il sindacato, è anche il cosiddetto “costo dell’insularità”. Ogni spostamento implica il passaggio via mare, con tariffe in aumento. In questo quadro si inserisce anche la questione della tassa ETS, legata alle emissioni, che viene applicata al trasporto marittimo e che, a detta degli autotrasportatori, finisce per ricadere direttamente su chi utilizza i traghetti, con rincari anche di alcune centinaia di euro a tratta.

Il fermo non è solo una protesta ma anche una piattaforma di richieste. Tra queste, l’introduzione di un “prezzo etico” del carburante per le imprese siciliane, il reinvestimento delle risorse legate all’ETS nel sistema dei trasporti dell’isola e una revisione strutturale degli incentivi al trasporto marittimo.

Sul tavolo c’è anche il tema del lavoro, con la proposta di un contratto collettivo regionale che punti a riequilibrare le condizioni competitive tra le aziende siciliane e quelle del resto del Paese.

Il messaggio che arriva dalla protesta è netto: non si tratta solo di una vertenza economica, ma di una richiesta di ridefinizione del ruolo della Sicilia nel sistema energetico e logistico nazionale. Resta da capire se il blocco, nei prossimi giorni, riuscirà ad aprire un confronto con il Governo o se si tradurrà in un nuovo episodio di tensione destinato a spegnersi senza effetti strutturali.

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