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Giudiziaria
23 Marzo 2026 - 10:52
Delmastro
A Roma la vicenda viene ormai chiamata semplicemente “il caso della bisteccheria”. E' una storia che intreccia affari, immagini compromettenti, rapporti societari, opposizioni all’attacco e una maggioranza che prova a circoscrivere il danno.
Al centro c’è il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove, finito nella bufera per la sua partecipazione alla società “Le 5 Forchette Srl”, nella quale compare anche Miriam Caroccia, figlia di Mauro Caroccia, uomo condannato in via definitiva a 4 anni per intestazione fittizia di beni con aggravante mafiosa nell’ambito dell’inchiesta sul clan Senese.
La società, costituita davanti a un notaio di Biella il 16 dicembre 2024, aveva l’unità locale in via Tuscolana 452, dove è stato aperto il ristorante “Bisteccheria d’Italia”.
Non si tratta di un’accusa penale diretta nei confronti di Andrea Delmastro Delle Vedove. Il nodo è politico, istituzionale e di opportunità: un sottosegretario alla Giustizia, per di più con deleghe e profilo pubblico fortemente segnati dalla retorica antimafia, che entra in affari in una società dove figura la figlia di un soggetto già noto agli investigatori e poi definitivamente condannato per reati aggravati dal metodo mafioso.
È qui che la cronaca si trasforma in problema politico puro, perché il tema non è soltanto “che cosa sapeva”, ma anche “quanto avrebbe dovuto verificare” prima di sedersi in quell’operazione imprenditoriale.

E infatti la stessa presidente del Consiglio Giorgia Meloni, pur confermandolo al suo posto, ha scelto una linea difensiva non assolutoria sul piano politico: ha detto che Andrea Delmastro Delle Vedove “forse avrebbe dovuto essere più accorto”, ma ha escluso che da ciò si possa dedurre una contiguità con la mafia.
A rendere la vicenda ancora più pesante, negli ultimi giorni, non sono stati soltanto gli assetti societari ma le fotografie. Prima è emerso uno scatto del 2023 che ritrae Andrea Delmastro Delle Vedove insieme a Mauro Caroccia in uno dei ristoranti gestiti in passato dall’imprenditore romano; poi sono arrivate immagini ancora più recenti, politicamente più difficili da spiegare, perché collocano il sottosegretario dentro o attorno a quel mondo anche quando la vicenda ormai stava già assumendo un rilievo pubblico.
C'è una foto scattata a fine gennaio 2026 nel locale “Bisteccheria d’Italia”, con Andrea Delmastro Delle Vedove insieme a Raffaele Tuttolomondo, sindacalista della polizia penitenziaria; c'è un altro scatto, del 3 giugno, con Andrea Delmastro Delle Vedove a cena nello stesso locale con la capa di gabinetto del ministero della Giustizia, Giusi Bartolozzi.
La successione delle immagini è il dettaglio che più di ogni altro ha spostato il caso dalla dimensione amministrativa a quella del sospetto politico, perché suggerisce non un contatto occasionale e remoto, ma una frequentazione almeno reiterata di quel contesto.
La difesa del sottosegretario si regge su una linea molto netta: Andrea Delmastro Delle Vedove sostiene che la società era intestata a una ragazza “non imputata e non indagata”, e che nel momento in cui si è scoperto il legame familiare ha lasciato immediatamente la società per rigore etico e morale.
Ha rivendicato la propria storia politica e personale contro la criminalità organizzata, ricordando il livello di scorta e parlando della mafia come di “una montagna di merda”. È una replica costruita per separare in modo netto il piano personale da quello societario: da una parte l’uomo delle istituzioni che rivendica la propria biografia antimafia, dall’altra una scelta imprenditoriale che, secondo la sua versione, sarebbe stata compiuta senza conoscere il retroterra familiare della socia.
Ma è proprio su questa linea che le Opposizioni insistono di più: possibile, chiedono, che un esponente di quel livello non sapesse con chi stava facendo affari, o almeno non ritenesse necessario approfondire?
Elly Schlein ha chiesto a Giorgia Meloni di prendere posizione in modo chiaro; Giuseppe Conte ha sostenuto che Andrea Delmastro Delle Vedove dovrebbe dimettersi; Angelo Bonelli ha spinto la polemica su un altro terreno, quello delle eventuali omissioni patrimoniali, richiamando l’obbligo di comunicare alla Camera il possesso di partecipazioni societarie.
