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Diesel verso i 2,3 euro e oltre. E da metà aprile potrebbe non trovarsi più

Petrolio sopra i 100 dollari, scorte sotto pressione e dipendenza dal Golfo: il sistema scricchiola

Diesel verso i 2,3 euro e oltre. E da metà aprile potrebbe non trovarsi più

Diesel verso i 2,3 euro e oltre. E da metà aprile potrebbe non trovarsi più

Il problema non è più solo quanto costa il diesel. Il punto, sempre più concreto, è se ci sarà abbastanza gasolio per tutti.

La guerra in Iran, entrata nella quinta settimana, sta spingendo il petrolio stabilmente sopra i 100 dollari al barile e sta aprendo una crepa profonda nei mercati energetici globali. Una crepa che in Italia si traduce in un doppio rischio: prezzi record e possibile scarsità. E il bersaglio principale è proprio il diesel, il carburante che tiene in piedi trasporti, logistica e una buona fetta dell’economia reale.

Gli analisti non girano intorno al problema. Davide Tabarelli parla apertamente di una crisi «peggiore di quelle del ’73 e del ’79». Il motivo è geografico e strutturale insieme: lo Stretto di Hormuz, da cui passa circa il 20% del petrolio mondiale e una quota decisiva di prodotti raffinati, tra cui il gasolio. Se si inceppa lì, si inceppa ovunque.

E infatti qualcosa si sta già muovendo. In altri Paesi si sperimentano misure drastiche: locali chiusi la sera, limitazioni alla circolazione. Segnali che sembrano lontani, ma che raccontano una tensione reale sulle forniture.

Il punto è che l’Europa, negli ultimi anni, si è resa più fragile. Lo segnala Unem, l’associazione delle imprese petrolifere: meno raffinerie, più dipendenza dall’estero, soprattutto dal Golfo Persico. Non è solo una questione di greggio. È la raffinazione che manca. E quindi il prodotto finito.

I numeri sono chiari: l’Italia importa solo il 6% del greggio passando da Hormuz, ma il 57% del gasolio sì. Questo significa una cosa semplice: se quella rotta si blocca, il diesel diventa merce rara. E quindi cara.

Negli anni, tra politiche ambientali, costi crescenti e impianti obsoleti, l’Europa ha chiuso o riconvertito raffinerie. Eni ha trasformato Marghera e Gela in bioraffinerie e seguiranno altri siti. Una scelta industriale coerente con la transizione energetica, ma che oggi presenta il conto.

In mezzo, c’è anche la guerra in Ucraina, che ha tagliato fuori le forniture russe, comprese quelle di diesel. Il risultato è una dipendenza più ampia e più fragile.

E ora il sistema scricchiola.

Secondo l’International Energy Agency, siamo di fronte alla più grande interruzione delle forniture petrolifere della storia recente. Più di 3 milioni di barili al giorno di capacità di raffinazione persi. E una vulnerabilità particolare proprio sul diesel. Le scorte ci sono, ma non bastano a lungo.

Il rischio, quindi, non è teorico. È una “bomba a orologeria”, come l’ha definita JP Morgan. E la scadenza è vicina: metà aprile.

Aprile sarà il mese della verità anche per un altro motivo. Il 7 scade il taglio delle accise. Senza proroga, i prezzi schizzerebbero subito: benzina a un passo dai 2 euro al litro, diesel oltre i 2,3 euro. Un record assoluto.

Il governo sta cercando circa 400 milioni per prorogare lo sconto e prepara anche un credito d’imposta per il gasolio agricolo. Francesco Lollobrigida lo ha annunciato apertamente, mentre Ettore Prandini ha parlato di un intervento necessario per evitare ricadute sulla sovranità alimentare.

Ma il punto, ancora una volta, è un altro.

Anche con prezzi calmierati, se manca il carburante il problema resta. E qui entra in gioco la logistica. I camionisti hanno già proclamato un fermo nazionale dal 20 al 25 aprile. Se si fermano loro, si ferma il Paese. Oltre il 90% delle merci viaggia su gomma. Compresi i carburanti.

Tradotto: meno camion, meno rifornimenti. Meno rifornimenti, distributori a secco.

Non è uno scenario estremo. È uno scenario possibile.

Per questo anche Bruxelles inizia a prepararsi. Il commissario all’Energia Dan Jørgensen invita a misure di risparmio: smart working, limiti di velocità più bassi, più trasporto pubblico, car pooling, meno voli. Un ritorno, aggiornato, a logiche che sembravano archiviate.

Il diesel, oggi, è ancora ovunque. Il 39,5% delle auto italiane va a gasolio. Nei mezzi pesanti si supera il 90%. È la spina dorsale invisibile dell’economia.

Ed è proprio lì che la crisi colpisce.

Il rischio non è solo pagare di più. È scoprire, una mattina qualsiasi, che il diesel non c’è. E a quel punto il problema non sarà più il prezzo. Ma tutto il resto.

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