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Fiaccolata per don Mario, “Se non vedo non credo”: la comunità difende il parroco (FOTO&VIDEO)

A Bosconero e San Benigno la comunità scende in strada per il parroco dimissionario mentre l’indagine prosegue: “Per noi resta un punto di riferimento”

Fiaccolata per don Mario

Fiaccolata per don Mario: un paese tra fede e dubbi prova a restare unito

Le luci si accendono nel buio della sera e avanzano lente lungo le strade tra San Benigno Canavese e Bosconero. Non è una festa, non è una celebrazione. È qualcosa di più complesso, più fragile: è il tentativo di difendere una fiducia che negli ultimi giorni è stata messa a dura prova. La fiaccolata organizzata per don Mario Viano nasce così, quasi spontaneamente, tra messaggi condivisi sui social e parole sussurrate tra i parrocchiani. Un gesto pacifico, nelle intenzioni di chi lo promuove, ma carico di significati che vanno ben oltre la semplice solidarietà.

La vicenda che ha travolto il parroco ha radici in un controllo che, almeno all’inizio, sembrava ordinario. Una segnalazione relativa alla presenza di animali in una cascina di Ozegna aveva portato i carabinieri forestali ad avviare accertamenti. Da lì, passo dopo passo, l’attenzione si è spostata fino alla canonica di Bosconero. È in quel momento che il quadro cambia radicalmente: durante i controlli, effettuati con il supporto dei veterinari dell’Asl To4, vengono trovati diversi animali, tra cui gatti di razza ed esemplari esotici, ma anche circa 200 grammi di marijuana e una somma di denaro contante, con banconote anche di alto taglio. Elementi che portano la Procura di Ivrea ad aprire un fascicolo e ad avviare un’indagine articolata, ancora oggi nella fase preliminare.

La notizia si diffonde rapidamente e scuote la comunità. Nei primi giorni prevale l’incredulità. “È impossibile”, dicono in molti. Don Mario, per anni, è stato un riferimento stabile, una presenza quotidiana nelle vite di tanti. Non solo un sacerdote, ma una figura capace di costruire relazioni, di accompagnare momenti importanti, di essere punto di riferimento umano prima ancora che religioso. È anche per questo che le prime reazioni sono di difesa, quasi istintiva. Sui social compaiono messaggi di sostegno, parole di stima, prese di posizione nette.

Poi arriva il passaggio più delicato: le dimissioni. Don Mario decide di lasciare l’incarico e lo fa immediatamente dopo la perquisizione. Una scelta personale, accettata dal vescovo di Ivrea, monsignor Daniele Salera. Non un allontanamento imposto, ma un gesto che segna comunque una cesura. Da quel momento, il sacerdote entra in un periodo di ritiro e silenzio, condiviso con la diocesi, “necessario per il rispetto delle indagini”. Una pausa che è allo stesso tempo istituzionale e umana.

È qui che il clima cambia. La comunità, inizialmente compatta, inizia a interrogarsi. Le dimissioni aprono domande. Se da un lato c’è chi continua a difendere don Mario senza esitazioni, dall’altro emergono dubbi, richieste di chiarezza, un bisogno di comprendere meglio ciò che è accaduto. La fiducia, che sembrava granitica, mostra le prime crepe.

La fiaccolata si inserisce esattamente in questo spazio sospeso. Non è una manifestazione contro qualcuno, né un atto di protesta. È, piuttosto, un gesto di vicinanza. Ma è anche, inevitabilmente, una presa di posizione. Perché scegliere di partecipare significa dire qualcosa, anche senza parole. Significa affermare che, al di là delle indagini, il legame costruito negli anni non può essere cancellato in pochi giorni.

Le testimonianze raccolte tra i partecipanti restituiscono un quadro chiaro. “Siamo dalla sua parte”, dice una donna. “Lo conosco da quando è qui. Non abbiamo avuto grandi rapporti, ma per quello che si è visto è una brava persona”. Accanto a lui, un'altra donna annuisce: “Massima fiducia nei suoi confronti”. Sono parole che si ripetono, con sfumature diverse, ma con lo stesso significato.

