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09 Aprile 2026 - 22:48
Campo rom
C’è un cambiamento silenzioso che attraversa l’Italia da anni, lontano dai riflettori ma destinato a segnare un passaggio storico. I cosiddetti “campi rom”, per decenni simbolo di marginalità, emergenza e politiche controverse, stanno progressivamente scomparendo. Non è una percezione: sono i numeri a raccontarlo.
Nel 2010, in Italia si contavano circa 40.000 rom e sinti distribuiti in 260 insediamenti monoetnici. Quindici anni dopo, nel 2025, il quadro è radicalmente cambiato: i campi sono scesi sotto quota 100, e le presenze si attestano a poco più di 10.000 persone. Una riduzione drastica, che segna una trasformazione strutturale del sistema.
I dati arrivano dal rapporto annuale “Cento campi” dell’Associazione 21 luglio, che da anni monitora la condizione delle comunità rom e sinte nel nostro Paese. E il quadro che emerge è chiaro: il modello dei campi, così come lo abbiamo conosciuto, è in progressivo smantellamento.
Nel solo 2025, sono stati cinque gli insediamenti sgomberati: dalle baraccopoli di Asti e Reggio Calabria, alle macroaree di Rovereto e Lucca, fino al centro di raccolta di Latina. Ma la vera novità non è tanto il numero, quanto il metodo. Accanto agli sgomberi, infatti, si moltiplicano le cosiddette “azioni di superamento”: 13 interventi che puntano non semplicemente a chiudere i campi, ma a accompagnare le persone verso soluzioni abitative alternative.
Il caso più emblematico è quello di Cupa Perillo, a Scampia, dove è in corso la progressiva uscita degli abitanti dalla baraccopoli verso abitazioni convenzionali. Un processo complesso, lento, ma simbolicamente potentissimo: significa trasformare un luogo di marginalità in un punto di partenza per l’inclusione.
Per capire la portata del cambiamento bisogna tornare indietro. I “campi rom” nascono negli anni ’90, in un contesto segnato dall’arrivo dei profughi dell’ex Jugoslavia. Dovevano essere soluzioni temporanee. Sono diventati, invece, un sistema stabile, che nel tempo ha prodotto effetti controversi: segregazione, isolamento, difficoltà di accesso ai servizi.
È proprio questo il punto su cui insiste Carlo Stasolla, presidente dell’Associazione 21 luglio: «Come mezzo secolo fa abbiamo assistito alla fine del sistema manicomiale, così oggi stiamo smantellando il sistema dei campi rom». Un paragone forte, che restituisce la dimensione storica del processo in corso.

Carlo Stasolla, presidente dell’Associazione 21 luglio
Ma la trasformazione non è uniforme. Se in molte aree del Paese il numero dei campi è in calo costante, ci sono territori dove il sistema resiste. Il caso più evidente è quello dell’area metropolitana di Napoli, dove si concentrano numeri più alti, condizioni più difficili e una maggiore complessità amministrativa. È qui che, nei prossimi anni, si giocherà la partita decisiva.
Ridurre il numero dei campi è un dato importante, ma non sufficiente. La vera questione è cosa accade dopo. Perché chiudere un insediamento senza offrire alternative significa semplicemente spostare il problema. Il superamento reale passa da politiche abitative, inclusione sociale, accesso al lavoro e ai servizi.
Quello che sta accadendo in Italia è, in fondo, un cambio di paradigma. Dopo decenni in cui i “campi rom” sono stati considerati una soluzione, oggi vengono messi in discussione alla radice. Non più risposta, ma problema.
I numeri indicano una direzione chiara. Ma il percorso non è concluso. Perché dietro ogni campo che chiude ci sono persone che devono trovare un posto altrove. E quel posto non è solo una casa, ma una possibilità reale di vivere dentro la città, non ai suoi margini.
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