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Argentina, la verità sui “voli della morte”: come la memoria ha portato i responsabili davanti ai giudici

Dalla dittatura del 1976 ai processi, fino al lavoro delle Abuelas de Plaza de Mayo e dell’Equipo Argentino de Antropología Forense: così il Paese continua a cercare verità e identità

Argentina, la verità sui “voli della morte”: come la memoria ha portato i responsabili davanti ai giudici

La Escuela Superior de Mecánica de la Armada (ESMA), uno dei centri di detenzione attivi durante la dittatura; oltre 5.000 persone vi furono rinchiuse e solo poche centinaia ne uscirono vive

In una sala spoglia dell’ex ESMA – oggi museo e luogo di memoria – un aeroplano Skyvan ricostruito in scala domina una teca. Sotto, un cartello descrive una procedura dal lessico burocratico: “trasferimenti”. Era il termine usato dalla dittatura per indicare l’eliminazione dei prigionieri, sedati e poi gettati nel Río de la Plata o nell’Atlantico. Quella parola è diventata negli anni una prova nei processi, un documento esposto al pubblico, un avvertimento. Racconta più di molti discorsi che in Argentina la memoria è un lavoro quotidiano, fatto di atti concreti, che continua a produrre verità giudiziaria e identità restituite.

Il 24 marzo 1976 i militari rovesciarono il governo di Isabel Perón e instaurarono il Proceso de Reorganización Nacional. La repressione fu sistematica: sequestri, torture, uccisioni e sparizioni forzate. Le organizzazioni per i diritti umani stimano circa 30 mila vittime, i cosiddetti desaparecidos. La CONADEP (Commissione Nazionale sulla Scomparsa di Persone), istituita nel 1983 dal presidente Raúl Alfonsín, documentò 8.961 casi con nome e cognome, chiarendo fin dall’inizio che si trattava di un minimo accertato. La stessa commissione individuò almeno 340 centri clandestini di detenzione, segnalando un sistema diffuso e organizzato.

Ogni 24 marzo il Paese ricorda quel giorno con il Día de la Memoria por la Verdad y la Justicia. Manifestazioni e iniziative pubbliche convivono però con tensioni politiche. Nel 2024, durante il 48° anniversario del colpo di Stato, dichiarazioni del presidente Javier Milei hanno riaperto lo scontro sui numeri e sul significato delle politiche della memoria. Le piazze hanno risposto con partecipazione massiccia, riaffermando il valore del “Nunca Más”.

Nel 1984 il rapporto Nunca Más, coordinato dallo scrittore Ernesto Sábato, ha offerto il primo quadro ufficiale della repressione: elenchi di vittime, testimonianze, descrizione dei centri clandestini e delle pratiche di tortura. Il punto centrale era la sistematicità: non episodi isolati ma una politica dello Stato. Quel documento resta un riferimento per i tribunali, per gli storici e per la scuola.

La transizione democratica ha aperto la stagione dei processi. Nel 1985 il Juicio a las Juntas ha portato alla condanna dei vertici militari: Jorge Rafael Videla e Emilio Massera all’ergastolo, Roberto Viola, Armando Lambruschini e Orlando Agosti a pene minori. Negli anni successivi le leggi di impunità hanno bloccato le indagini, fino alla loro cancellazione tra il 2003 e il 2005. Da allora centinaia di procedimenti per crimini contro l’umanità sono ripresi.

Una svolta è arrivata il 29 novembre 2017 con la sentenza della cosiddetta Megacausa ESMA, che ha riconosciuto i “voli della morte” come pratica sistematica. Tra i condannati all’ergastolo ci sono i piloti Mario Daniel Arru e Alejandro Domingo D’Agostino. Le decisioni si sono basate su registri di volo, testimonianze e indagini incrociate, superando il tempo delle sole confessioni, come quella dell’ex ufficiale Adolfo Scilingo nel 1995.

