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01 Aprile 2026 - 00:16
Darfur, stupri di guerra su bambine e donne: cosa sta succedendo davvero in Sudan?
Nel corridoio di un ambulatorio di fortuna a Tawila, nel Nord Darfur, una madre stringe a sé la figlia di dodici anni. La ragazza zoppica non parla. Gli operatori di Medici Senza Frontiere (MSF) le offrono dell’acqua. L’odore del disinfettante si mescola alla polvere sollevata dal vento. In una stanza accanto, un’ostetrica compila un modulo: “Aggressione di gruppo”. Una definizione fredda per descrivere un crimine che serve a imporre controllo. Nelle ultime settimane sono arrivate altre bambine, alcune sotto i cinque anni. Alcune sono state violentate lungo la strada per il pozzo, altre mentre cercavano cibo. Molte non sono mai riuscite a raggiungere un presidio sanitario.
Queste scene ricorrono nel rapporto pubblicato il 31 marzo 2026 da Medici Senza Frontiere, che ha documentato la diffusione della violenza sessuale come strumento di guerra in Darfur. Tra gennaio 2024 e novembre 2025, nelle strutture sostenute dall’organizzazione in Nord Darfur e Sud Darfur, si sono presentate almeno 3.396 sopravvissute. È un dato parziale: una parte minima rispetto alla realtà, segnata da paura, stigma e mancanza di assistenza.
La guerra in corso in Sudan è iniziata il 15 aprile 2023, con lo scontro tra le Forze Armate Sudanesi (SAF) e le Forze di Supporto Rapido (RSF). Il conflitto si è esteso rapidamente da Khartoum al Darfur e al Kordofan. Al 31 marzo 2026 sono trascorsi meno di due anni, ma il Darfur convive con violenze e impunità da oltre vent’anni. In questo contesto, la violenza sessuale è stata usata più volte per intimidire e costringere alla fuga intere comunità.
Il rapporto di MSF descrive un quadro coerente: aggressioni compiute da uomini armati, spesso in gruppo, lungo le rotte dell’acqua, nei mercati, nelle abitazioni, durante gli spostamenti o nei pressi dei campi per sfollati. Una quota significativa delle vittime è costituita da minori. In alcune aree del Sud Darfur, circa il 20 per cento delle persone assistite aveva meno di diciotto anni, inclusi bambini sotto i cinque anni. La violenza si verifica anche lontano dai combattimenti diretti: non è un effetto casuale, ma una pratica sistematica.
Le testimonianze raccolte parlano di donne fermate ai posti di blocco, picchiate e violentate davanti ad altri, di adolescenti aggredite mentre raccoglievano legna. In molti casi sono stati coinvolti più aggressori. Le violenze sono state accompagnate da rapine, minacce, torture e sequestri. Chi è riuscito a raggiungere una struttura sanitaria entro 72 ore ha potuto ricevere cure per ridurre il rischio di infezioni da virus dell’immunodeficienza umana (HIV) e gravidanze indesiderate. Ma la distanza, i costi, i controlli armati e la paura hanno spesso impedito l’accesso alle cure.
Organizzazioni per i diritti umani e organismi delle Nazioni Unite attribuiscono la maggior parte degli episodi alle RSF e a milizie alleate. Tra le comunità più colpite figurano i Masalit, i Fur, gli Zaghawa e i Berti. Amnesty International ha definito queste violenze diffuse e mirate a umiliare e spostare intere popolazioni. La rappresentante speciale delle Nazioni Unite sulla violenza sessuale nei conflitti, Pramila Patten, ha parlato di uso sistematico su larga scala. Le conclusioni coincidono con quelle della missione internazionale d’inchiesta sulla situazione in Sudan.
Nel Nord Darfur, l’attacco al campo per sfollati di Zamzam tra l’11 e il 13 aprile 2025 ha segnato un passaggio decisivo. Nel campo vivevano oltre 500.000 persone. L’offensiva ha provocato uccisioni, rapimenti, distruzioni e numerosi stupri, anche di gruppo, oltre a casi di schiavitù sessuale. L’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani (OHCHR) ha parlato di possibili crimini di guerra e contro l’umanità. Fonti internazionali hanno riferito di migliaia di morti complessivi durante l’assedio e la caduta di El Fasher nell’ottobre 2025, e di oltre mille civili uccisi a Zamzam in tre giorni.
