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Cronaca
10 Aprile 2026 - 10:19
Il sindaco Stefano Lo Russo e l'assessore Paolo Mazzoleni
Paolo Mazzoleni è l’assessore all’Urbanistica di Torino, cioè l’uomo che dovrebbe disegnare il futuro della città. Non una delega qualsiasi: è quella che decide cosa si costruisce, dove, come e per chi. In altre parole, potere puro. Tecnico prestato alla politica, architetto con studio, curriculum solido, linguaggio elegante, visione — si dice — strategica. E infatti da mesi gira a raccontare il nuovo Piano regolatore come fosse una rivoluzione copernicana: innovazione, welfare, ecosistema urbano. Parole grandi, abbastanza grandi da coprire tutto, quindi anche niente.
Il punto non è cosa racconta. Il punto è perché è ancora lì a raccontarlo.
Perché nel frattempo, fuori dai rendering e dai webinar, c’è un’altra storia. Non riguarda Torino, almeno formalmente, ma Milano. E non riguarda convegni, ma Procure. Negli ultimi anni il suo nome è finito più volte dentro inchieste che parlano di urbanistica, edilizia, operazioni immobiliari. Non esattamente hobby lontani dal suo mestiere: sono il suo mestiere. Le ipotesi sono quelle che girano sempre quando il cemento diventa interessante: lottizzazione abusiva, abusi edilizi, falso. Indagini, attenzione, non condanne. Ma non una, non due: una sequenza che ha fatto rumore abbastanza da uscire dalle aule e finire sui giornali.
E allora la domanda non è giudiziaria. È politica. Brutalmente politica.
Com’è possibile che l’assessore all’Urbanistica di una grande città resti al suo posto mentre su di lui si accumulano indagini proprio su operazioni urbanistiche? Per fare un paragone in giunta regionale è bastato l'imbarazzo di un'indagine a fare di un'assessora "carne da macello". Insomma non serve una sentenza per capire che il problema esiste. Non serve neanche stabilire colpe: basta il conflitto tra ruolo e contesto. Basta il sospetto. Basta l’imbarazzo.
La verità.. C'è che in Italia abbiamo un’idea curiosa della responsabilità pubblica: si resta incollati alla sedia fino all’ultimo grado di giudizio, come se la politica fosse un tribunale e non, più banalmente, una questione di opportunità.
Ma qui siamo a un livello ancora più elementare. Qui non si tratta di garantismo — che è sacrosanto — ma di credibilità. Perché se chi deve regolare l’urbanistica è coinvolto, anche solo come indagato, in vicende urbanistiche, il cortocircuito è automatico. Non serve dimostrarlo, si vede.
E quindi la seconda domanda è ancora più interessante: perché Stefano Lo Russo lo tiene lì?
Il sindaco di Torino non è uno sprovveduto. Sa perfettamente che l’urbanistica è il nocciolo politico ed economico della città. Sa che il nuovo Piano regolatore è il dossier che definirà il suo mandato ormai in scadenza. E sa anche che ogni ombra su chi lo gestisce diventa un’ombra sull’intero progetto. Eppure niente. Mazzoleni resta. Con le sue conferenze, le sue slide, le sue parole misurate. Come se tutto fosse normale.
Forse è indispensabile. Forse è intoccabile. Forse è semplicemente più comodo far finta di niente. In fondo funziona così: finché non c’è una condanna, si tira dritto. E se qualcuno solleva il problema, lo si liquida come giustizialista, populista, nemico della competenza. È un riflesso automatico.
Ma la verità è più semplice e meno nobile: manca il coraggio di fare una scelta.
Perché togliere la delega non è una sentenza, è un atto politico. Significa dire: in questa posizione serve qualcuno che non abbia neanche lontanamente un problema di opportunità. Significa proteggere l’istituzione prima della persona. Significa evitare che ogni decisione urbanistica venga letta con il sospetto incorporato. Non è una condanna, è igiene.
