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Il segreto dell’acqua nascosta nelle montagne del Canavese

Un testo di Lino Fogliasso per la rivista Canavèis dell'editore Baima e Ronchetti. Dalle carestie del Settecento ai pozzi orizzontali di Bose: come l’uomo ha sfidato la siccità in alta quota

Il segreto dell’acqua nascosta nelle montagne del Canavese

Le case in pietra della borgata Pian d’Obert, nel territorio di Bose, ormai sopraffatte dall’avanzare del bosco.

Quando l’uomo iniziò a colonizzare le montagne dovette affrontare e risolvere una condizione primaria, la disponibilità perenne dell’acqua. Se in pianura era possibile resistere a lunghi periodi di siccità in quanto nei letti dei fiumi o nei pozzi più profondi un po’ d’acqua per gli uomini e per gli animali si trovava sempre, cosi non era per la zona montana.

In montagna, anche brevi periodi di siccità, rendevano la sopravvivenza alquanto critica. Il terreno scosceso non tratteneva l’acqua e la terra si inaridiva in fretta, i pascoli ingiallivano, i campi diventavano sabbiosi, i piccoli corsi d’acqua restavano in secca e gli animali non trovavano modo per bere. In queste condizioni la vita umana diventava impossibile.

Da sinistra: un operatore durante il rilievo della struttura all’interno del cunicolo. A destra: la polla d’acqua al fondo del manufatto.

Da sinistra: un operatore durante il rilievo della struttura all’interno del cunicolo. A destra: la polla d’acqua al fondo del manufatto.

A sinistra: l'ingresso del pozzo orizzontale. A destra: sezione del versante (schema grafico a cura di Bruno Peretto). La frazione si trova quasi sulla verticale della galleria, specie le case esposte a sud. La galleria è interamente scavata nella terra, con il soffitto in lose trasversali e le pareti in muretto a secco. Una losa posta a filo del pavimento, a circa 19 metri dall'ingresso, crea un piccolo bacino. La galleria ha un'altezza media di metri 1,40 e una larghezza di 75 centimetri.

A sinistra: l'ingresso del pozzo orizzontale. A destra: sezione del versante (schema grafico a cura di Bruno Peretto). La frazione si trova quasi sulla verticale della galleria, specie le case esposte a sud. La galleria è interamente scavata nella terra, con il soffitto in lose trasversali e le pareti in muretto a secco. Una losa posta a filo del pavimento, a circa 19 metri dall'ingresso, crea un piccolo bacino. La galleria ha un'altezza media di metri 1,40 e una larghezza di 75 centimetri.

Le cronache di padre Arcangelo da San Giorgio

A conferma di ciò sono le preziose notizie che ci ha lasciato padre Arcangelo da San Giorgio, Guardiano del convento della Madonna del Sacro Bosco di Ozegna.

Il frate scrisse una minuziosa cronaca sulla lunga carestia che si ebbe in Canavese negli anni 1733 e 1734. Grandine e siccità misero in ginocchio le popolazioni dell’epoca.

Non piovve per nove mesi e mezzo, dal principio di agosto del 1733 sino al 12 maggio del 1734, e per i montanari fu una vera tragedia che venne così descritta nella cronaca di padre Arcangelo: «...tutti correvano senza rossore a limosinare del pane alle porte. (...) venivano dalla Valle di Chi (Valchiusella), dalla Valle di Castelnuovo (Valle Sacra), dalle Valli di Soana e di Locana e di molti altri lontani paesi persone di considerazione mezze morte di fame in piede a chiedere un po’ di ristoro alle loro penurie.

Era una miseria che cavava le lacrime dalli occhi anche a quei cuori che erano più induriti delle pietre il vedere così deplorabile costernazione (...). Ridotti in stato di estrema penuria erano questi miserabili popoli, non sapendo più ove dare del capo per provvedersi da vivere, per non morirsene di fame. Alcuni facevano bollire il fieno secco, e di questo, non altrimenti che bestie, si alimentavano. (...) in molti luoghi per la grande aridità della terra nemmeno avevano per i loro territori erbe da poter raccogliere per isfamarsi, ma erano necessitati andarsene a cercarne per altri luoghi distanti molte miglia dalle loro patrie. (...) se ne venivano a truppe che sembravano tante ombre perché mezzi morti di fame a questuare erbe e riempendone dei sacchi se ne tornavano con quelli su le deboli spalle a processione alle loro case».

 

L'acqua nel territorio di Bose

Le popolazioni montane, per sopravvivere, erano costrette ad insediarsi nei pressi dei corsi d’acqua che ne garantivano un flusso perenne e ciò avvenne nelle fasi più antiche del popolamento. In seguito, per effetto della crescita della popolazione, si dovettero occupare territori dove la disponibilità dell’acqua era più precaria.

