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27 Marzo 2026 - 11:22
Commissione congiunta Assetto del territorio e Ambiente, ieri pomeriggio, rigorosamente a porte chiuse — e già questo basterebbe a far capire il clima — con al centro uno dei dossier più ingarbugliati degli ultimi anni: il piano di zonizzazione acustica e la cava Cogeis di San Bernardo.
Sul tavolo il documento firmato dal tecnico incaricato dal Comune, Stefano Roletti. Ha illustrato un impianto che più che chiarire complica ulteriormente un quadro già fragile. In sala anche il Comitato No Cava, accompagnato dal proprio legale, pronto a dare battaglia su ogni passaggio. E infatti battaglia è stata.
Il nodo è: quale normativa applicare.
Da una parte il Piano Regionale delle Attività Estrattive (PRAE), che prevede una fascia cuscinetto di 50 metri tra cava e abitazioni. Una prescrizione che, se presa alla lettera, significherebbe una cosa sola: cava finita prima ancora di partire.
Dall’altra la DGR del 2001, che secondo i tecnici del Comune sarebbe addirittura sovraordinata al Prae e che consente invece il cosiddetto “accostamento critico”, cioè la convivenza tra classi acustiche anche molto distanti tra loro. Ed è qui che si inserisce il famoso “doppio salto di classe”: dalla zona residenziale (classe 2) alla cava (classe 6). Un salto definito critico, ma che secondo una certa lettura si può fare. Secondo un’altra no. Perché, come spesso accade, una norma lo consente e un’altra lo impedisce. Risultato: il caos.
In questo scenario, Stefano Roletti resta fermo sulla sua posizione e tira dritto: si applica la DGR.
“Accostamento critico e salto di classe sono sostenibili”, è la linea tecnica che emerge, con l’interpretazione secondo cui anche inserendo eventuali fasce cuscinetto “interne” non cambierebbe nulla sulla possibilità di coltivare la cava.
Una lettura che ovviamente non convince il Comitato, che anzi annuncia battaglia: controperizia in arrivo e, se necessario, ricorso al Tar per bloccare tutto.
Nel frattempo, come se non bastasse, riaffiora anche il passato. Un errore del Suap ai tempi dell’amministrazione di Carlo Della Pepa, quando l’area della cava venne inserita in un piano acustico ritenuto oggi non corretto. Un errore che si somma ad altri errori, in una catena che rende la situazione ancora più difficile da districare. Un errore sopra un errore, insomma.
A cercare di rimettere ordine ci prova il responsabile dell’ufficio tecnico, Fabio Flore, che propone una via quasi obbligata: chiedere un parere alla Regione Piemonte per capire quale normativa debba prevalere, se il PRAE o la DGR. “Serve un chiarimento formale”, è la sostanza. Anche perché qui non si sta parlando solo della cava.
Il piano di zonizzazione acustica riguarda infatti una ventina di siti cittadini, tra cui l’area ex Montefibre dove dovrebbe sorgere il nuovo ospedale. Ed è qui che la questione diventa esplosiva: il piano deve essere approvato entro aprile. Senza approvazione, si blocca l’iter dell’ospedale. Tradotto: per una cava mai partita, si rischia di fermare un’opera strategica per la città. Un guaio vero.
A questo punto, qualcuno prova a mettere una toppa. Il consigliere comunale Paolo Noascone propone di stralciare la cava di San Bernardo dal piano, approvare il resto e salvare almeno l’ospedale. Una soluzione semplice, almeno sulla carta.
Ma c'è una cosa che fa sorridere. Fino alla scorsa settimana il sindaco indicava nel PRAE il principale ostacolo alla cava. Il colpevole perfetto. Oggi, però, il PRAE sembra improvvisamente sparire dai radar, ridimensionato se non addirittura ignorato, mentre prende quota la linea della DGR.
Non solo. In una lettera, il sindaco aveva spiegato che non avrebbe mai concesso i permessi per realizzare una nuova viabilità a servizio della cava, come da prescrizione di Città Metropolitana. Un “no” netto. Peccato che, come è emerso, quella posizione non sia affatto decisiva: eventuali autorizzazioni potrebbero arrivare da altri enti, ad esempio dal Comune di Pavone Canavese, permettendo ai camion di raggiungere l’area passando da un’altra parte.
Dal Comitato No Cava non usano giri di parole. “Il sindaco si sta facendo una figura di merda, prima dice una cosa e poi il contrario”, attaccano, sottolineando come anche la questione della viabilità venga considerata “una scusa che non sta in piedi”.
Qualcuno specificamente parla di "inculata" e non ha tutti i torti.
Il risultato è una situazione sempre più complicata, con norme che si contraddicono, errori passati e posizioni che cambiano nel giro di pochi giorni si intrecciano in un quadro difficile da governare. E mentre si continua a discutere, il tempo scorre. Aprile è dietro l’angolo. E con lui il rischio concreto che a saltare non sia solo la cava, ma anche qualcosa di molto più importante per la città: il nuovo ospedale.
La scintilla è una determinazione dirigenziale dinovembre della Città Metropolitana di Torino, la DD 6395/2025. Il documento ha un pregio e un difetto: è chiarissimo. Cristallino. Lì dentro c’è scritto che la cava di sabbia e ghiaia in località Fornaci“ si può fare”. Si deve fare. Punto. Tutto il resto è noia: proteste, pareri politici, firme, osservazioni, voti unanimi del Consiglio comunale.
