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No Kings, piazze contro Trump: accuse, rabbia e proteste da Torino al mondo

La comunità statunitense in Piemonte scende in piazza Carignano per la mobilitazione globale No Kings: nel mirino la presidenza Trump, le politiche migratorie dell’ICE, la guerra in Iran e la richiesta di trasparenza sui file Epstein

Da Torino a Roma, No Kings contro Trump: protesta globale

Da Torino a Roma, No Kings contro Trump: protesta globale

Un pomeriggio di colori, cartelli e voci che arrivano da lontano. In piazza Carignano, nel cuore di Torino, la comunità degli statunitensi residenti in Piemonte ha scelto di farsi vedere e sentire aderendo a No Kings, il presidio internazionale che oggi ha attraversato in contemporanea decine di città nel mondo. Una mobilitazione diffusa e sincronizzata, che ha unito idealmente piazze diverse – da Torino a Roma, da Firenze a molte altre città europee e statunitensi – sotto un messaggio tanto semplice quanto politico: nessun uomo solo al comando, nessuna concentrazione del potere.

Nel centro storico torinese il presidio ha preso forma nel pomeriggio con una partecipazione visibile e costante. Striscioni, bandiere a stelle e strisce, cartelli scritti in inglese e in italiano e interventi al megafono hanno scandito il ritmo della manifestazione. L’atmosfera è rimasta composta ma vivace, attraversata da momenti di confronto e interventi pubblici, con una piazza che ha alternato toni festosi a passaggi più esplicitamente politici.

La presenza della comunità statunitense residente in Piemonte ha dato un’impronta precisa all’iniziativa. Non solo solidarietà internazionale, ma una partecipazione diretta, radicata in esperienze personali e legami familiari e culturali con gli Stati Uniti. In piazza, accanto ai cittadini italiani, si sono intrecciati racconti e preoccupazioni legate a ciò che accade oltreoceano, con uno sguardo che ha continuamente messo in relazione il piano locale con quello globale.

Al centro della protesta c’è la contestazione alla presidenza Trump, indicata dai manifestanti come simbolo di un modello di leadership considerato personalistico e accentratore. Un giudizio che si accompagna alla denuncia degli abusi attribuiti agli agenti dell’immigrazione ICE, tema particolarmente sentito da chi ha un rapporto diretto con la realtà statunitense e che, nelle parole dei partecipanti, continua a rappresentare una questione aperta sul piano dei diritti civili.

Accanto a questi temi, la piazza ha dato spazio anche a questioni di politica internazionale. Tra i cartelli e gli interventi è emersa la condanna della guerra in Iran, percepita come un passaggio critico per gli equilibri globali e per la tutela dei diritti, insieme alla richiesta di rendere pubblici i cosiddetti file Epstein, indicati dai manifestanti come un banco di prova per la trasparenza delle istituzioni e per la credibilità del sistema politico.

Quella torinese si inserisce in una mobilitazione più ampia che, nel corso della giornata, ha toccato numerose città e ha assunto anche toni più duri sul piano simbolico. A Roma, lungo il corteo, alcuni manifestanti hanno esposto immagini capovolte della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, del ministro della Giustizia Carlo Nordio e del presidente del Senato Ignazio La Russa, collocate davanti a una ghigliottina finta. Nella stessa manifestazione sono apparse anche riproduzioni giganti di carte da gioco raffiguranti il “Re”, con i volti della stessa Meloni, di Benjamin Netanyahu e di Donald Trump, a rafforzare visivamente il messaggio contro la concentrazione del potere.

Sempre nella capitale, l’europarlamentare Ilaria Salis, intervenuta alla manifestazione, ha definito “estremamente grave” il controllo di polizia a cui è stata sottoposta sabato mattina in albergo, episodio che ha alimentato il dibattito politico sul rapporto tra sicurezza e libertà di manifestazione, finendo per riverberarsi sull’intera giornata di mobilitazione.

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Dal palco romano sono arrivate anche prese di posizione più esplicitamente politiche. Il presidente nazionale dell’ANPI, Gianfranco Pagliarulo, ha parlato di una sfida globale contro i “re” contemporanei: “Possiamo vincere tutti i re facendo la mossa del cavallo e dando scacco matto”. Un intervento che ha intrecciato la critica alla politica internazionale con un richiamo alla Costituzione italiana. “Davanti a questo mondo orribile che si nutre del sangue degli innocenti – ha aggiunto – davanti alla bramosia di Trump, che vuole il petrolio iraniano, e davanti alle tante guerre del criminale Netanyahu, che vuole cancellare ogni ostacolo per dar vita alla Grande Israele, noi affermiamo che l’Italia deve condannare esplicitamente l’aggressione all’Iran e non deve concedere l’uso delle basi militari né a fini bellici né a fini logistici”. E ancora: “Possiamo vincere perché abbiamo un’arma più potente dei missili, dei bombardieri, dei droni. Quest’arma si chiama Articolo 11 della Costituzione: l’Italia ripudia la guerra”.

In questo quadro, la piazza torinese – pur nelle sue dimensioni più contenute rispetto a quella romana – restituisce l’immagine di una mobilitazione capace di tenere insieme livelli diversi: locale e globale, esperienza personale e rivendicazione politica, partecipazione civica e critica alle dinamiche internazionali. In questo intreccio, No Kingstrova anche a Torino una sua declinazione concreta, trasformando una piazza del centro in uno spazio di confronto e presa di posizione su questioni che superano i confini nazionali e che, per i manifestanti, restano tutt’altro che lontane.

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