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Reggia di Venaria, conto alla rovescia per il polo scientifico: apertura nel 2026

Investimento da 3,5 milioni per trasformare il Centro Restauro in hub internazionale della diagnostica

Reggia di Venaria, conto alla rovescia per il polo scientifico: apertura nel 2026

Reggia di Venaria, conto alla rovescia per il polo scientifico: apertura nel 2026

Il nuovo polo scientifico del Centro Conservazione Restauro alla Reggia di Venaria sarà completato entro la fine del 2026. L’annuncio è arrivato questa mattina durante il sopralluogo della Commissione Cultura del Consiglio regionale, guidata da Paola Antonetto, negli spazi della Reggia e del Centro.

È la notizia. Ed è una scadenza che trasforma un progetto già avviato in un impegno concreto, con tempi definiti e responsabilità politiche chiare.

Ad accogliere i commissari sono stati Chiara Teolato, presidente del Consorzio delle Residenze reali sabaude, e Alfonso Frugis, presidente del Centro Conservazione Restauro. Proprio Frugis ha ribadito il punto centrale: «Alla fine del 2026 verrà inaugurato un nuovo Polo scientifico all’interno dell’ex Galoppatoio Lamarmora: un asse strategico fondamentale per lo sviluppo futuro della nostra Fondazione». Non un ampliamento qualsiasi, ma un’infrastruttura pensata per spostare il baricentro del lavoro sul fronte della diagnostica e della ricerca scientifica applicata all’arte.

Il dato politico è qui. Perché parlare di diagnostica significa cambiare approccio: non più solo restauro come intervento finale, ma conoscenza come fase strutturale. L’opera d’arte non si “ripara”, si studia.

Il progetto, già avviato, vale complessivamente 3,5 milioni di euro, di cui 2,5 milioni finanziati dalla Regione Piemonte, e prevede la riqualificazione di circa 600 metri quadrati dell’ex Galoppatoio Lamarmora. Due piani. Al piano terra, otto laboratori scientifici di ultima generazione e uno spazio aperto anche al pubblico. Sopra, uffici, biblioteca, sala riunioni e aree dedicate al networking. Non solo luoghi di lavoro, ma spazi pensati per costruire relazioni.

L’obiettivo dichiarato è ambizioso: trasformare Venaria in un punto di riferimento internazionale per la diagnostica applicata ai beni culturali. Non è retorica. Significa attrarre università, istituti di ricerca, musei, partner industriali. Significa entrare in una rete globale dove si decide come si studia e si conserva il patrimonio nei prossimi decenni.

Se si guarda solo al cantiere, il rischio è di non capire cosa sta davvero succedendo. Perché il nuovo polo scientifico del Centro Conservazione Restauro non è un intervento edilizio. È un cambio di metodo. E, in prospettiva, di ruolo.

Il punto è semplice: la tutela del patrimonio culturale non si gioca più solo nel restauro, ma nella conoscenza. E la conoscenza, oggi, è sempre più scientifica.

Per anni il restauro è stato raccontato come un gesto quasi artigianale, fatto di manualità, esperienza, sensibilità. Tutto vero. Ma non basta più. Oggi un’opera d’arte viene studiata come si studia un organismo complesso: materiali, stratificazioni, trasformazioni nel tempo, interventi precedenti, condizioni ambientali. Ogni decisione passa prima da un’analisi.

È qui che entra in gioco la diagnostica.

Nei laboratori del CCR la parola chiave è interdisciplinarità. Chimici, fisici, diagnosti, restauratori, storici dell’arte lavorano insieme sullo stesso oggetto. Non in sequenza, ma in modo integrato. L’opera non è più solo un “bene” da conservare, ma un sistema da comprendere.

Le tecnologie utilizzate permettono di andare oltre la superficie visibile. Riflettografia infrarossa per individuare disegni preparatori nascosti. Fluorescenza ultravioletta per leggere alterazioni e vernici. Raggi X per analizzare la struttura interna. Imaging iperspettrale per identificare pigmenti e materiali. Tecniche che non toccano l’opera, ma la attraversano.

Il principio è lo stesso della diagnostica medica: prima si osserva, poi – eventualmente – si interviene.

Dentro questa logica, il nuovo polo scientifico rappresenta un salto di scala. Non perché aggiunge semplicemente spazi, ma perché aumenta la capacità di analisi, di ricerca, di connessione internazionale.

Otto laboratori non sono un dettaglio organizzativo. Sono la possibilità concreta di lavorare su più progetti contemporaneamente, di accogliere collaborazioni esterne, di sviluppare linee di ricerca autonome. Significa passare da una struttura operativa a un’infrastruttura scientifica.

E questo cambia anche il posizionamento del territorio.

Venaria non è più soltanto sede di un sito UNESCO. Diventa un luogo dove si produce conoscenza su quel patrimonio. È una differenza sostanziale. Perché chi produce conoscenza entra nei circuiti internazionali, partecipa ai progetti europei, dialoga con università e centri di ricerca.

Non è un salto automatico. Ma è una possibilità reale.

Il CCR, da questo punto di vista, parte già con una base solida. I casi di studio recenti lo dimostrano. I tarocchi Visconti-Sforza e il Cristo benedicente di Raffaello, studiati con tecniche avanzate che hanno restituito informazioni nuove su materiali, disegni preparatori e interventi successivi.

Sono lavori che non restano confinati nei laboratori. Entrano nelle mostre, nelle pubblicazioni, nella storia dell’arte. Producono conoscenza condivisa.

Il nuovo polo nasce per rendere questo processo più sistematico, più strutturato, più competitivo.

C’è poi un altro livello, meno evidente ma decisivo: quello della formazione.

All’interno del CCR convivono ricerca, restauro e didattica. La Scuola di Alta Formazione e il corso universitario creano un flusso continuo di competenze. Il nuovo polo può rafforzare questo sistema, offrendo spazi e strumenti a giovani ricercatori e professionisti.

Accanto alla dimensione scientifica c’è quella economica. Perché un’infrastruttura di questo tipo non vive solo di fondi pubblici iniziali. Ha bisogno di progetti, bandi, partnership, finanziamenti continuativi. La scelta di attivare anche un crowdfunding indica una direzione precisa: diversificare le risorse.

Nel frattempo, la Reggia continua a crescere nei numeri e nel ruolo. Oltre 31 mila visitatori nel weekend pasquale, più di 567 mila nel 2025. Dati che Chiara Teolato legge come conferma di una strategia: «Rappresentare sempre più un presidio culturale permanente per il territorio». Con uno sguardo già al 2027, quando si celebreranno i vent’anni dalla riapertura.

Ma il punto è un altro. Se la Reggia è il simbolo, il nuovo polo vuole essere il motore.

Venaria prova a fare un passaggio che in Italia raramente riesce: non limitarsi a valorizzare il patrimonio, ma usarlo per produrre conoscenza. Spostare l’asse da luogo che espone bellezza a luogo che la studia, la analizza, la interpreta.

Funzionerà? Dipenderà da quello che succederà dopo il 2026. Perché inaugurare è la parte più facile. Tenere in vita un polo scientifico significa finanziare ricerca, costruire reti internazionali, attrarre talenti, produrre risultati.

Il cantiere è partito. La data c’è. I fondi anche.

Ora resta la domanda vera: Venaria saprà diventare davvero un laboratorio internazionale, o si fermerà all’ennesima infrastruttura ben fatta ma poco sfruttata?

La risposta, questa volta, non sta nei progetti. Sta nella capacità di farli funzionare.

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