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Guerra del gas nel Golfo: missili su Qatar e Arabia Saudita, colpito il maxi giacimento iraniano. Prezzi in salita e mercati nel caos

Israele attacca South Pars, l’Iran risponde colpendo gli impianti energetici dei Paesi alleati degli Stati Uniti. Produzione fermata in Qatar, tensione globale su gas e petrolio

Guerra del gas nel Golfo: missili su Qatar e Arabia Saudita, colpito il maxi giacimento iraniano. Prezzi in salita e mercati nel caos

Guerra del gas nel Golfo: missili su Qatar e Arabia Saudita, colpito il maxi giacimento iraniano. Prezzi in salita e mercati nel caos

Un cartello stradale piegato dal calore, la vernice colata, l’odore del gas bruciato che il vento spinge verso la costa: così si è presentata l’area di Asaluyeh poche ore dopo i raid israeliani contro il complesso di South Pars. Sull’altra sponda del Golfo, a Ras Laffan, i tecnici di QatarEnergy hanno attraversato in fretta impianti anneriti mentre le sirene coprivano il rumore dei cavi elettrici danneggiati. La risposta di Teheran, con missili e droni contro infrastrutture energetiche di Qatar, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita, ha investito uno dei nodi più delicati del sistema globale del gas liquefatto. Il conflitto ha cambiato passo e il prezzo, politico ed economico, continua a salire.

L’attacco del 18 marzo 2026 contro South Pars, il più grande giacimento di gas al mondo condiviso tra Iran e Qatar(dove si chiama North Dome), ha colpito un’infrastruttura centrale per l’economia iraniana. Da qui dipendono produzione elettrica, riscaldamento e una parte rilevante delle entrate pubbliche. Le prime verifiche hanno indicato interruzioni significative: alcune sezioni del campo sono state fermate per sicurezza, insieme agli impianti collegati ad Asaluyeh. L’obiettivo israeliano è apparso chiaro: ridurre le risorse a disposizione dei Guardiani della Rivoluzione (IRGC, Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica) e indebolire la capacità di sostenere il conflitto. Nelle ore successive, i mercati energetici hanno reagito con un rialzo dei prezzi.

Il raid si è inserito in una sequenza di attacchi iniziata a fine febbraio. Tra questi, quello statunitense del 13 marzo contro Kharg Island, che ha colpito obiettivi militari evitando però danni diretti alle infrastrutture petrolifere. La scelta dei bersagli ha mostrato un limite condiviso: colpire in modo massiccio il sistema energetico del Golfo significa incidere sull’economia globale.

La risposta iraniana è arrivata rapidamente. Tra fine febbraio e inizio marzo, missili e droni hanno raggiunto impianti in Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti. A Ras Tanura, strutture della Saudi Aramco hanno subito danni contenuti ma sufficienti a bloccare temporaneamente alcune attività. In Qatar, gli attacchi contro Ras Laffan e Mesaieed hanno costretto QatarEnergy a sospendere la produzione di gas naturale liquefatto e a dichiarare la forza maggiore sui contratti. Per il mercato globale è stato un passaggio critico: il Qatar è tra i principali esportatori verso Europa e Asia e ogni interruzione si riflette subito sui prezzi.

Dopo il colpo su South Pars, l’Iran ha rilanciato con nuovi attacchi su Ras Laffan, che le autorità di Doha hanno definito causa di “danni estesi”. Allarmi e intercettazioni si sono moltiplicati anche in Arabia Saudita. Già nella prima settimana di marzo, gas e petrolio hanno registrato aumenti a doppia cifra, con effetti immediati su Europa e Asia.

Sul piano politico, si è aperto un nodo tra Washington e Gerusalemme. Secondo quanto riportato da Internazionale, Donald Trump ha detto all’emiro del Qatar di non essere stato informato in anticipo del raid su South Pars e ha chiesto di evitare attacchi simili. Poco dopo ha scritto su Truth Social che non ci sarebbero stati altri raid israeliani su quel sito. Tuttavia, fonti israeliane hanno parlato di coordinamento con gli Stati Uniti. Altre ricostruzioni indicano che la Casa Bianca avrebbe cercato di limitare gli attacchi alle infrastrutture energetiche, pur sostenendo l’azione militare. Il risultato è una linea poco chiara, che ha alimentato dubbi tra alleati e operatori.

impianti

Questa distanza tra dichiarazioni e operazioni non è nuova. Già nel 2025, dopo raid israeliani in Qatar, Trump aveva preso le distanze pubblicamente, mentre altre fonti parlavano di un’informazione arrivata in ritardo ma comunque presente. In situazioni di alta tensione, la differenza tra comunicazione politica e decisioni operative tende ad ampliarsi, con effetti diretti sulla fiducia dei partner e dei mercati.

