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Sanità pubblica: prelievo gratis, doccia inclusa

Ivrea: anziani e fragili bagnati sotto la pensilina del nuovo poliambulatorio, la sanità che ignora il buonsenso e spreca denaro pubblico

Sanità pubblica: prelievo gratis, doccia inclusa

Sanità pubblica: prelievo gratis, doccia inclusa

Un gruppo di persone in fila all’alba per fare un esame del sangue. Gente qualunque: pensionati, lavoratori, accompagnatori, persone fragili, cittadini che fanno esattamente quello che lo Stato chiede loro di fare. Prenotano, si presentano, aspettano il proprio turno. Eppure, a Ivrea, questa normalità si trasforma in una scena che normale non è affatto.

Via Ginzburg, Nuovo Poliambulatorio di Ivrea. Apertura ore 7,30. La scena è questa: piove. E le persone aspettano fuori. Sotto una pensilina che, dettaglio non secondario, lascia passare la pioggia. Sì: una pensilina che dovrebbe riparare e invece partecipa. Una tettoia che, invece di difendere i cittadini dal maltempo, sembra aver deciso di collaborare con le nuvole. Le panchine ci sono, certo. Due. Ma sono bagnate pure loro. Dunque inutili. 

Ed è qui che comincia il mal di pancia, sui social. Perché questa non è la lamentela di chi ha trovato due gocce sul parabrezza. Non è il capriccio del cittadino insofferente che pretende il tappeto rosso per un prelievo. No. Qui il punto è un altro, ed è molto più serio. Qui il punto è che una struttura pubblica, sanitaria, recente, pagata con soldi pubblici, destinata in larga parte a persone anziane, fragili, malate o comunque non sempre nelle condizioni migliori, costringe chi aspetta a farlo in condizioni indegne. E non indegne in senso astratto, retorico, da comizio. Indegne nel senso più concreto possibile: freddo, pioggia, attesa all’aperto, posti a sedere inutilizzabili, nessun riparo vero.

In un Paese normale (Inghilterra, Francia, Germania, non parliamo di Svezia, Norvegia e Finlandia), questa sarebbe una vergogna piccola ma chiarissima. Di quelle che non finiscono nei grandi dossier ministeriali, ma che spiegano perfettamente perché tanti cittadini sentano la sanità pubblica come qualcosa che si sta allontanando da loro. Non per forza per colpa dei medici, degli infermieri o degli operatori, che spesso fanno i salti mortali con quello che hanno. Ma per una filiera di decisioni, omissioni, abitudini e indifferenze che alla fine scarica tutto sempre sull’ultimo anello: il paziente. O il suo accompagnatore. O l’anziano che magari si è mosso in anticipo perché dipende da un passaggio. O chi ha problemi di deambulazione. O chi semplicemente, vivendo nel mondo reale e non in una brochure, sa che gli imprevisti esistono: il traffico, la scuola dei figli, il parcheggio introvabile, il bus che non passa, il familiare da accompagnare.

esami sangue

E infatti il punto non è nemmeno l’orario. Non è la lezioncina civica del “basta arrivare puntuali”. Quella è la classica risposta da Paese finto, da qualcuno che evidentemente non ha mai accompagnato una persona anziana a fare degli esami in una mattina di pioggia. Perché nella vita vera la gente non si organizza con il compasso. La gente si arrangia. Incastra. Corre. Aspetta. Anticipa. Dipende dagli altri. Dipende dai mezzi. Dipende dagli imprevisti. E una struttura sanitaria dovrebbe essere progettata esattamente per questo: per accogliere l’umanità così com’è.

Invece no. A Ivrea succede che chi aspetta fuori si bagna pure sotto la pensilina. Che è una frase che già da sola dovrebbe bastare a far arrossire qualcuno, il direttore generale dell'Asl To4 Luigi Vercellino e il presidente della conferenza dei sindaci dell'Asl To4 Matteo Chiantore.

Se una pensilina non ripara dalla pioggia è perchè nessuno ha mai pensato di "sistemarla". È il trionfo del “chissenefrea”.

