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La Cina sta conquistando l’Africa partendo dalla scuola: Borse di studio, università e lingua

Ccosì Pechino forma una nuova generazione africana e rafforza la sua presenza economica e politica nel continente

La Cina sta conquistando l’Africa partendo dalla scuola: Borse di studio, università e lingua

La Cina sta conquistando l’Africa partendo dalla scuola: Borse di studio, università e lingua

Nell’aula più luminosa della Università di Nairobi, la lavagna è coperta di segni ordinati, quasi fossero disegni tecnici. “Nǐ hǎo, wǒ jiào…”. Gli studenti ripetono, segnano i toni, annotano il pinyin ai margini dei quaderni. A guidarli c’è un’insegnante dell’Istituto Confucio, il primo aperto in Africa nel 2005, quando la presenza economica cinese nel continente aveva già iniziato a cambiare gli equilibri. In fondo alla classe, una ragazza tiene tra le mani una lettera ufficiale: è stata ammessa a un master finanziato dal governo di Pechino. Per lei, come per molti altri, il mandarino non è più una curiosità, ma uno strumento per trovare lavoro e salire di livello sociale. Dietro quella scena c’è una strategia costruita negli anni: investire nell’istruzione per rafforzare l’influenza, offrire borse di studio, aprire scuole di lingua, formare tecnici e funzionari.

Quella che appare come una scelta individuale si inserisce in una politica più ampia. In Africa, la rete degli Istituti Confucio si è estesa rapidamente. Secondo i dati della piattaforma ufficiale Chinese.cn, nel 2024 risultano attivi 67 istituti in 47 Paesi africani, affiancati da 46 “Classi Confucio”. L’espansione è stata costante, con nuove aperture anche in Paesi che fino a pochi anni fa non avevano alcuna presenza di questo tipo.

Parallelamente, la Cina è diventata una delle principali destinazioni universitarie per gli studenti africani. I dati del Ministero dell’Istruzione della Repubblica Popolare Cinese indicano che nel 2018 erano iscritti 81.562 studenti africani, pari a circa il 16,6% degli stranieri presenti nel sistema universitario cinese. Dopo la battuta d’arresto dovuta alla pandemia, i flussi hanno ripreso a crescere, anche se con differenze tra Paesi e percorsi di studio.

Alla base di questo sistema ci sono soprattutto le borse di studio e i programmi di formazione tecnica. Al vertice del Forum on China-Africa Cooperation (FOCAC) di Johannesburg nel 2015, la Cina ha annunciato 30.000 borse di studio e 2.000 opportunità per percorsi accademici avanzati. Tre anni dopo, al FOCAC di Pechino, l’impegno è stato ampliato a 50.000 borse e altrettante occasioni di formazione. Nel ciclo più recente, legato al FOCAC del 2024, le autorità cinesi hanno rilanciato con ulteriori programmi, arrivando a promettere fino a 60.000 opportunità formative, con particolare attenzione a giovani e donne.

Questi numeri si traducono in percorsi concreti: borse complete che coprono tasse universitarie, alloggio, assistenza sanitaria e un contributo mensile; accordi tra università africane e cinesi; laboratori tecnici e centri di formazione professionale, come i cosiddetti Luban Workshops. Dal 2020, il coordinamento di queste attività è affidato al Center for Language Education and Cooperation (CLEC), organismo che ha sostituito l’Hanban.

Nelle aule e nei campus emergono aspettative ma anche difficoltà. Secondo studiosi come Lutz Marten della School of Oriental and African Studies (SOAS) e Bob Wekesa della University of the Witwatersrand, l’interesse per il cinese nasce dall’incontro tra l’offerta di Pechino e la domanda africana. Il mandarino non sostituisce l’inglese, ma inizia a ritagliarsi uno spazio come lingua utile per il lavoro e le relazioni economiche.

L’esperienza degli studenti africani in Cina non è uniforme. Le borse di studio rendono l’accesso più facile rispetto ad altri Paesi, ma restano ostacoli: la lingua nella vita quotidiana, differenze tra corsi per stranieri e corsi frequentati da studenti cinesi, difficoltà a trovare lavoro in Cina dopo la laurea. Molti rientrano nei Paesi d’origine, dove cercano di valorizzare le competenze acquisite.

Il legame tra studio e lavoro è uno degli elementi chiave. In diversi Paesi africani, settori come costruzioni, energia, miniere e logistica vedono una forte presenza di imprese cinesi. Conoscere la lingua e il contesto operativo diventa un vantaggio concreto per lavorare nella gestione dei progetti, negli acquisti, nell’ingegneria e nella mediazione commerciale. Alcune università cinesi, come la Jiangsu University, registrano una forte presenza di studenti africani nei corsi scientifici e nei master professionalizzanti. Allo stesso tempo, iniziative come il China–Africa Universities 100 Cooperation Plan cercano di rafforzare i legami tra università e mondo produttivo.

Accanto agli studenti, ogni anno migliaia di funzionari e docenti africani partecipano a corsi brevi e programmi di formazione in Cina. È un aspetto meno visibile, ma rilevante perché incide sulle competenze amministrative e sugli standard tecnici nei Paesi d’origine.

Non mancano però le questioni aperte. Il modello degli Istituti Confucio è stato oggetto di dibattito in diverse parti del mondo per il rapporto tra promozione culturale e autonomia accademica. In Africa, a differenza di Europa e Nord America, la rete ha continuato a crescere, con nuove aperture anche in Paesi come Algeria e Guinea-Bissau. La collaborazione con le università locali resta centrale, così come la formazione di insegnanti africani per evitare dipendenze strutturali.

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C’è poi il tema della qualità della formazione. Le borse attraggono studenti, ma restano richieste precise: maggiore supporto linguistico, tirocini utili per il lavoro, riconoscimento dei titoli al rientro. Per i governi africani, la sfida è trasformare questi percorsi in un vantaggio reale per l’economia, inserendo i laureati nei settori strategici e collegando la formazione alle esigenze industriali. Organismi come UNESCO hanno proposto sistemi di doppia laurea e accreditamento condiviso per rendere i titoli più spendibili.

Ridurre tutto a propaganda o, al contrario, a semplice cooperazione educativa non basta a spiegare il fenomeno. L’istruzione è diventata uno spazio di interesse reciproco: per la Cina è uno strumento di presenza internazionale e di formazione di competenze utili ai propri progetti; per i Paesi africani rappresenta un’opportunità di accesso a risorse formative e reti professionali difficili da costruire in tempi brevi.

La verifica di questo sistema arriverà fuori dalle aule. Se gli studenti formati in Cina riusciranno a trovare spazio nei settori chiave dei loro Paesi, collegando competenze tecniche e conoscenza del contesto locale, allora l’investimento avrà prodotto risultati. In caso contrario, il rischio è quello di una formazione che non trova sbocco. È su questo terreno che si misurerà l’efficacia della strategia.

Fonti: Chinese.cn, Ministero dell’Istruzione della Repubblica Popolare Cinese, Forum on China-Africa Cooperation (FOCAC), Center for Language Education and Cooperation (CLEC), El País, School of Oriental and African Studies (SOAS), University of the Witwatersrand, Jiangsu University, UNESCO.

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