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Il ciclo non è un lusso: nelle scuole di Torino cade il tabù che costa 20mila euro a studente

Parte il progetto “Senza imbarazzo”: assorbenti, educazione e consapevolezza in 16 istituti superiori. Una rivoluzione culturale che parte dai ragazzi

Il ciclo non è un lusso

Il ciclo non è un lusso: nelle scuole di Torino cade il tabù che costa 20mila euro a studente

Per anni è rimasto confinato tra imbarazzi, silenzi e stereotipi. Oggi il ciclo mestruale entra nelle scuole torinesi con un progetto che punta a ribaltare la prospettiva: non più un tema da nascondere, ma una questione di diritti, salute e consapevolezza collettiva. È questo il cuore di “Senza imbarazzo”, iniziativa sperimentale che coinvolge 16 istituti superiori del capoluogo piemontese e che nasce da un gesto semplice, quasi spontaneo, destinato però a trasformarsi in un caso emblematico.

Tutto parte da uno studente del liceo D’Azeglio. Nel tentativo di costruire un programma per la rappresentanza d’istituto, decide di affrontare un tema concreto: la difficoltà di accesso ai prodotti per l’igiene mestruale. Si presenta in una farmacia di quartiere, quella del Monumento, chiedendo la possibilità di ottenere assorbenti a prezzi calmierati o gratuitamente per la scuola. Una richiesta diretta, senza filtri, che trova una risposta immediata.

Da lì il passaparola è rapido. Altri studenti, in altre scuole, si muovono nella stessa direzione. Il fenomeno si allarga, coinvolge nuovi istituti e mette in luce una realtà spesso sottovalutata: la gestione del ciclo non è solo una questione personale, ma anche economica e sociale. Quando le richieste diventano più di una, diventa chiaro che serve qualcosa di strutturato.

Nasce così il progetto, grazie al coinvolgimento della rete dei farmacisti torinesi e delle istituzioni locali. Un’iniziativa che unisce distribuzione concreta di prodotti e attività di educazione sanitaria, con l’obiettivo di affrontare il tema in modo completo. La donazione di migliaia di confezioni di assorbenti rappresenta solo il primo passo. Il vero cambiamento passa attraverso la consapevolezza.

Il dato che più colpisce è quello legato ai costi. Nell’arco della vita, la spesa per i prodotti legati al ciclo può superare i 20mila euro. Una cifra che, per molti studenti, appare sorprendente e che contribuisce a cambiare la percezione del problema. Non si tratta più di una questione marginale, ma di un elemento strutturale della vita quotidiana che incide sulle condizioni economiche.

A questo si aggiunge un paradosso fiscale che alimenta il dibattito. I prodotti per il ciclo sono ancora soggetti a un’IVA più elevata rispetto ad altri beni considerati non essenziali. Un elemento che rafforza l’idea di una disparità di trattamento e che alimenta le richieste di intervento a livello nazionale.

Ma il cuore del progetto resta culturale. Portare il tema nelle scuole significa rompere un tabù radicato, che per generazioni ha condizionato il modo di vivere il ciclo mestruale. Non solo tra le ragazze, ma anche tra i ragazzi, spesso esclusi da qualsiasi forma di informazione strutturata.

Le iniziative previste includono momenti di confronto, incontri e strumenti di rilevazione come questionari, che serviranno a misurare l’impatto del progetto e a comprendere come cambia la percezione tra gli studenti. Un passaggio fondamentale per trasformare un’esperienza locale in un modello replicabile.

Il coinvolgimento delle istituzioni rappresenta un altro elemento chiave. L’amministrazione comunale ha scelto di sostenere il progetto, riconoscendone il valore educativo e sociale. Il tema dell’educazione affettiva e sessuale, insieme a quello del congedo mestruale, entra così nel dibattito pubblico con una nuova centralità.

Non è solo una questione di servizi, ma di linguaggio e mentalità. Per decenni, il ciclo è stato associato a una dimensione privata, quasi nascosta. Le superstizioni, i pregiudizi e le narrazioni distorte hanno contribuito a costruire un immaginario fatto di disagio e vergogna.

Oggi, invece, si prova a costruire un percorso diverso. Parlare apertamente del ciclo significa riconoscerlo come parte della normalità, senza caricarlo di significati negativi. Un passaggio che ha ricadute non solo sul piano individuale, ma anche su quello collettivo.

Il ruolo dei farmacisti, in questo contesto, assume una dimensione nuova. Non più solo fornitori di prodotti, ma attori attivi nella promozione della salute e della consapevolezza. Portare il tema nelle scuole significa entrare nei luoghi in cui si formano le nuove generazioni, offrendo strumenti concreti e informazioni corrette.

Il progetto torinese si inserisce in un quadro più ampio, che negli ultimi anni ha visto crescere l’attenzione sul tema della cosiddetta povertà mestruale. In diverse città italiane ed europee si sono moltiplicate le iniziative per garantire l’accesso gratuito o agevolato ai prodotti per il ciclo, soprattutto nei contesti più fragili.

Anche in ambito universitario si registrano segnali in questa direzione, con l’introduzione di distributori gratuiti in alcune sedi. Un segnale che indica un cambiamento in atto, ma che resta ancora parziale e frammentato.

La sfida, ora, è trasformare queste esperienze in politiche strutturali. Rendere i prodotti per il ciclo accessibili e affrontare il tema senza reticenze significa riconoscere un diritto fondamentale. Non solo alla salute, ma anche alla dignità.

Il progetto “Senza imbarazzo” rappresenta, in questo senso, un laboratorio. Un esperimento che parte dal basso, dagli studenti, e che prova a costruire una risposta concreta a un problema reale. Resta da capire se questa spinta riuscirà a tradursi in un cambiamento duraturo. Ma un segnale è già evidente: il silenzio si è rotto. E quando un tabù cade, difficilmente torna al suo posto.

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