MSF: La violación y la violencia sexual “forman parte de la vida cotidiana” en la región sudanesa de Darfur https://t.co/1p4L9PwxFV
— Democracy Now! en español (@DemocracyNowEs) March 31, 2026
Il conflitto ha prodotto la più grande crisi di sfollamento al mondo. Più di 14 milioni di persone hanno lasciato le proprie case, oltre 11 milioni all’interno del Sudan e milioni oltreconfine. Secondo Organizzazione mondiale della sanità (OMS) e Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia (UNICEF), nel 2026 oltre 33 milioni di persone hanno bisogno di assistenza, con 21 milioni che necessitano di cure sanitarie urgenti. Il sistema sanitario è collassato, la fame è in aumento e i bambini rappresentano una parte consistente degli sfollati. Le scuole sono chiuse o distrutte. La ricerca di acqua, cibo o legna espone a nuove violenze.
Le denunce restano limitate. Il numero registrato da MSF non riflette l’estensione reale del fenomeno. Lo stigma sociale, il timore di ritorsioni, l’assenza di istituzioni funzionanti e le difficoltà di accesso alle cure scoraggiano le segnalazioni. Molte strutture sanitarie sono state saccheggiate o abbandonate, e anche le organizzazioni umanitarie hanno dovuto sospendere attività in aree troppo pericolose.
Per le sopravvissute, il tempo è decisivo. Le cure devono essere immediate: prevenzione delle infezioni, contraccezione d’emergenza, assistenza psicologica. In Darfur, questi interventi arrivano spesso in ritardo. Mancano strade sicure, mezzi di trasporto, farmaci e personale. MSF ha rafforzato i programmi sul territorio, ma senza accesso umanitario garantito e protezione dei civili, gli interventi restano limitati.
La violenza sessuale viene utilizzata per imporre controllo, punire comunità considerate ostili e distruggere legami sociali, spesso su base etnica. Gli attacchi avvengono in pubblico, con aggressori che agiscono senza timore di conseguenze. L’assenza di responsabilità alimenta la ripetizione delle violenze. Amnesty International e OHCHRhanno rilevato schemi ricorrenti: le aggressioni accompagnano assedi, saccheggi e uccisioni.
Gli eventi di El Fasher e Zamzam hanno aggravato una crisi già profonda. Le testimonianze raccolte nei mesi successivi raccontano violenze contro donne e ragazze in fuga, gravidanze forzate e abusi anche lungo percorsi che avrebbero dovuto essere sicuri.
Nel febbraio 2026, l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Türk, ha parlato di rischio di ulteriori atrocità su larga scala. Le uccisioni di civili sono più che raddoppiate nel 2025 rispetto all’anno precedente. Sono stati documentati oltre 500 casi di violenza sessuale, tra stupri, torture e schiavitù.
I bambini sono tra le principali vittime. UNICEF ha segnalato centinaia di casi nel 2024, inclusi bambini molto piccoli. Le conseguenze sono gravi: lesioni fisiche, traumi duraturi, interruzione della scuola, isolamento sociale. In un contesto segnato da fame e mancanza di servizi, la possibilità di cura è spesso assente.
Raccontare questa realtà richiede attenzione. I numeri indicano la dimensione del fenomeno, ma la violenza si consuma soprattutto lontano dagli sguardi, lungo strade, nei villaggi, nelle case. Oggi, in molte aree del Darfur, non esistono luoghi sicuri.
Al 31 marzo 2026 emergono due elementi chiari. La violenza sessuale in Sudan è una pratica documentata da organizzazioni mediche, enti delle Nazioni Unite e organizzazioni per i diritti umani. La risposta umanitaria resta insufficiente rispetto ai bisogni di milioni di persone. Comprendere la cronologia del conflitto, iniziato il 15 aprile 2023, è essenziale per attribuire responsabilità e valutare le decisioni politiche che possono ancora limitare le conseguenze.
Fonti: Medici Senza Frontiere (MSF); Amnesty International; Nazioni Unite; Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani (OHCHR); Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia (UNICEF); Organizzazione mondiale della sanità (OMS).
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