Cerca

Attualità

Nichelino, “il canile non è un parcheggio”: Fiodor Verzola rilancia la tutela animale e ferma le cessioni facili

“Un cane è per sempre”, ribadisce l’assessore alle politiche animaliste: la nuova delibera sull’affidamento del servizio di canile e protezione felina segna una svolta nel nome del benessere animale e della responsabilità, contrastando chi pensa di scaricare sulle istituzioni il peso delle proprie scelte

Nichelino, “il canile non è un parcheggio”: Fiodor Verzola rilancia la tutela animale e ferma le cessioni facili

Ci sono parole che graffiano più di un’accusa. E poi ci sono frasi che arrivano come una porta sbattuta in faccia all’indifferenza. “Il canile non è un parcheggio” è una di queste. Non è uno slogan da affidare alla cronaca di un giorno, ma una linea di confine tracciata con decisione dal Comune di Nichelino, che con una deliberazione di Giunta ha avviato le procedure per il nuovo affidamento del servizio di gestione del canile sanitario, del canile rifugio e della protezione felina. Un atto amministrativo, sì, ma anche un atto morale. Perché dietro le carte, dietro i richiami normativi e le procedure, si staglia una domanda che chiama in causa la coscienza collettiva: che cosa diventa una società quando comincia a considerare un animale come un oggetto restituibile?

L’assessore alle politiche animaliste Fiodor Verzola lo dice senza sfumature, con il tono di chi ha smesso di tollerare l’alibi delle mezze giustificazioni. Il Comune, chiarisce, ha avviato il nuovo affidamento “con l’obiettivo di garantire standard sempre più elevati in termini di tutela, benessere animale e qualità del servizio”, ma nello stesso tempo ritiene necessario intervenire con decisione su un fenomeno sempre più frequente, quello delle richieste di cessione di cani per motivazioni prive di reale fondamento”. Non è soltanto una questione burocratica. È il riflesso di un’abitudine malata, di una cultura della rinuncia travestita da necessità, di una leggerezza che spesso si consuma sulla pelle di chi non ha voce per difendersi.

Perché un cane non conosce il linguaggio delle delibere, non sa nulla di capitolati speciali d’appalto o di convenzioni con il Terzo Settore. Conosce però l’attesa davanti a una porta che non si riapre, il cambio improvviso di odori, la frattura invisibile dell’abbandono. Conosce il disorientamento, la perdita, quella ferita muta che lascia il passaggio dall’illusione di una casa alla realtà di una gabbia. Ed è proprio lì, in quello spazio sospeso tra responsabilità mancata e sofferenza animale, che l’amministrazione nichelinese ha deciso di colpire.

Il messaggio politico e umano è netto. Verzola lo afferma con chiarezza: “Il canile è una struttura di accoglienza che è tale per motivazioni reali, definite dal capitolato speciale di appalto e dalle normative vigenti, non uno strumento per liberarsi delle proprie responsabilità”. Esistono già casistiche previste, come quelle dei cosiddetti cani sociali, che vengono prese in carico dal Comune secondo criteri precisi. Ma quei casi, sottolinea l’assessore, “non possono e non devono essere estesi a situazioni prive di fondamento”. Perché crescere una vita richiede tempo, dedizione, pazienza, competenze. E soprattutto coscienza.

Ed è qui che il discorso si fa ancora più duro, più scomodo, più vero. “Un cane è per sempre”, scandisce Verzola. “Non è una fase della vita che dura il tempo che passa dal cucciolo all’età adulta. Non è un capriccio, non è un oggetto che si restituisce quando diventa impegnativo. È un essere vivente che merita rispetto, con bisogni, tempi e un percorso che si evolve nel tempo”. Un cane, insomma, non è il giocattolo sentimentale di una stagione felice. È una presenza viva, esigente, complessa; è fedeltà che domanda fedeltà; è amore che pretende responsabilità.

Da educatore cinofilo prima ancora che da amministratore, Verzola inchioda la questione a una verità tanto semplice quanto spesso rimossa: “Non tutte le persone possono detenere un cane, e non tutte possono detenere ogni tipo di cane”. È una frase che pesa, perché demolisce un’idea romantica ma irresponsabile del rapporto uomo-animale. Avere un cane non è un diritto astratto e incondizionato. È una scelta concreta che implica consapevolezza, preparazione, capacità di gestione. “La gestione di un animale richiede consapevolezza, competenze e responsabilità, elementi che non possono essere aggirati scaricando sulle istituzioni le conseguenze delle proprie scelte”, afferma l’assessore. Quando questi elementi mancano, nascono contesti sbagliati, aspettative sbagliate, relazioni sbagliate. E da quella catena di errori comincia spesso la discesa verso l’abbandono, anche quando non si chiama così.

