Raccontato a più di 50 anni di distanza potrebbe sembrare surreale ma c’è stato un momento in cui lo Stato, nella lotta alle Brigate Rosse, si è affidato alla fede. Non a qualche divinità ultraterrena, piuttosto a un uomo di fede. Un religioso che abbandona il saio per imbracciare il fucile d’assalto, in una vita che sembra scritta dallo sceneggiatore di un film.
È il 1974 e, dopo il sequestro del magistrato Mario Sossi (rimasto nelle mani dei guerriglieri un mese e poi liberato) le BR sono all’apice del loro “successo”.
Almeno fino a quel momento.
Il capitano Pignero del nucleo antiterrorismo dei Carabinieri del generale Dalla Chiesa ha pensato che serva osservarle più da vicino: c’è bisogno di un infiltrato. Non può essere uno qualsiasi. Serve una persona credibile, dal curriculum inattaccabile, della stessa area politica. L’uomo giusto viene trovato (più o meno incredibilmente a seconda degli strati di complottismo che si vogliono applicare a questa vicenda) leggendo un’intervista contenuta in un settimanale di destra, il Candido.
Questa è relativa a Silvano Girotto, nome di battaglia Frate Mitra.
Una storia incredibile la sua.
Figlio di un carabiniere, nasce a Caselle nel 1939. Ha un’infanzia turbolenta e da giovane finisce in riformatorio. A 17 anni passa il confine francese e si arruola nella Legione Straniera. Viene mandato in Algeria ma dura poco, appena 3 mesi, schifato, a suo dire, dalle torture inflitte dai transalpini ai locali. Tornato in Italia si fa 5 anni di carcere condannato per rapina insieme ad alcuni suoi amici ed è qui che incontra la fede. Nel 1963 diventa frate, considerato un “prete rosso” per il suo impegno sociale in una zona fortemente industriale e comunista come quella di Omegna.
La svolta avviene nel 1969. Girotto parte missionario in Bolivia e si trova da quelle parti quando, il 21 agosto 1971, l’esercito organizza il golpe che porta al potere il colonnello Hugo Banzer Suarez. Passa dal saio alla clandestinità, dalla preghiera alle armi.
Spostatosi in Cile, a Santiago (base logistica della resistenza boliviana) fa in tempo a veder salire al potere Pinochet nel 1973 e a trovarsi anche li coinvolto nelle ostilità contro il locale dittatore. Rimasto ferito in battaglia per due volte, nello stesso anno viene rimpatriato in Italia e viene espulso dai francescani per il suo impegno nella lotta armata. Le foto e la sua testimonianza alla stampa crea il mito: nasce Frate Mitra.
Contattato dai carabinieri, decide di collaborare in quanto convinto che l’Italia potesse ancora evitare di finire nella spirale della violenza che aveva vissuto in prima persona in Sudamerica. Viene avvicinato alle BR tramite l’avvocato Giambattista Lazagna, un ex partigiano. A garanzia della sua integrità, si fa precedere da alcune lettere del Partito Comunista di Cuba che lo descrivono come professionista della guerriglia e con contatti con i Tupamaros uruguaiani: per i brigatisti è il curriculum perfetto.
Ai primi di settembre del 1974, incontra due volte i vertici del gruppo e da questi viene incaricato, da lì a un mese, di organizzare una scuola di addestramento. Questo non avverrà mai poiché, al terzo appuntamento, l’8 settembre, si presenta accompagnato dagli uomini dell’Arma facendo finire in manette i capi storici Renato Curcio e Alberto Franceschini.
Avvisato da un medico vicino all’ambiente (a sua volta imbeccato da una misteriosa telefonata che i maligni attribuiscono al ministero dell’interno) Mario Moretti scamperà alla cattura, senza riuscire (o senza, chissà, volere) avvertire i sodali. Rimarrà l’uomo più importante del vertice strategico a rimanere in libertà, imprimendo un’irreversibile svolta militarista alla storia delle Brigate Rosse.
Questa circostanza, unita alla fretta di effettuare un arresto che, se differito, avrebbe consentito di sgominare l’intera rete dell’organizzazione, farà calare uno spesso velo di opacità sull’intera operazione Frate Mitra. Tanti studiosi, storici e giornalisti avanzeranno l’ipotesi che, anche tramite il terrorismo “rosso” una parte dello stato avesse interesse a mantenere alta quella tensione che raggiungerà il culmine con il sequestro Moro.
Respinta pervicacemente l’accusa di essere stato una pedina di un piano più grande di lui, Girotto si ritirerà a vita privata. Dopo aver testimoniato al processo alle BR nel 1978, si sposa con una donna boliviana (Carmen, la “compagna Laura”) conosciuta durante il periodo guerrigliero dalla quale ha due figlie.
Lavora come operaio a Robassomero e poi inizia nuovamente il suo peregrinare che lo porta negli Emirati Arabi, nello Yemen e poi in Etiopia, dove dal 2002, insieme alla sorella e alla moglie, gestirà una missione durante il difficile periodo della guerra con i vicini dell’Eritrea.
Nel mezzo scriverà la sua autobiografia intitolata “Mi chiamavano Frate Mitra” e riuscirà addirittura a mettersi in contatto e a riappacificarsi (con uno più che con l’altro) con Franceschini e Curcio ormai usciti di galera.
Chiude il cerchio tornando a Torino dove, dopo una lunga malattia, muore il 31 marzo 2022.
Chissà se, insieme al mitra, portandosi nell’aldilà qualche scomodo segreto della storia degli anni di piombo.
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