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Guardie armate in ospedale a Ciriè: “Una vittoria che sa di fallimento”

Maino accende il dibattito: tra aggressioni, pronto soccorso al limite e sanità territoriale in crisi

Guardie armate in ospedale a Ciriè: “Una vittoria che sa di fallimento”

«Non possiamo accettare che chi cura i cittadini debba temere per la propria incolumità». Matteo Emanuele Maino parte da qui. Dalla frase del Nursind che ha accompagnato l’annuncio dell’arrivo delle guardie armate negli ospedali dell’Asl To4, Ciriè compresa, a partire dal primo maggio. Ma il suo è tutt’altro che un commento di circostanza. È un ragionamento lungo, personale, politico. E soprattutto è un discorso che non si ferma alla superficie della notizia.

«Plaudo alla conquista sindacale», mette subito in chiaro l’architetto, referente di +Europa e possibile candidato sindaco della città. «Ma da padre che ha portato suo figlio al pronto soccorso di Ciriè e ha ascoltato le paure degli operatori, mi permetto di aggiungere una domanda: come siamo arrivati a questo?». La domanda resta sospesa, ma è il cuore di tutto.

Maino racconta ciò che ha visto e sentito in prima persona. «Negli ultimi mesi c’è stata un’escalation di aggressioni, verbali e fisiche, contro medici, infermieri, personale sanitario nei presidi dell’Asl To4. Ivrea, Chivasso, Ciriè: strutture ormai a rischio». E poi entra nel vivo, trasformando l’esperienza in testimonianza diretta: «Quando ho accompagnato mio figlio al pronto soccorso ho sentito operatori parlare di turni massacranti, di insicurezza crescente, di pronto soccorso presi d’assalto non solo da emergenze mediche ma da tensioni sociali che esplodono in corsia». Il quadro è quello di un sistema sotto pressione costante. E la risposta – le guardie armate – rischia di essere solo una toppa.

«Il sindacato specifica che non siamo per la militarizzazione dei luoghi di cura. Eppure la militarizzazione arriva», osserva Maino senza giri di parole. Poi rilancia: «Perché le altre misure – prevenzione, formazione, organizzazione dei flussi, rapporto con territorio e forze dell’ordine – non hanno funzionato?». Le sue non sono accuse, ma interrogativi che diventano uno dopo l’altro un atto d’accusa implicito al sistema.

«Guardo a questa notizia, positiva per la sicurezza immediata, e mi faccio domande. Domande che molti cirielesi mi ripetono», sottolinea. E allora le elenca, una per una. «Perché a Ciriè, città che supera i 15mila abitanti, con un ospedale storico, la sicurezza dei curanti deve diventare un problema di ordine pubblico?». «L’arrivo delle guardie armate risolve l’emergenza, ma cosa ha generato l’emergenza? Sovraffollamento? Tagli alla sanità territoriale? Pronto soccorso usati come filtro di problemi sociali non risolti altrove?». «Il Nursind auspica che l’attenzione si estenda alle strutture territoriali: a Ciriè i medici di base, i servizi sul territorio, la prevenzione, sono sufficienti a evitare che la gente finisca al pronto soccorso in crisi?». E infine la domanda più politica: «Chi ascolta chi lavora in quelle corsie ogni giorno, prima che il problema diventi da “guardie armate”?».

Il punto, per Maino, è che qualcosa si è incrinato profondamente. «Ho sentito un clima di sospensione: tra chi cura e chi è curato qualcosa si è rotto. E non è colpa dei sanitari». Da qui, il ragionamento si allarga. Non è più solo la cronaca di Ciriè, ma una riflessione sul sistema. «Il Nursind parla di riscontro amministrativo. Ma io, da cittadino che ha fatto politica istituzionale e conosce i meccanismi, aggiungo: questo non è solo un problema dell’Asl To4», afferma. E spiega: «È un problema di sistema sanitario, di fondi regionali, di organizzazione ospedaliera. Ma anche di città».

Un passaggio chiave, perché sposta la responsabilità su più livelli e chiama in causa direttamente il futuro amministrativo del territorio. «Ciriè non può essere schiava di un ospedale dove chi cura ha paura», dice con fermezza. «E non può pensare che la soluzione sia sempre più sicurezza repressiva invece di più cura preventiva». Non propone ricette, almeno per ora. Lo precisa lui stesso: «Non propongo interventi. Non tocca a me, oggi». Ma il messaggio è chiaro: «Propongo solo di non accontentarsi della notizia positiva».

E chiude tornando al punto di partenza, con una semplicità che pesa come una sentenza: «Le guardie armate proteggeranno i sanitari? Bene. Ma qualcuno, a Ciriè, dovrebbe chiedere: perché ne avevano bisogno?». Una domanda che resta aperta e che, più della presenza delle armi in corsia, segna il vero nodo politico e sociale che la città dovrà affrontare.

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