E qui viene il secondo mal di pancia. Perché quando qualcosa è recente, quando è nuova, quando è stata pensata, progettata, autorizzata, finanziata, costruita e consegnata così com’è, allora la domanda diventa inevitabile: ma chi ha immaginato questo spazio si è mai fermato un minuto a pensare a chi lo avrebbe usato? Ha mai provato a visualizzare davvero la scena? Un anziano con il deambulatore. Una persona in carrozzina. Un accompagnatore che lascia il familiare e poi deve cercare parcheggio. Un cittadino sotto l’acqua alle sette e mezza del mattino di aprile. Davvero nessuno, in tutta la catena, ha avuto il dubbio che forse una sala d’attesa al chiuso o almeno una copertura decente potessero essere elementi utili, perfino in un poliambulatorio?

Insomma non stiamo parlando di un cinema, di una discoteca, di un temporary store, di un dehors. Stiamo parlando di sanità pubblica. Dovrebbe essere il luogo in cui la Repubblica si presenta nel modo più umano possibile. Dovrebbe essere il punto in cui il cittadino sente che il servizio è pensato per la sua fragilità, non contro la sua pazienza.

E invece troppo spesso accade il contrario: per ottenere una prestazione bisogna superare un percorso a ostacoli che pare quasi una prova di merito. Se resisti alla pioggia, se trovi parcheggio, se non hai bisogno di sederti, se non hai il fiatone, se non ti ammali aspettando di fare gli esami, allora forse puoi entrare. Non è assistenza: è selezione naturale con ticket.

Poi certo, qualcuno dirà che il sistema in sé funziona. Che con la prenotazione si passa in fretta. Che basta arrivare giusti. Che prima era peggio. Tutto possibile. Ma proprio qui sta il punto più amaro: non si può chiedere ai cittadini di accontentarsi per sfinimento. Non si può usare il “prima era peggio” come standard di qualità. Non si può pretendere gratitudine perché il disservizio è solo a metà. La sanità pubblica non deve essere appena sopportabile. Deve essere civile. E civile significa, tra le altre cose, che chi aspetta di fare un prelievo non deve starsene sotto una copertura che perde, in piedi davanti a due panchine zuppe, pregando che il proprio turno arrivi prima del temporale.

E intanto monta anche un’altra sensazione, ancora più fastidiosa. Quella che i soldi pubblici siano stati spesi male. Perché non c’è nulla che faccia infuriare i cittadini più di un’opera nuova che funziona peggio del buon senso. Si può sopportare molto, in Italia: i ritardi, la burocrazia, le code, i computer lenti, perfino i moduli da rifare. Ma l’idea di avere pagato una struttura che non protegge nemmeno dalla pioggia, quella no. Quella accende qualcosa di viscerale. Perché lì non c’è l’imprevisto, non c’è la fatalità, non c’è l’emergenza. Lì c’è una scelta sbagliata rimasta lì, inchiodata nel cemento e nel metallo, davanti agli occhi di tutti.

E allora sì, viene da essere ironici: la panchina c’è ma non ci si può sedere, il riparo c’è ma non ripara, l’attesa è organizzata ma non è umana.

In un Paese normale non dovrebbe servire una discussione su Facebook per ricordare che i malati, gli anziani e i cittadini non si lasciano ad aspettare sotto la pioggia. Non dovrebbe essere una battaglia di buonsenso. Non dovrebbe nemmeno essere materia di dibattito. Dovrebbe essere il minimo sindacale della decenza.

Se una comunità arriva a indignarsi perché almeno una pensilina faccia la pensilina, non è solo un problema di manutenzione. È il segno di una misura ormai persa. Di una soglia abbassata. Di un’abitudine al poco, al malfatto, al “tanto va così”. E invece no: non dovrebbe andare così. Non in una struttura sanitaria. Non nel 2026. 

Prima ancora dei grandi annunci sul nuovo ospedale, prima dei rendering, prima dei milioni, prima delle opere future, c’è una domanda molto semplice che qualsiasi amministratore, tecnico o dirigente dovrebbe avere il coraggio di farsi: le persone che usano questo posto possono almeno aspettare all’asciutto?

Se la risposta è no, allora c’è poco da discutere. C’è solo da intervenire. E anche in fretta.

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