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10 Aprile 2026 - 16:11
Una giornata di studio gratuita, accreditata, utile per la carriera. Ma basta leggere il titolo per capire che qualcosa non torna. O meglio: che qualcosa stride, e non poco.
Il 19 maggio, al Nole Forum di via Devesi 14, il Corpo di Polizia Locale del Comune di Nole, guidato dal comandante Marco Ortalda - che presiederà i lavori - organizza un incontro formativo dedicato agli operatori. Un programma fitto, tecnico, dettagliato, con tanto di test finale e attestato valido ai fini della progressione in carriera. Tutto ineccepibile, sulla carta. Con tanto di saluti del sindaco di Nole Luca Bertino che daranno il via alla giornata di studio.
Eppure è proprio da quella carta che emerge un cortocircuito difficile da ignorare. Il titolo dell’evento recita: “Principali reati espressione della c.d. violenza di genere. Nuovo reato di femminicidio”. E quel “c.d.” – così detta – è una crepa che si allarga. Non è un dettaglio. Non è una svista. È una scelta linguistica. E come tutte le scelte linguistiche, soprattutto quando riguardano temi come la violenza contro le donne, non è mai neutra.
Perché dire “così detta violenza di genere” significa, anche solo implicitamente, mettere tra parentesi il fenomeno. Significa suggerire che si tratti di una categoria discutibile, opinabile, quasi una costruzione terminologica più che una realtà drammatica e strutturale. È il linguaggio del codice, dei manuali, delle circolari. Ma qui non siamo in un’aula universitaria. Siamo in un’iniziativa pubblica, istituzionale, rivolta a chi quella violenza è chiamato a contrastarla sul campo.
E allora la domanda diventa inevitabile: che messaggio passa? Il paradosso è evidente. Da un lato, il programma della giornata appare persino avanzato: si parla di approccio psicologico alla vittima, di domande da porre e da evitare, di ascolto, di rapporto con i centri antiviolenza, di strategie nei casi in cui la vittima non denuncia . Si affrontano le novità normative, la riforma Cartabia, le misure di sicurezza, perfino il test di valutazione del rischio di recidiva.
Dall’altro lato, però, tutto questo impianto viene incorniciato da un titolo che sembra provenire da un’altra epoca. Una formula burocratica che, invece di riconoscere con chiarezza la violenza di genere, la introduce con una distanza semantica: “così detta”. È un cortocircuito culturale, prima ancora che comunicativo.

Perché la violenza di genere non è “così detta”. È riconosciuta a livello internazionale, codificata nelle politiche pubbliche, al centro di normative nazionali e sovranazionali. È una categoria che descrive un fenomeno preciso: la violenza esercitata contro le donne in quanto donne. E allora quel “così detta” non è solo infelice. È politicamente ambiguo.
Non basta. C’è un secondo elemento che merita attenzione: l’accostamento, quasi meccanico, tra “violenza di genere” e “nuovo reato di femminicidio”. Un tema delicatissimo, complesso, ancora oggetto di dibattito giuridico e culturale, che qui viene inserito in un titolo lungo, tecnico, senza alcuna mediazione narrativa. Il risultato è una sensazione di freddezza. Di distanza. Come se si parlasse di una materia tra le altre, da studiare, memorizzare, testare.
E in effetti c’è anche questo: la giornata si conclude con un test di valutazione finale, necessario per ottenere un attestato con valutazione utile alla carriera . Nulla di anomalo nel mondo della formazione professionale. Ma quando il tema è la violenza sulle donne, la sensazione è che qualcosa si perda per strada.
Perché il rischio è che la violenza di genere venga trattata come un modulo da superare. Una materia da apprendere. Un passaggio obbligato per accumulare crediti. E allora il problema non è l’iniziativa in sé, che anzi affronta contenuti importanti e necessari. Il problema è il modo in cui viene raccontata. Perché il linguaggio non è un dettaglio. È sostanza. È cultura. È posizione. E se chi forma gli operatori parte da un titolo che parla di “così detta violenza di genere”, allora il rischio è che quella distanza si riproduca anche nell’approccio, nello sguardo, nella pratica quotidiana.
In un momento storico in cui si chiede alle istituzioni di essere più consapevoli, più attente, più formate, un passo falso nel linguaggio pesa. E pesa ancora di più quando arriva proprio da chi ha il compito di intervenire nei momenti più delicati: quando una donna denuncia, quando una vittima chiede aiuto, quando la violenza smette di essere invisibile.
Perché le parole contano. Sempre. Ma su certi temi, contano di più. E chiamarla “così detta”, oggi, non è solo una formula tecnica. È una scelta che rischia di dire molto più di quanto forse si intendesse dire.


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