Invece si preferisce convivere con l’ambiguità. Che è sempre la soluzione più facile e la più logorante. Così Mazzoleni continua a parlare di città del futuro mentre il presente resta sospeso tra piani regolatori e fascicoli aperti. E Lo Russo continua a fare il sindaco come se la questione non esistesse, sperando probabilmente che si sgonfi da sola, che passi, che venga coperta dal prossimo annuncio.

Può darsi. In Italia succede spesso.
Ma resta quella domanda lì, semplice e ostinata: se non ora, quando? E poi ancora... Ma Lo Russo davvero vuole farsi una campagna elettorale con questo bubbone qui? E il Pd? Vuole vincerle o perderle le prossime elezioni...?
MILANO – Tutto comincia da un cortile. Che non sarebbe un cortile, ma uno “spazio interno residuale”. E già qui si capisce il livello. Perché nell’urbanistica milanese degli ultimi anni le parole non descrivono: trasformano. Un cortile diventa qualcos’altro, e dentro quel qualcos’altro può spuntare un palazzo di sette piani dove prima c’erano tre piani e una villetta. Si chiama “Hidden Garden”, suona elegante, internazionale, vendibile. Ma per la Procura è un’altra cosa: un’operazione edilizia autorizzata sulla base di permessi ritenuti illegittimi, in violazione delle norme sulle altezze negli spazi interni.
È da lì che parte uno dei filoni più pesanti sull’urbanistica milanese, un’indagine aperta più di tre anni fa che oggi conta 26 imputati e accuse che vanno dalla lottizzazione abusiva all’abuso edilizio, fino al falso e alla corruzione. Un’inchiesta che non si limita al singolo cantiere ma prova a mettere a fuoco un meccanismo più ampio, quello che i magistrati chiamano — senza troppi giri di parole — un “sistema”.
Nel procedimento, il giudice dell’udienza preliminare Maria Beatrice Parati ha ammesso come parti civili una quarantina tra residenti e cittadini milanesi, oltre a chi si è mosso con un’azione popolare per sostituirsi a un Comune rimasto, formalmente, persona offesa ma non parte civile. Un dettaglio che pesa: perché racconta di una città che, almeno in parte, si è dovuta difendere da sola. Fuori invece gli acquirenti degli appartamenti, una ventina, tagliati fuori dal processo risarcitorio. Dentro restano i vicini, quelli che il palazzo se lo sono trovati addosso.

Tra gli imputati c’è anche Paolo Mazzoleni. Architetto, docente al Politecnico, all’epoca dei fatti componente della Commissione Paesaggio del Comune di Milano. Oggi assessore all’Urbanistica di Torino. Per i pubblici ministeri è il “progettista ideatore e ispiratore del falso”, insieme alla collaboratrice Ombra Katina Bruno, in concorso con dirigenti comunali e membri della stessa Commissione. L’accusa è pesante e molto tecnica: aver contribuito a costruire una rappresentazione alterata dei luoghi, omettendo di riconoscere che l’intervento insisteva su uno spazio configurabile come cortile, e quindi soggetto a vincoli più stringenti. Una manipolazione che, secondo gli inquirenti, avrebbe consentito di far passare una nuova costruzione — un edificio di 27 metri, sette piani, 45 appartamenti di lusso — come semplice ristrutturazione edilizia.
Il "cuore" dell’inchiesta sta qui: nella differenza tra ciò che è e ciò che viene dichiarato. Perché se è ristrutturazione, il regime autorizzativo è più leggero, gli oneri urbanistici si riducono, le procedure si accorciano. Se invece è nuova costruzione, cambia tutto. Secondo la Procura, in questo caso si sarebbe scelto consapevolmente il primo percorso, parlando di “plurimi artifici e violazioni di legge” e di una “lottizzazione abusiva cartolare”. Tradotto: non serve spianare terreni, basta piegare le carte.
