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Gite scolastiche al collasso: metà degli studenti resta a casa

Costi, docenti e rapporti tra compagni: cambia il volto della “settimana più attesa”

Gite scolastiche

Gite scolastiche al collasso: metà degli studenti resta a casa

Un tempo era il momento più atteso dell’anno. Oggi, sempre più spesso, è un’occasione mancata. Le gite scolastiche, simbolo per generazioni di studenti, sembrano attraversare una fase di crisi profonda: quasi uno studente su due resta a casa. I numeri parlano chiaro. Secondo l’Osservatorio Gite Scolastiche di Skuola.net, il 44% degli studenti delle scuole medie e superiori non parteciperà ai viaggi di istruzione con pernottamento. Una percentuale che racconta molto più di una semplice flessione: indica un cambiamento strutturale nel rapporto tra scuola, studenti e socialità.

Le cause sono diverse, ma tutte convergono in un quadro complesso. Da un lato ci sono problemi organizzativi: la mancanza di docenti disponibili ad accompagnare le classi, spesso frenati da responsabilità crescenti e carichi di lavoro elevati. Dall’altro, il nodo dei costi, sempre più difficile da sostenere per molte famiglie, soprattutto in un contesto economico segnato dall’aumento generale dei prezzi.

Ma c’è un elemento nuovo, forse il più significativo: la rinuncia volontaria degli studenti. Non si tratta solo di impossibilità, ma di scelta. Una quota crescente di ragazzi decide di non partire, anche quando potrebbe farlo. Il dato sorprende. Tra chi resta a casa, infatti, oltre la metà — il 52% — lo fa per decisione personale, non per motivi economici o familiari. Una rinuncia che spesso nasce dal desiderio di evitare la convivenza con i compagni di classe.

Un segnale che apre interrogativi più ampi sul clima nelle scuole. La gita, per sua natura, richiede condivisione, adattamento, capacità di stare insieme. Ma se questa esperienza viene percepita come un peso, significa che qualcosa si è incrinato nei rapporti tra studenti. Il viaggio di istruzione, da momento di socializzazione, rischia così di trasformarsi in un’esperienza evitata. Non per disinteresse verso la meta, ma per le dinamiche interne al gruppo.

Non mancano poi i problemi legati alla gestione della disciplina. Gli episodi di comportamenti scorretti durante le gite hanno contribuito negli anni a rendere più cauti docenti e dirigenti scolastici. Organizzare un viaggio implica oggi una serie di responsabilità che spesso scoraggiano chi dovrebbe accompagnare gli studenti.

Eppure, nonostante tutto, la gita resiste. Il 66% degli studenti continua a partire, anche se con modalità diverse rispetto al passato. Una parte lo ha già fatto nei mesi scorsi, mentre un altro segmento si prepara a partire entro la fine dell’anno scolastico. Anche le destinazioni raccontano un cambiamento. L’Italia resta la meta principale, scelta dal 60% degli studenti, ma perde terreno rispetto agli anni precedenti. Cresce invece l’interesse per l’estero, che raggiunge il 40%.

Tra le città italiane dominano le grandi capitali dell’arte e della cultura: Firenze, Roma e Napoli si confermano le mete più richieste. Luoghi che uniscono valore educativo e attrattiva turistica, offrendo itinerari consolidati e facilmente gestibili. All’estero, invece, emergono nuove preferenze. In testa c’è Vienna, seguita da Berlino e Atene. Le capitali europee diventano sempre più accessibili e rappresentano per gli studenti un’occasione di apertura internazionale.

Ma anche qui si intravede una trasformazione. Le mete non sono più solo un’esperienza culturale, ma diventano parte di un immaginario più ampio, legato ai social, alla condivisione e alla costruzione di ricordi da raccontare. Il viaggio di istruzione, in altre parole, cambia funzione. Non è più soltanto un’estensione dell’attività didattica, ma un’esperienza che si colloca tra scuola e vita privata.

E proprio in questo spazio si inseriscono le contraddizioni. Da un lato la scuola continua a proporre la gita come momento educativo, dall’altro gli studenti la vivono sempre più come scelta personale, da accettare o rifiutare in base a dinamiche individuali. Il risultato è un equilibrio fragile. Le gite non scompaiono, ma perdono centralità. Non sono più un rito collettivo obbligato, ma un’opzione tra le tante.

E questo cambia tutto. Perché se una parte degli studenti rinuncia, si modifica anche l’esperienza di chi parte. Classi più ridotte, gruppi meno omogenei, dinamiche diverse. La gita diventa meno “di classe” e più selettiva.

Resta da capire se si tratta di una fase temporanea o di un cambiamento destinato a durare. Molto dipenderà dalla capacità del sistema scolastico di adattarsi: ridurre i costi, semplificare l’organizzazione, ma soprattutto ricostruire un clima di fiducia e partecipazione. Perché, al di là dei numeri, la gita scolastica resta un momento unico. Un’esperienza che, quando funziona, lascia tracce profonde nella memoria degli studenti. Oggi, però, quella tradizione sembra scricchiolare. E la domanda è inevitabile: cosa resta della gita, se sempre più ragazzi scelgono di non partire?

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