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28 Marzo 2026 - 00:08
La Cina sta conquistando l’Africa partendo dalla scuola: Borse di studio, università e lingua
Nell’aula più luminosa della Università di Nairobi, la lavagna è coperta di segni ordinati, quasi fossero disegni tecnici. “Nǐ hǎo, wǒ jiào…”. Gli studenti ripetono, segnano i toni, annotano il pinyin ai margini dei quaderni. A guidarli c’è un’insegnante dell’Istituto Confucio, il primo aperto in Africa nel 2005, quando la presenza economica cinese nel continente aveva già iniziato a cambiare gli equilibri. In fondo alla classe, una ragazza tiene tra le mani una lettera ufficiale: è stata ammessa a un master finanziato dal governo di Pechino. Per lei, come per molti altri, il mandarino non è più una curiosità, ma uno strumento per trovare lavoro e salire di livello sociale. Dietro quella scena c’è una strategia costruita negli anni: investire nell’istruzione per rafforzare l’influenza, offrire borse di studio, aprire scuole di lingua, formare tecnici e funzionari.
Quella che appare come una scelta individuale si inserisce in una politica più ampia. In Africa, la rete degli Istituti Confucio si è estesa rapidamente. Secondo i dati della piattaforma ufficiale Chinese.cn, nel 2024 risultano attivi 67 istituti in 47 Paesi africani, affiancati da 46 “Classi Confucio”. L’espansione è stata costante, con nuove aperture anche in Paesi che fino a pochi anni fa non avevano alcuna presenza di questo tipo.
Parallelamente, la Cina è diventata una delle principali destinazioni universitarie per gli studenti africani. I dati del Ministero dell’Istruzione della Repubblica Popolare Cinese indicano che nel 2018 erano iscritti 81.562 studenti africani, pari a circa il 16,6% degli stranieri presenti nel sistema universitario cinese. Dopo la battuta d’arresto dovuta alla pandemia, i flussi hanno ripreso a crescere, anche se con differenze tra Paesi e percorsi di studio.
Alla base di questo sistema ci sono soprattutto le borse di studio e i programmi di formazione tecnica. Al vertice del Forum on China-Africa Cooperation (FOCAC) di Johannesburg nel 2015, la Cina ha annunciato 30.000 borse di studio e 2.000 opportunità per percorsi accademici avanzati. Tre anni dopo, al FOCAC di Pechino, l’impegno è stato ampliato a 50.000 borse e altrettante occasioni di formazione. Nel ciclo più recente, legato al FOCAC del 2024, le autorità cinesi hanno rilanciato con ulteriori programmi, arrivando a promettere fino a 60.000 opportunità formative, con particolare attenzione a giovani e donne.
Questi numeri si traducono in percorsi concreti: borse complete che coprono tasse universitarie, alloggio, assistenza sanitaria e un contributo mensile; accordi tra università africane e cinesi; laboratori tecnici e centri di formazione professionale, come i cosiddetti Luban Workshops. Dal 2020, il coordinamento di queste attività è affidato al Center for Language Education and Cooperation (CLEC), organismo che ha sostituito l’Hanban.
Nelle aule e nei campus emergono aspettative ma anche difficoltà. Secondo studiosi come Lutz Marten della School of Oriental and African Studies (SOAS) e Bob Wekesa della University of the Witwatersrand, l’interesse per il cinese nasce dall’incontro tra l’offerta di Pechino e la domanda africana. Il mandarino non sostituisce l’inglese, ma inizia a ritagliarsi uno spazio come lingua utile per il lavoro e le relazioni economiche.
L’esperienza degli studenti africani in Cina non è uniforme. Le borse di studio rendono l’accesso più facile rispetto ad altri Paesi, ma restano ostacoli: la lingua nella vita quotidiana, differenze tra corsi per stranieri e corsi frequentati da studenti cinesi, difficoltà a trovare lavoro in Cina dopo la laurea. Molti rientrano nei Paesi d’origine, dove cercano di valorizzare le competenze acquisite.
Il legame tra studio e lavoro è uno degli elementi chiave. In diversi Paesi africani, settori come costruzioni, energia, miniere e logistica vedono una forte presenza di imprese cinesi. Conoscere la lingua e il contesto operativo diventa un vantaggio concreto per lavorare nella gestione dei progetti, negli acquisti, nell’ingegneria e nella mediazione commerciale. Alcune università cinesi, come la Jiangsu University, registrano una forte presenza di studenti africani nei corsi scientifici e nei master professionalizzanti. Allo stesso tempo, iniziative come il China–Africa Universities 100 Cooperation Plan cercano di rafforzare i legami tra università e mondo produttivo.
Accanto agli studenti, ogni anno migliaia di funzionari e docenti africani partecipano a corsi brevi e programmi di formazione in Cina. È un aspetto meno visibile, ma rilevante perché incide sulle competenze amministrative e sugli standard tecnici nei Paesi d’origine.
Non mancano però le questioni aperte. Il modello degli Istituti Confucio è stato oggetto di dibattito in diverse parti del mondo per il rapporto tra promozione culturale e autonomia accademica. In Africa, a differenza di Europa e Nord America, la rete ha continuato a crescere, con nuove aperture anche in Paesi come Algeria e Guinea-Bissau. La collaborazione con le università locali resta centrale, così come la formazione di insegnanti africani per evitare dipendenze strutturali.

C’è poi il tema della qualità della formazione. Le borse attraggono studenti, ma restano richieste precise: maggiore supporto linguistico, tirocini utili per il lavoro, riconoscimento dei titoli al rientro. Per i governi africani, la sfida è trasformare questi percorsi in un vantaggio reale per l’economia, inserendo i laureati nei settori strategici e collegando la formazione alle esigenze industriali. Organismi come UNESCO hanno proposto sistemi di doppia laurea e accreditamento condiviso per rendere i titoli più spendibili.
Ridurre tutto a propaganda o, al contrario, a semplice cooperazione educativa non basta a spiegare il fenomeno. L’istruzione è diventata uno spazio di interesse reciproco: per la Cina è uno strumento di presenza internazionale e di formazione di competenze utili ai propri progetti; per i Paesi africani rappresenta un’opportunità di accesso a risorse formative e reti professionali difficili da costruire in tempi brevi.
La verifica di questo sistema arriverà fuori dalle aule. Se gli studenti formati in Cina riusciranno a trovare spazio nei settori chiave dei loro Paesi, collegando competenze tecniche e conoscenza del contesto locale, allora l’investimento avrà prodotto risultati. In caso contrario, il rischio è quello di una formazione che non trova sbocco. È su questo terreno che si misurerà l’efficacia della strategia.
Fonti: Chinese.cn, Ministero dell’Istruzione della Repubblica Popolare Cinese, Forum on China-Africa Cooperation (FOCAC), Center for Language Education and Cooperation (CLEC), El País, School of Oriental and African Studies (SOAS), University of the Witwatersrand, Jiangsu University, UNESCO.
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