C’è anche chi prova a mantenere una posizione più prudente. “Finché non esce la verità sono solo chiacchiere”, osserva un altro residente. È una linea sottile, quella tra difesa e sospensione del giudizio. Una linea che molti cercano di mantenere, anche se non sempre è facile. “In questi casi bisogna essere come San Tommaso”, aggiunge qualcuno. “Se non vedo, non credo”.

Il sentimento dominante resta però l’incredulità. Non tanto una negazione dei fatti, quanto la difficoltà a conciliare ciò che emerge dall’indagine con l’immagine costruita negli anni. “Sono cose difficili da credere”, dicono in molti. “Per come lo conosciamo noi, non potrebbe mai fare una cosa del genere”.

La dimensione personale emerge con forza anche nei racconti più semplici. C’è chi ricorda le messe, chi gli incontri, chi il modo in cui don Mario riusciva a parlare alle persone. “Come dice la messa è fantastico”, racconta una signora. “Per noi è stato un punto di riferimento”. Non sono parole costruite, ma frammenti di vita quotidiana che spiegano perché la comunità fatichi ad accettare quanto sta accadendo.

Qualcuno racconta anche di avergli scritto. “Gli ho mandato un messaggio per dirgli che mi dispiaceva per tutta questa situazione mediatica. Mi ha ringraziato di cuore”. Un contatto breve, ma significativo. Perché restituisce la dimensione umana di una vicenda che rischia di restare confinata nelle carte giudiziarie.

Nel frattempo, la vita delle parrocchie continua. Le celebrazioni vengono garantite da un nuovo amministratore, con il supporto di altri sacerdoti. Un passaggio necessario, ma che non cancella il senso di disorientamento. Quando viene meno una figura di riferimento, non è solo una questione organizzativa. È un equilibrio che si rompe, un punto fermo che viene meno.

La fiaccolata, allora, diventa anche un modo per cercare di ricostruire quel senso di comunità. Non tutti partecipano, e anche questo è un segnale. C’è chi preferisce restare distante, chi osserva, chi attende gli sviluppi dell’inchiesta prima di esprimersi. La comunità non è più monolitica. È attraversata da sentimenti diversi, talvolta contrastanti.

Eppure, per una sera, quelle differenze sembrano attenuarsi. Le luci accese, il cammino condiviso, il silenzio. Tutto contribuisce a creare un momento di sospensione, in cui le certezze vengono messe da parte e resta solo il bisogno di esserci.

Il caso di don Mario Viano, intanto, resta aperto. Gli inquirenti continuano a lavorare per chiarire ogni aspetto: dalla detenzione della sostanza stupefacente alle condizioni degli animali, fino alla provenienza del denaro. Un’indagine complessa, che richiederà tempo. E che, come sempre, dovrà arrivare a una verità giudiziaria.

Ma accanto a questa, esiste già una verità sociale. Quella di una comunità che si interroga su sé stessa, sul proprio rapporto con le istituzioni, sulla fiducia che ripone nelle persone. Una comunità che si trova improvvisamente a fare i conti con la fragilità dei propri punti di riferimento.

In queste storie, spesso, il nodo più delicato non è solo stabilire cosa sia accaduto. È capire cosa resta dopo. La fiducia, le relazioni, il senso di appartenenza. Elementi che non si ricostruiscono con una sentenza, ma con il tempo. La fiaccolata, in questo senso, non è una risposta. È una domanda. Una domanda collettiva, che attraversa le strade e arriva fino alle case. Una domanda che resta sospesa, in attesa di una verità che, per ora, non c’è ancora.

E forse è proprio questo il punto. In assenza di certezze, una comunità sceglie comunque di camminare insieme. Con le proprie convinzioni, i propri dubbi, le proprie paure. Con una luce in mano, nel tentativo di non perdere completamente la strada.

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