La ESMA (Scuola di Meccanica della Marina) è stata uno dei principali centri clandestini. Nel 2023 l’UNESCO(Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura) ha inserito il sito nella lista del patrimonio mondiale, riconoscendone il valore come luogo di testimonianza dei crimini di Stato. Oggi il percorso museale documenta sequestri, torture, maternità in detenzione e sottrazione dei neonati.

Per anni i voli sono rimasti un fatto noto ma non provato. Le indagini giudiziarie hanno ricostruito modalità operative, catene di comando e utilizzo di velivoli come lo Skyvan PA-51. Il passaggio da racconto a prova ha segnato un punto decisivo nella costruzione della verità giudiziaria.

Accanto ai tribunali ha operato la società civile. Le Abuelas de Plaza de Mayo, fondate nel 1977, hanno promosso la ricerca dei bambini sottratti alle famiglie. Nel 1987 è nato il Banco Nacional de Datos Genéticos (Banca Nazionale dei Dati Genetici), strumento fondamentale per le identificazioni. Grazie a questo lavoro sono state restituite 140 identità. Si stima che oltre 300 persone vivano ancora con dati anagrafici falsi o incerti. La CONADI (Commissione Nazionale per il Diritto all’Identità) coordina le ricerche e raccoglie le segnalazioni.

Sul piano scientifico, l’Equipo Argentino de Antropología Forense ha sviluppato metodi riconosciuti a livello internazionale per l’identificazione dei resti. Nel 2023 ha avviato una campagna su oltre 600 corpi sepolti come ignoti tra il 1974 e il 1983, chiedendo ai familiari di fornire campioni biologici e informazioni mediche. Ogni identificazione rappresenta una prova nei processi e consente alle famiglie di dare una sepoltura ai propri cari.

Sui numeri resta una distinzione tra stime e dati accertati. Le organizzazioni parlano di circa 30 mila desaparecidos, mentre la CONADEP ha certificato 8.961 casi. La giustizia ha chiarito due elementi: la sistematicità dei crimini e la difficoltà di una quantificazione completa, data la natura clandestina delle operazioni.

Le Abuelas, guidate ancora da Estela de Carlotto, continuano il lavoro. Nel 2025 hanno annunciato il ritrovamento del nipote numero 140, nato nel 1977 in un centro clandestino di Bahía Blanca. Ogni identificazione riapre storie familiari e offre indicazioni a chi ha dubbi sulle proprie origini.

Il tema della memoria resta al centro del confronto politico. Decisioni dell’attuale governo hanno riguardato finanziamenti e strutture dedicate alle indagini, suscitando preoccupazione tra le organizzazioni per i diritti umani. Il tempo è un fattore decisivo: molte nonne sono anziane e i nipoti hanno ormai tra i 45 e i 50 anni. In risposta, le mobilitazioni pubbliche e i luoghi di memoria registrano una nuova partecipazione.

La repressione ha avuto anche una dimensione internazionale. Il Piano Condor ha coordinato le dittature del Cono Sud in operazioni di intelligence, sequestri e uccisioni oltre frontiera. Nel 2016 un tribunale di Buenos Aires ha condannato 15 imputati per questi crimini, tra cui l’ex dittatore Reynaldo Bignone, riconoscendo il carattere transnazionale della repressione.

Nei processi sono emersi i nomi dei responsabili, tra cui Alfredo Astiz e Jorge “Tigre” Acosta, ma anche quelli delle vittime e dei sopravvissuti. Le storie individuali hanno restituito dimensione concreta ai numeri. Ogni identità recuperata rappresenta una forma di giustizia che affianca quella giudiziaria.

Nelle sale della ESMA documenti, fotografie e lettere raccontano queste vicende. Poco distante, nella Casa por la Identidad, le Abuelas annunciano i ritrovamenti. Il 7 luglio 2025, alla comunicazione del nipote numero 140, familiari e cittadini si sono riuniti senza cerimonie. È in questi momenti che la memoria smette di essere commemorazione e diventa pratica civile.

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