Ed eccoci al paradosso di Ivrea 2025: c’è un sindaco che per mesi ripete pubblicamente che la cava non si farà mai, un’intera amministrazione che si dice contraria, un Consiglio comunale che il 26 maggio 2025 vota compatto, maggioranza e opposizione come mai nella storia recente, per dichiarare la cava «non strategica e gravemente impattante». Ma dall’altra parte c’è un dirigente comunale che dopo la seconda Conferenza dei Servizi, il primo agosto, mette nero su bianco un parere tecnico favorevole che la Città Metropolitana inserisce integralmente nel suo sì. E quel sì travolge tutto. I "sì" si susseguono e portano al "piano di zonizzazione acustica". Se approvato come dice il tecnico Stefano Roletti sarà la fine del film e il teatro dell’assurdo sarà servito.
Tutto comincia tanto tempo fa. Della cava di ghiaia e sabbia in località Fornace di San Bernardo, situata nell’ex impianto Icas, si parla infatti dal dicembre 2013, quando in Consiglio comunale atterra una variante al Piano regolatore. Ma la sua storia inizia nel 2008, ai tempi del sindaco Fiorenzo Grijuela, quando Cogeis avanza richiesta alla Regione e alla Provincia. L’area coinvolta è di 60.000 metri quadri, con uno scavo fino a cinque metri di profondità. Il bilancio per i residenti? Polveri sottili, vibrazioni continue, traffico esasperante e una qualità della vita irrimediabilmente compromessa.


In cambio, il Comune avrebbe incassato 0,43 centesimi al metro cubo, per un totale di 234.660 metri cubi di materiale. Cogeis, dal canto suo, si sarebbe impegnata a realizzare un semaforo su via Torino e a rimuovere l’amianto dal tetto dell’ex bocciodromo della Diocesi, sostituendolo con un impianto fotovoltaico, cosa che peraltro è poi stata fatta.
Fin da subito il progetto viene accolto da una levata di scudi. Il Movimento 5 Stelle raccoglie 2601 firme, denuncia l’impatto ambientale, la mancanza di misure di mitigazione e la scarsa sensibilità nei confronti di un agriturismo e di un centro abitato. In un’assemblea pubblica a Bellavista l’allora sindaco Carlo Della Pepaviene insultato a più riprese e accusato di “fare gli interessi di un imprenditore!”.
Nel maggio 2014, un residente di Canton Garda, con il sostegno del M5S, presenta un ricorso straordinario al Presidente della Repubblica. Nel 2015 arriva anche un ricorso al Consiglio di Stato. Entrambi respinti: l’iter, scrive il Consiglio di Stato, non presenta elementi per essere annullato.
Poi, per dieci anni, il buio. La cava non apre. Non un camion, non una ruspa, non un metro cubo estratto. Nulla.
Solo che nel frattempo il quartiere cambia: dove c'erano campi, nascono villette, palazzine, scuole, percorsi ciclabili, famiglie, giardini, e la vita cresce a ridosso di via delle Fornaci, una strada oggi talmente stretta da essere inadatta perfino ai furgoni. Figurarsi ai camion carichi di ghiaia.
Nel parere positivo, l’Ufficio tecnico ammette che oggi non dovrebbero circolare mezzi oltre le 3,5 tonnellate. E che, per far passare quelli previsti, bisogna demolire e spostare una cabina elettrica, ricostruire la carreggiata, acquisire terreni privati, ridisegnare l’intersezione con via Torino, installare un semaforo, modificare la visibilità sul percorso ciclabile e adeguare il Piano di Classificazione Acustica, che oggi è incompatibile. Una lista che somiglia più a un restyling urbano che a un semplice adeguamento viario.
La parte più surreale della determina della Città Metropolitana riguarda le dune antirumore: montagne artificiali alte cinque metri, piantumate con Cotoneaster e Pyracantha, da collaudare acusticamente entro 30 giorni dall’inizio dello scavo. Una cucina botanico-bellica che a San Bernardo nessuno ha ordinato.
Nel documento, il quartiere non esiste: è un perimetro, una tavola tecnica, un quadratino su una mappa. Si guarda la cartografia, non le persone.
Lo si vede nei verbali: la Città Metropolitana riconosce tutte le osservazioni del Comitato No Cava, le protocolla, le discute, le controdeduce. E poi le supera. Come una buca in auto: ci passi sopra e vai avanti.
A San Bernardo sanno bene cosa significa sentirsi presi per i fondelli.
In pochi giorni hanno raccolto 221 firme, prodotto un documento tecnico di otto pagine, costretto la politica a esporsi in Consiglio, partecipato a Conferenze dei Servizi, incontri dedicati, presentato osservazioni su traffico, acustica, aria, suolo, paesaggio, sicurezza, vivibilità. Una mobilitazione rarissima.
Ma niente. Tutto archiviato. Tutto “valutato”. Tutto superato.
Il risultato è un quartiere che oggi non protesta soltanto: si sente preso in giro.
Perché quando ti dicono “venite, partecipate, contate!” e poi la decisione si basa su un’autorizzazione del 2014 mai utilizzata, capisci che la partecipazione è solo un rituale: la liturgia dell’ascolto.
Sorrisi davanti, fregatura alla cassa.
La bomba è stata innescata. Una bomba amministrativa, politica, sociale.
Un’autorizzazione valida fino al 2034, con condizioni tecniche che sembrano scritte da chi la cava non l’avrà mai sotto casa. Un quartiere che urla di fermarsi. Un quartiere che non vuole camion, polveri e rumori sotto le finestre. Una Città Metropolitana che, come l’Uomo del Monte, guarda il progetto e dice “sì”. Un'Amministrazione comunale che dice di voler fare le barricate e adesso rilancia con un piano di zonizzazione acustica fottendosene dei timpani dei cittadini.
La verità? Quando le ruspe arriveranno – se arriveranno – nessuno potrà dire: “Non lo sapevamo”.
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