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Ungheria al voto: Orbán non è più il favorito, può davvero perdere contro Magyar?

Sondaggi incerti, sistema elettorale decisivo e tensioni con l’Unione Europea: cosa può succedere il 12 aprile e perché questa volta il risultato non è scontato

Ungheria al voto: Orbán non è più il favorito, può davvero perdere contro Magyar?

PÉTER MAGYAR EUROPARLAMENTARE E POLITICO UNGHERESE

BUDAPEST. A rendere diversa questa vigilia non è soltanto la posta in gioco, ma un cambio di scenario: per la prima volta da quando è tornato stabilmente al potere nel 2010, Viktor Orbán arriva a un’elezione parlamentare senza il ruolo di favorito. In una parte consistente dei sondaggi è dietro. In Ungheria questo pesa più di quanto sembri, perché il consenso non si misura solo nei dati nazionali: conta dove si vince, in quali collegi e con quali margini, dentro un sistema elettorale che negli anni ha trasformato vantaggi anche limitati in maggioranze solide. Domenica 12 aprile 2026 gli ungheresi eleggono i 199 deputati dell’Országgyűlés (Assemblea Nazionale). Il punto, però, è un altro: se il Paese confermerà Fidesz o se aprirà una fase nuova con Péter Magyar.

La data del voto è stata fissata il 13 gennaio dal presidente Tamás Sulyok, nel rispetto del calendario costituzionale. Il contesto è teso. L’OSCE-ODIHR (Ufficio per le istituzioni democratiche e i diritti umani dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa) parla di un clima “fortemente polarizzato”, segnato da difficoltà economiche, malcontento sociale e dallo scontro sulla collocazione internazionale del Paese. Non è un passaggio ordinario: è una verifica sulla tenuta del sistema costruito da Orbán in oltre quindici anni di governo.

ORBAN

Il meccanismo elettorale è decisivo per capire la partita. L’Ungheria usa un sistema misto a turno unico: 106 seggi sono assegnati in collegi uninominali, dove vince il candidato più votato; altri 93 sono distribuiti con criterio proporzionale su liste nazionali. Gli elettori residenti votano due volte, per il candidato locale e per la lista; chi vive all’estero vota per corrispondenza solo per la lista. La soglia è del 5% per i partiti singoli, del 10% per coalizioni di due partiti e del 15% per alleanze più ampie.

Questo sistema continua a favorire chi è forte sul territorio. Anche con sondaggi sfavorevoli, Fidesz mantiene un radicamento nelle aree rurali e nei centri minori che può fare la differenza nei collegi uninominali. Inoltre esiste un meccanismo di compensazione che può amplificare il risultato del partito più competitivo sul piano locale. Per questo la traduzione dei voti in seggi non è lineare.

Sul piano delle regole, osservatori internazionali segnalano criticità. L’OSCE-ODIHR ha ricordato che diverse raccomandazioni sulle condizioni di equità non sono state recepite. Nel 2025 è stato eliminato il tetto alle spese elettorali e le norme sulla trasparenza dei finanziamenti sono considerate deboli da numerosi osservatori. Formalmente il quadro resta plurale, ma le condizioni di partenza non sono uguali.

Il confronto principale è tra due figure che rappresentano fasi diverse della destra ungherese. Viktor Orbán, al potere da 16 anni consecutivi, ha ridefinito istituzioni e rapporti tra politica e media, portando l’Ungheria al centro del dibattito europeo sulla cosiddetta democrazia illiberale. Dall’altra parte c’è Péter Magyar, il primo avversario credibile emerso dentro lo stesso campo politico di governo. Per anni vicino al sistema di potere, ha rotto nel 2024 dopo lo scandalo legato alla grazia concessa a un uomo coinvolto nella copertura di abusi su minori. La vicenda ha portato alle dimissioni della presidente Katalin Novák e ha travolto anche l’ex ministra della Giustizia Judit Varga. Da lì Magyarha costruito Tisza, trasformandolo in pochi mesi nel principale punto di riferimento del voto di protesta.

La sua forza sta anche nel profilo politico: non viene dalla tradizione liberale di opposizione, parla a un elettorato conservatore e promette interventi su corruzione, Stato di diritto e rapporti con l’Unione Europea, senza una rottura totale sui temi identitari. Questo gli ha permesso di sottrarre consensi a Fidesz nel suo stesso bacino.

I sondaggi indicano un vantaggio per Tisza, ma con margini variabili. Alcune rilevazioni attribuiscono a Magyar un distacco ampio tra gli elettori decisi, mentre sul totale dell’elettorato il divario si riduce. La lettura resta prudente: il mercato demoscopico è polarizzato e i risultati non sono sempre convergenti. Inoltre Orbán conserva un forte sostegno tra gli elettori più anziani e nelle aree periferiche. Il punto chiave è la distribuzione territoriale del voto: un vantaggio nazionale non basta se non si traduce in vittorie nei collegi.

Il voto ha anche una dimensione europea. Negli ultimi anni l’Ungheria è stata uno dei principali fattori di tensione nell’Unione Europea, soprattutto su Stato di diritto, sostegno all’Ucraina e rapporti con la Russia. Una parte consistente dei fondi europei destinati al Paese è ancora bloccata per problemi legati alla corruzione e alle garanzie istituzionali. Per Magyar, promettere un riavvicinamento a Bruxelles significa anche puntare allo sblocco di risorse rilevanti. Orbán, invece, ha impostato la campagna su una linea di sovranità, contrapponendo gli interessi nazionali alle pressioni europee.

Un altro elemento riguarda il sistema dell’informazione. Il rapporto dell’OSCE-ODIHR richiama le preoccupazioni per la concentrazione dei media e per il peso della fondazione KESMA (Fondazione per la stampa e i media dell’Europa centrale) nel panorama informativo. Viene segnalato anche il ruolo della pubblicità statale, spesso diretta verso testate considerate vicine al governo, e le difficoltà per l’opposizione di accedere ai media pubblici. Non significa che il risultato sia già deciso, ma che la competizione si svolge in condizioni squilibrate.

Nella notte elettorale non basterà guardare il dato nazionale. Sarà decisivo il risultato nei collegi uninominali fuori da Budapest, dove si misura la tenuta territoriale di Fidesz. Peserà anche l’eventuale ingresso in Parlamento di forze minori come Mi Hazánk. E conterà il margine complessivo tra i due principali contendenti: in Ungheria, uno scarto limitato può non bastare per cambiare maggioranza.

Dopo anni di stabilità apparente, l’incertezza è tornata. Ed è questo, prima ancora del risultato, il dato politico più rilevante.

Fonti: OSCE-ODIHR, Euronews, Associated Press, Bloomberg, Medián, 21 Research Center, Consiglio dell’Unione Europea.

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