L’ingegno umano ovviò a questa difficoltà con impegnative opere idrauliche; furono costruiti canali che captavano l’acqua da torrenti distanti anche diversi chilometri.

Queste canalizzazioni erano vere opere ingegneristiche scavate nei versanti con dei passaggi assai difficoltosi, a volte era la viva roccia ad essere scalpellata, in altri passaggi il canale era sostenuto da arditi muri a secco e in certi casi alcuni tratti di canalizzazioni erano formati da tronchi scavati a forma di grondaia. Non sempre era possibile costruire canali, o perché i torrenti erano troppo distanti oppure perché la morfologia del versante non li consentiva.

Questa situazione si verificò nel versante di Bose, territorio appartenente al comune di Sparone e posto a monte del capoluogo dove il versante destro del Vallone di Ribordone si raccorda con il versante sinistro della Valle Orco. Il territorio di Bose è vasto, con pendenze dolci, ben esposto, ma non possiede corsi d’acqua o capaci sorgenti. Eppure l’uomo lo ha popolato sin dai secoli scorsi.

 

La descrizione di Marruchi, segretario ducale

Bose è già menzionato nella relazione che il segretario ducale Ubertino Marruchi fece nella primavera del 1545 in seguito alla visita effettuata per determinare i danni causati dalle grandi inondazioni avvenute negli anni precedenti.

Il Marrucchi descrive il territorio di Bose (Boxe) come un ambiente rigoglioso con prati fertili, coltivazioni di orzo avena e segale, alberi di castagno e di noce, faggete e alpeggi estivi per il bestiame: «Locus vero Sparroni. (…) In ipsisque montibus et presertim Boxe et Frachiamo (...) sed ex ligone seminanturque ordeo, avena et seligine, prout pro tempore exigitur, extanque arbores castanearum et nucum; fagi vero in altioribus montium et alpes»

E per l’acqua? In questo caso l’ingegno umano trovò una soluzione alquanto singolare, non essendoci acqua superficiale era necessario andarla a captare in profondità. In pianura questo progetto non avrebbe avuto grandi difficoltà, bastava scavare un pozzo e prima o poi la falda freatica sarebbe stata intercettata, ma nei versanti di montagna scavare pozzi è operazione molto difficile e pericolosa, il terreno non è omogeneo e di conseguenza esiste il pericolo del franamento.

Cosa ha escogitato l’uomo per ovviare a questi inconvenienti? Ha costruito, nei pressi degli abitati, dei pozzi che anziché essere verticali erano orizzontali.

 

Il pozzo scavato da Antonio Riva Roveda

Uno di questi manufatti, forse l’ultimo realizzato a Bose, venne costruito agli inizi del secolo scorso da Antonio Riva Roveda (classe 1870) e si trova nei pressi della borgata Pian d’Obert. È una vera opera d’arte costruita secondo le tecniche minerarie, infatti il Riva Roveda lavorò molti anni nelle miniere d’oro degli Stati Uniti. L’apertura di questa galleria è posta a circa 25 metri di dislivello inferiore dalla borgata, ha un’altezza media di 140 centimetri ed una larghezza di circa 75 centimetri. La lunghezza del cunicolo è di oltre 23 metri. Entrambe le pareti laterali sono costituite da un’ottima muratura di pietre a secco ed il soffitto è formato da 58 lose dello spessore di 15-20 centimetri. Al fondo del cunicolo un continuo stillicidio alimenta una grande polla di limpida acqua.

Osservare un simile capolavoro è fonte di meraviglia e di considerazione postuma per quegli uomini che, con pochi attrezzi e molta fatica, sono riusciti a vincere un ambiente così ostile. Un po’ di tristezza ci assale nel vedere che il frutto di tanto caparbio lavoro realizzato da generazioni di uomini è attualmente nel più totale abbandono e destinato ad un totale oblio.

 

* * *

Purtroppo questo è il destino che accomuna le testimonianze della vita passata nelle nostre montagne. Sarebbe bello che anche nell’Alto Canavese alcune straordinarie opere dell’uomo fossero in futuro valorizzate e salvaguardate con l’inserimento negli ecomusei o musei diffusi del territorio, come già avviene in numerose zone della nostra regione.

 

Bibliografia.

Bertotti Mario, Le vicende storiche del Canavese negli anni 1733 e 1734 descritte dal M.R. Padre Arcangelo da San Giorgio, Edizioni CORSAC, Cuorgnè 1980.

Il segretario ducale Ubertino Marruchi e la Descriptio status Ponti e vallium in Bollettino della Società Piemontese di Archeologia e Belle Arti, Torino 1988.

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