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Elena Piastra fa "accordi" e firma protocolli con l'outlet del lusso... E in centro i negozi "muoiono"

Il Comune rinnova l’intesa con il Torino Fashion Village: sinergie e marketing territoriale, ma nessuna risposta concreta alla desertificazione commerciale

Elena Piastra

Elena Piastra

A Settimo Torinese si continua a parlare di “equilibrio”. È una parola che torna spesso nei documenti ufficiali, una specie di mantra rassicurante. Equilibrio tra grande distribuzione e piccoli negozi, tra centro e periferia, tra cultura e commercio. Poi però uno apre l'albo pretorio e scopre che in alcune  delibere, l’equilibrio, più che un obiettivo, sembra una suggestione.

L’ultima approvata dalla Giunta va esattamente in questa direzione: via libera alla sindaca Elena Piastra per la firma del nuovo protocollo d’intesa con la Fondazione ECM e, soprattutto, con il Torino Fashion Village, cioè l’outlet. Un accordo che, nelle intenzioni, dovrebbe rafforzare la collaborazione tra cultura e commercio, creare sinergie, valorizzare il territorio. Tutto giusto, tutto condivisibile, almeno sulla carta. Perché sulla carta funziona sempre tutto.

Il punto è che la realtà, a Settimo, racconta un’altra storia. Una storia fatta di serrande abbassate, di vie che si svuotano, di negozi che faticano a restare aperti. Una desertificazione commerciale che non è più una percezione ma un dato sotto gli occhi di chiunque attraversi il centro storico. E in questo contesto, mentre si riconosce formalmente l’importanza del commercio di prossimità, si decide ancora una volta di rafforzare il legame con il soggetto più forte di tutti: l’outlet.

Un gigante con decine e decine di punti vendita, capace di attrarre flussi, persone, consumi. Un polo che non ha certo bisogno di essere “aiutato” dal Comune per esistere, ma che anzi diventa sempre più centrale nelle politiche cittadine. È qui che la parola equilibrio comincia a scricchiolare.

Il nuovo protocollo prevede che gli eventi culturali possano svolgersi anche negli spazi dell’Outlet Village, che possano essere pensati per coinvolgerne i clienti, che possano diventare occasione di collaborazione e, perché no, di sponsorizzazione. Tradotto: la cultura entra dentro il circuito commerciale e ne diventa, almeno in parte, uno strumento. Un modo per rendere l’esperienza più attrattiva, più completa, più “vendibile”.

Niente di scandaloso, sia chiaro. È un modello già visto altrove. Ma il problema non è tanto quello che succede dentro l’outlet. Il problema è quello che succede fuori. O meglio, quello che non succede.

Perché mentre si immaginano eventi tra le vetrine dei grandi marchi, non si legge una riga su come riportare vita nelle vie del centro. Mentre si costruiscono sinergie con un grande player privato, non si intravede una strategia concreta per sostenere chi ogni giorno prova a tenere aperta una bottega, un negozio, un’attività di quartiere. Mentre si parla di marketing territoriale, il territorio reale continua lentamente a svuotarsi.

E allora viene il dubbio che più che riequilibrare, si stia consolidando uno squilibrio già evidente. Che più che tenere insieme i pezzi della città, si stia puntando su quello che funziona già, lasciando indietro il resto. È una scelta, ovviamente. Legittima. Ma va raccontata per quello che è.

Anche perché il protocollo, al di là delle buone intenzioni, è piuttosto leggero nei contenuti concreti. Non ci sono numeri, non ci sono obiettivi misurabili, non ci sono risorse definite. Non si sa quanto investirà l’outlet, né quali progetti verranno effettivamente sostenuti. Si parla di tavoli tecnici, di confronti, di collaborazioni. Tutte parole che funzionano bene nei documenti, un po’ meno quando si tratta di cambiare davvero le cose.

E poi c’è il tema, mai esplicitato ma sempre presente, del peso del privato. Perché è chiaro che chi mette spazi, visibilità e – eventualmente – risorse economiche, finisce per avere voce in capitolo. Magari non formalmente, magari non nero su bianco, ma nella pratica sì. E allora la domanda diventa inevitabile: quanto resta autonoma la programmazione culturale pubblica quando si intreccia così strettamente con un grande soggetto commerciale?

Nel frattempo si guarda indietro e si dice che il protocollo precedente, quello del 2016, ha dato risultati positivi. Sarà. Ma anche qui, nessun dato, nessun numero, nessuna valutazione concreta. Una promozione sulla fiducia, diciamo così.

Alla fine resta una sensazione. Che a Settimo si continui a inseguire un modello di sviluppo in cui la cultura diventa leva per attrarre persone dove le persone già vanno, invece che strumento per riportarle dove non vanno più. Che si scelga di rafforzare ciò che è forte, sperando che qualcosa, prima o poi, ricada anche sul resto.

Intanto però le serrande continuano ad abbassarsi. E l’equilibrio, quello vero, resta una parola scritta bene nelle delibere. Un po’ meno nelle strade.

asdfa

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