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Qualcosa di sinistra
13 Aprile 2026 - 14:33
Consiglio comunale a distanza: diritti o scorciatoie?
La premessa è pressoché identica a quella della delibera proposta dalle consigliere torinesi Ludovica Cioria (Pd) e Alice Ravinale (Avs) a marzo del 2022, letta con tono garbato, per carità, con qualche aggettivo «democratico» di troppo e infilato a caso.
Possiamo apprezzare lo sforzo del consigliere proponente, noto per le sue performances sul palco (in odore di conflitto d’interessi che nemmeno l’opposizione nota) oltreché per il suo impegno istituzionale.
L’iniziativa riguarda la modifica del regolamento del consiglio comunale di Settimo con «l’introduzione in forma sperimentale della partecipazione da remoto alle sedute degli organi del Comune in caso di maternità/paternità e legge 104/92».
Il difetto però sta nel manico: nella proposta, «la sperimentalità» non ha un tempo determinato, pertanto la modifica del regolamento non è sperimentale; d’altronde, come aveva fatto il Comune di Torino, già nel 2022 anche a Settimo venne introdotta la forma «mista» (in presenza e da casa/ufficio o altro luogo) per le sedute consiliari straordinarie e d’urgenza, per le riunioni dell’ufficio di presidenza, dei capigruppo e delle commissioni consiliari. Il passo in più è che potranno essere in modalità «mista» anche le sedute ordinarie del consiglio, quelle nelle quali si approvano i bilanci previsionali e i rendiconti annuali del Comune.
Ma Torino ha introdotto dei limiti. Si potrà partecipare alle sedute del consiglio senza recarsi in municipio nei seguenti casi: maternità anticipata, gravidanza a rischio, per un periodo corrispondente a quello previsto per i congedi di maternità, paternità e parentale, nonché in caso di patologie o di impossibilità a lasciare il domicilio o il luogo di cura, comprovate da idonea certificazione.

Resta tuttavia prevista una limitazione: la partecipazione da remoto alle sedute delle commissioni è consentita «fino a un massimo di quattro sedute al mese».
Con un po’ malizia, si potrebbe osservare che, adducendo argomenti «alti» (massima partecipazione, divieto di discriminazione, conciliazione tra vita privata e familiare), gli «eletti» hanno l’inveterata abitudine di aggiustarsi le regole a loro comodo. Peggio: si può trarre l’impressione che si stia tornando all’esercizio di una carica onorifica, come se si esercitasse una funzione di prestigio, ma senza gli obblighi del ruolo effettivo.
Quanto va in scena nel consiglio comunale di Settimo è la dimostrazione plastica del crollo nella scala valoriale del ruolo di pubblico servizio da svolgere in seno alle istituzioni locali. Se nell’agenda personale il centro degli interessi è la carriera, la professione e lo studio, c’è da chiedersi che spazio ci sia per i pubblici affari e se i consiglieri comunali contano di svolgere bene il pubblico servizio dividendosi tra un soggiorno per studio o lavoro all’estero, una call con i colleghi, una seduta in tribunale o in palestra, grazie ad un collegamento da remoto che pure consente di dire un sì o un no ad una decisione. A questa domanda dovrebbero rispondere gli stessi consiglieri che sembrano in crisi di ruolo e con la vocazione in caduta verticale.
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