Non è un episodio isolato. È il primo tassello. Quello che, sempre secondo i magistrati, ha fatto emergere una modalità operativa più ampia, una gestione dell’urbanistica che avrebbe favorito specifici operatori e progetti ad alto valore immobiliare, spesso legati al segmento del lusso. Un sistema che non si è fermato nemmeno davanti ai sequestri: il cantiere dell’Hidden Garden viene bloccato nel 2022 su impulso dei residenti, ma i giudici — dal gip fino alla Cassazione — respingono le richieste della Procura di fermare definitivamente i lavori. Il palazzo va avanti. L’inchiesta pure.
E infatti si allarga. Un secondo filone riguarda il cantiere “Scalo House”, sequestrato un anno fa. Qui il quadro si ripete: trasformazioni urbanistiche all’interno di uno spazio interno, costruzioni ritenute irregolari, una residenza universitaria da 122 posti letto già realizzata e altri edifici in corso — una torre di 13 piani e un palazzo di 8. Anche in questo caso si parla di lottizzazione abusiva. Anche in questo caso, tra i 22 indagati, ricompare Mazzoleni. È il secondo avviso di conclusione indagini che lo raggiunge, dopo quello relativo all’Hidden Garden.
Ma i fascicoli, in totale, sono quattro. Tutti legati alla sua attività di progettista a Milano. Tutti dentro lo stesso perimetro: operazioni urbanistiche complesse, interpretazioni spinte delle norme, rapporti con gli uffici comunali. In uno degli atti, i pm descrivono un’operazione edilizia avviata nel 2019 come un percorso “fortemente alterato nelle procedure e nelle valutazioni sostanziali”, finalizzato a “conseguire abnormi volumetrie con minimi oneri”, attraverso quello che definiscono un vero e proprio “maquillage giuridico”. Cinque anni di istruttoria, sostengono, per arrivare a un risultato che altrimenti non sarebbe stato possibile.
In mezzo ci sono i nomi dell’urbanistica milanese: costruttori, tecnici, funzionari pubblici. C’è Giovanni Oggioni, ex dirigente dello Sportello unico per l’edilizia, c’è la Commissione Paesaggio, organo teoricamente deputato a valutare l’impatto degli interventi. Ed è proprio su quel passaggio che l’inchiesta colpisce più duro: sulla capacità — o volontà — di controllare davvero ciò che veniva autorizzato.
Le conseguenze politiche a Milano sono già arrivate. L’indagine ha contribuito a travolgere la gestione dell’urbanistica cittadina, fino alle dimissioni dell’assessore alla Rigenerazione urbana Giancarlo Tancredi. Non una figura marginale, ma uno dei perni dell’amministrazione. Segno che il terremoto non è solo giudiziario.
E mentre a Milano si scava dentro quello che appare come un sistema, a Torino Paolo Mazzoleni continua a fare l’assessore all’Urbanistica. È lui che sta guidando il nuovo piano regolatore, il documento destinato a ridisegnare la città dopo oltre trent’anni. Un piano che promette più flessibilità, più rigenerazione, più capacità di adattarsi alle trasformazioni urbane. Meno vincoli rigidi, più discrezionalità.
È qui che le due storie si sovrappongono. Perché le accuse milanesi — tutte da verificare in sede processuale — parlano esattamente di questo: di come la flessibilità possa diventare leva, di come l’interpretazione delle norme possa spingere oltre i limiti, di come la linea tra pianificazione e interesse privato possa farsi sottile. Sottilissima.
E allora resta il dato, freddo, da cronaca giudiziaria: quattro inchieste, due avvisi di conclusione indagini recenti, una richiesta di rinvio a giudizio già sul tavolo per il caso simbolo, quello dell’Hidden Garden. Un impianto accusatorio che parla di falsi, abusi, lottizzazioni. E un nome che ricorre, sempre lo stesso, in tutti i fascicoli.
Il resto, per ora, è sospeso tra le carte dei magistrati e le scelte della politica. Ma le carte, intanto, si accumulano.
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