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Nella città che in bici non ci va il "deposito che non deposita"

Settimo, città velocipede sulla carta: piste, strutture e un deposito bici chiuso da oltre un anno. Ora un’interpellanza chiede conto di un futuro già costruito ma mai aperto

Nella città che in bici non ci va il "deposito che non deposita"

In foto Giorgio Zigiotto

Sentite questa: a Settimo Torinese c’è un deposito di biciclette che di biciclette non ne ha quasi mai viste. Chiuso dal 6 giugno del 2025, così si legge in un "avviso".

È — per così dire — un deposito con la funzione di contenere il vuoto. Custodito con rigore.

E già questo basterebbe, se non fosse che Settimo Torinese è — almeno sulla carta e nelle visioni della sindaca Elena Piastra — una delle capitali morali della mobilità dolce: città velocipede, patria delle piste ciclabili, luogo dove la bicicletta non è solo un mezzo ma un’idea, quasi un progetto civile.

Le piste ci sono. I depositi pure. Le intenzioni, abbondanti. Le biciclette, meno.

Ma non è una contraddizione. È un sistema. È una città preparata.

Preparata a un futuro che non arriva, ma quando arriverà — si spera — troverà tutto in ordine: piste tracciate, depositi costruiti, strutture pronte. Magari anche aperte, se non si esagera con l’ottimismo.

cartello

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Intanto il deposito di piazza Schiapparelli resta chiuso da più di un anno. Impeccabile, perché non usato. Un oggetto teorico, come certi plastici urbanistici: funziona perfettamente finché non lo si prova.

Che poi, a dire il vero, funziona un po’ così anche con le piste ciclabili: ne imbocchi una e sai già che tra poco finirà.

Fuori, nel mondo reale, le poche biciclette si arrangiano. Si legano ai pali, alle ringhiere, alle approssimazioni. È una mobilità meno elegante, ma ostinatamente concreta.

Tant’è. L’importante è essere pronti. Pronti a essere ciclabili, sostenibili, attraversati da biciclette che per ora passano altrove, o passano poco, o passano e poi si attaccano a un cartello.

È una forma di lungimiranza rara: si costruisce prima la risposta e poi, con calma, si aspetta la domanda.

Poi qualcuno si distrae e fa una cosa fuori moda: prende sul serio la realtà.

Giorgio Zigiotto, primo firmatario di un’interpellanza, ha messo in fila alcune domande molto concrete: quanto è costato il deposito, perché è chiuso, come dovrebbe funzionare, quando sarà aperto.

Domande che appartengono a un’altra epoca, quando si pensava che le cose dovessero servire a qualcosa.

Adesso la questione arriverà in Consiglio comunale e a rispondere dovrebbe essere l’assessore Alessandro Raso, quello che non rasa per via degli insetti impollinatori.

Resta da capire se prevarrà la visione — una città perfettamente attrezzata per una mobilità che verrà — oppure una più modesta idea di città, in cui si prova ad aprire un deposito.

Nel primo caso, resterà chiuso.

Nel secondo, anche.

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