Non è un dettaglio secondario, perché la vicenda rischia di sdoppiarsi: da un lato il profilo politico-morale dell’operazione, dall’altro eventuali violazioni o mancate comunicazioni sul piano formale. E infatti, mentre Palazzo Chigi prova a blindare il sottosegretario, il fronte polemico si allarga e investe anche la trasparenza complessiva della sua posizione.
C’è poi un altro elemento che pesa nella costruzione pubblica di questa storia: la filiera politica piemontese.
Nella stessa Srl figuravano anche altri esponenti biellesi di Fratelli d’Italia, tra cui la vicepresidente della Regione Piemonte Elena Chiorino, insieme a Cristiano Franceschini e Davide Eugenio Zappalà. È un dato rilevante perché fa uscire il caso dalla dimensione del “rapporto individuale” e lo colloca dentro una rete più ampia di relazioni politico-imprenditoriali. Non significa, da solo, che esista una responsabilità collettiva; significa però che la vicenda non appare come un incidente solitario, ma come il prodotto di un ambiente politico che su quell’operazione aveva investito e che ora si ritrova a dover spiegare come sia stato possibile non vedere, non capire o non voler capire chi orbitasse attorno a quel locale romano.
Sul piano istituzionale il baricentro si sta spostando verso la Commissione parlamentare Antimafia. Per quel che se ne sa gli atti relativi all’inchiesta sugli affari del clan Senese sarebbero già nella disponibilità della Commissione e che nella prossima settimana l’ufficio di presidenza valuterà le richieste di audizione di Andrea Delmastro Delle Vedove avanzate dalle opposizioni. È il passaggio che potrebbe trasformare definitivamente il caso da polemica politico-giornalistica a questione parlamentare strutturata. Perché a quel punto non si discuterà più soltanto di fotografie o di dichiarazioni a margine, ma di documenti, cronologie, quote, cessioni, contatti e verifiche. E in una vicenda del genere, spesso, non è il singolo fatto a essere decisivo: è la tenuta complessiva del racconto.
Anche il capitolo investigativo resta sullo sfondo, senza che allo stato si possa attribuire a Andrea Delmastro Delle Vedove una contestazione specifica. I pm della Dda di Roma stanno lavorando da tempo su eventuali attività di riciclaggio legate al business della ristorazione della famiglia Caroccia. Nel fascicolo riguardante l’ipotesi di intestazione fittizia di beni compare pure “Le 5 Forchette Srl”. Questo non equivale a dire che il sottosegretario sia indagato o accusato, e sarebbe scorretto suggerirlo. Però spiega perché il caso sia così esplosivo: il nome di un membro del governo finisce associato, anche indirettamente, a una galassia economica osservata dagli investigatori e connessa a una famiglia già colpita da sentenze definitive. In politica, specie quando si ha la delega alla Giustizia, spesso il problema non è solo il reato, ma l’ombra. E le ombre, in questa storia, si stanno moltiplicando.
Giorgia Meloni, almeno per ora, ha scelto di non scaricare Andrea Delmastro Delle Vedove. La linea è chiara: il sottosegretario è stato forse leggero, ma non c’è motivo per considerarlo colluso; resterà al suo posto, salvo sviluppi ulteriori. È una scelta che protegge l’equilibrio interno di Fratelli d’Italia e prova a impedire che l’opposizione trasformi il caso in un referendum morale sul governo. Ma è anche una scommessa rischiosa, perché ogni nuova immagine, ogni nuovo dettaglio sulla cessione delle quote, ogni nuova contestazione sulle dichiarazioni patrimoniali può alzare il costo politico di quella difesa. In altre parole, Palazzo Chigi sta dicendo che il caso è gestibile; il problema per la maggioranza è che, fin qui, ogni 24 ore ha aggiunto un elemento in più anziché chiuderne uno.
Il punto oggi è questo: non siamo davanti a una sentenza su Andrea Delmastro Delle Vedove, ma davanti a una vicenda che per un sottosegretario alla Giustizia è già di per sé devastante sul piano dell’opportunità politica. La difesa insiste sull’ignoranza dei legami familiari e sul ritiro immediato dalla società; l’accusa politica insiste sulla sequenza dei fatti, sulle foto, sulle frequentazioni e su quel deficit di prudenza che, per chi ricopre un incarico del genere, può diventare esso stesso materia di giudizio pubblico. Il cuore della storia non sta soltanto in via Tuscolana o in una quota societaria ceduta dopo la sentenza definitiva su Mauro Caroccia. Sta nella frizione fra il ruolo istituzionale di chi rappresenta lo Stato sul terreno della giustizia e il contesto in cui quel medesimo rappresentante dello Stato si è mosso da privato.
È lì che la “bisteccheria” smette di essere un locale e diventa un caso politico nazionale.
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