Nel sistema globale del gas, Ras Laffan è uno snodo essenziale. Da qui partono carichi diretti verso Giappone, Corea del Sud, Cina, India ed Europa. Quando il 2 marzo QatarEnergy ha fermato la produzione e ha dichiarato la forza maggiore, i mercati hanno reagito con volatilità immediata. Le compagnie elettriche hanno cercato coperture alternative, mentre i trader hanno rivisto i contratti. Alcuni operatori hanno a loro volta dichiarato la forza maggiore sulle forniture a valle. Finché non saranno chiari i tempi di ripristino, l’incertezza resterà alta.

Per gli analisti, il problema non è solo il picco dei prezzi, ma la durata dell’interruzione. Se i danni richiederanno tempi lunghi, il sistema globale dovrà riorganizzare rotte e forniture. Le riserve e i contratti flessibili possono coprire emergenze limitate, non l’assenza prolungata del principale esportatore mondiale.

La strategia di Teheran appare doppia. Da un lato rispondere colpendo infrastrutture equivalenti, dall’altro aumentare il costo politico per Stati Uniti e Israele, coinvolgendo i loro alleati nel Golfo. Il messaggio è diretto: ogni attacco contro il sistema energetico iraniano produce effetti anche sugli altri attori della regione. Diversi centri di analisi hanno definito questa linea come uso delle infrastrutture energetiche come leva strategica.

Fin dall’inizio del conflitto, segnali da Washington hanno suggerito l’esistenza di una sorta di limite non dichiarato sugli obiettivi energetici. L’attacco a Kharg Island è stato letto in questo senso: dimostrare capacità militare senza compromettere le esportazioni petrolifere iraniane. Tuttavia, la realtà sul campo è più complessa. Anche un singolo attacco riuscito può provocare blocchi, aumenti dei costi assicurativi e deviazioni delle rotte marittime, con effetti che arrivano fino alle bollette energetiche.

Per Donald Trump, l’escalation è una prova politica. Da un lato vuole sostenere Israele, dall’altro deve contenere l’impatto economico negli Stati Uniti. Le dichiarazioni pubbliche, spesso ottimistiche, si scontrano con l’andamento dei mercati e con la capacità dell’Iran di continuare a colpire oltre i propri confini. Il problema riguarda anche la credibilità: messaggi contraddittori indeboliscono la fiducia degli alleati e aumentano i costi per gli operatori.

Per l’Europa, la crisi arriva in una fase delicata, mentre si riempiono gli stoccaggi in vista dell’inverno. Una riduzione prolungata delle forniture dal Qatar costringerebbe a competere con l’Asia per il gas disponibile, con effetti sui prezzi. In Asia, paesi come Giappone e Corea del Sud dovrebbero fare maggiore affidamento sulle scorte e su contratti alternativi, mentre Cina e India cercherebbero di riequilibrare domanda e forniture.

Questa fase del conflitto segna un cambiamento: le infrastrutture energetiche sono diventate obiettivi diretti. Impianti di liquefazione, raffinerie e poli petrolchimici non sono più considerati fuori dal campo di battaglia. Per Teheran è un modo per estendere gli effetti della guerra, per Israele uno strumento per colpire la capacità economica iraniana, per Washington un equilibrio difficile da mantenere.

La strategia iraniana punta su un punto preciso: la vulnerabilità economica degli avversari. L’idea è che gli Stati Uniti possano fermarsi prima, non per limiti militari, ma per l’impatto interno di una crisi energetica prolungata. Ogni attacco a South Pars o Ras Laffan si traduce in costi per imprese e cittadini. La scelta per la Casa Bianca diventa quindi inevitabile: limitare gli attacchi alle infrastrutture energetiche o accettare un’escalation con effetti globali. Per ora, le dichiarazioni parlano di prudenza, ma i fatti raccontano un’altra storia.

Fonti: Internazionale, Axios, QatarEnergy, Saudi Aramco, Ministeri dell’energia di Iran, Qatar e Arabia Saudita, analisi di mercato energetico internazionali, comunicati ufficiali della Casa Bianca e del Pentagono.

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