Per questo il Comune annuncia una stretta. Verzola è esplicito: “Chiederò agli uffici di segnalare agli organi competenti tutte le richieste di cessione che non siano supportate da motivazioni serie, documentabili e oggettive e, ove ne ricorrano i presupposti, di procedere anche con le valutazioni necessarie per eventuali denunce”. Non più indulgenza, dunque, verso chi tenta di trasformare l’irresponsabilità in prassi tollerata. Non più comprensione automatica per chi scarica sulle istituzioni il prezzo delle proprie scelte avventate. La linea si spezza qui, tra chi si assume il peso dell’impegno e chi pretende che sia la collettività a farsene carico

Dentro questa decisione non c’è soltanto il rigore amministrativo. C’è un’idea precisa di civiltà: la convinzione che la tutela degli animali d’affezione sia parte integrante della convivenza civile e persino della salute pubblica, come si legge nella delibera. C’è il riconoscimento del ruolo del Comune, in collaborazione con il Servizio Veterinario dell’ASL TO5, nel controllo del randagismo e nella vigilanza contro il maltrattamento. Ma soprattutto c’è la scelta di affidare questi servizi attraverso un modello di amministrazione condivisa, ai sensi dell’articolo 56 del D.Lgs. 117/2017, coinvolgendo Organizzazioni di Volontariato e Associazioni di Promozione Sociale iscritte al RUNTS (Registro Unico Nazionale del Terzo Settore).

La scelta non è casuale. Nella delibera si spiega che il ricorso ad Organizzazioni di Volontariato (ODV) ed Associazioni di Promozione Sociale (APS) viene ritenuto più favorevole all’interesse pubblico rispetto al mercato ordinario. La ragione è quasi poetica, pur nella lingua asciutta delle norme: il volontariato, si legge in sostanza, garantisce una cura del benessere psicofisico degli animali che va oltre la mera esecuzione tecnica del servizio. In altre parole, non basta nutrire, pulire, custodire. Occorre saper guardare, saper attendere e poi ricostruire la fiducia negli occhi di un animale ferito dall’umano. E questa non è solo gestione: è prossimità, empatia, pazienza, relazione.

L’ente partner dovrà mettere a disposizione una struttura autorizzata entro 30 chilometri dal territorio comunale, capace di garantire canile sanitario, canile rifugio e protezione felina. Il valore economico stimato per il biennio 2026-2028 è di 116 mila euro lordi, pari a 58 mila euro annui, con servizi che dovranno includere pronta reperibilità H24, gestione delle colonie feline, sterilizzazioni e promozione delle adozioni. Dietro queste cifre c’è un’architettura pubblica che prova a non lasciare soli gli animali e neppure a lasciare vuote le parole con cui troppo spesso la politica ama definirsi “vicina al territorio”.

Ma il punto più lacerante resta un altro. Ogni volta che un cane viene ceduto con leggerezza, ogni volta che una richiesta maschera un abbandono morale, non si compie solo un gesto amministrativamente discutibile. Si consuma una rottura etica. Si spezza un patto. Si infligge a un essere vivente una ferita che non ha voce, ma ha memoria. Ed è forse questa la frase più potente pronunciata da Verzola: “Perché ogni volta che un cane viene preso e poi scaricato, c’è una sofferenza. C’è un fallimento umano, prima ancora che amministrativo”.

Fallimento umano. Sono parole che restano addosso. Perché chiamano ciascuno al proprio posto. Non il cittadino ideale, non il proprietario perfetto, ma la persona concreta che decide di accogliere un animale nella propria vita. Accoglierlo davvero, non solo finché conviene. Non solo finché diverte. Non solo finché si lascia fotografare come una promessa d’amore.

La delibera approvata dalla Giunta nichelinese, allora, vale per ciò che dispone ma ancora di più per ciò che denuncia. Denuncia una società in cui troppo spesso l’impegno viene scambiato per fastidio, la responsabilità per peso, la cura per optional. E prova a ribaltare questa deriva partendo da un principio elementare e radicale: gli animali non sono scarti da redistribuire quando la vita cambia forma.

C’è una città, oggi, che prova a dirlo senza ammorbidire nulla. C’è un’amministrazione che sceglie di stare da una parte sola. Non dalla parte della comodità, non dalla parte delle giustificazioni, ma da quella degli animali. Sempre. Del resto, è lo stesso assessore a rivendicarlo senza esitazioni: “Continuerò a lavorare in questa direzione, nel solo e supremo interesse della collettività nichelinese e nel rispetto degli animali".

E forse tutto comincia da qui: da una frase che non consola, ma scuote. Il canile non è un parcheggio: è una frontiera di civiltà e Nichelino ha deciso di difenderla

Commenti scrivi/Scopri i commenti

Condividi le tue opinioni su Giornale La Voce

Caratteri rimanenti: 400

Resta aggiornato, iscriviti alla nostra newsletter

Edicola digitale

Logo Federazione Italiana Liberi Editori