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Svizzera blocca le armi agli Stati Uniti: cosa cambia davvero nella guerra con l’Iran

Berna ferma nuove esportazioni militari verso Washington e limita i sorvoli: la neutralità entra nel conflitto e pesa su industria, diplomazia e rapporti internazionali

Svizzera blocca le armi agli Stati Uniti: cosa cambia davvero nella guerra con l’Iran

Berna

Era ancora buio su Berna quando, la mattina del 20 marzo 2026, una comunicazione essenziale ha raggiunto le redazioni: le esportazioni di materiale bellico verso gli Stati Uniti non possono essere autorizzate per tutta la durata del conflitto con l’Iran. Poche righe, tono burocratico. Ma il significato è netto: la Svizzera ha applicato la propria neutralità trattando Washington come parte belligerante, con effetti politici ed economici immediati. Nelle ore successive è emerso che la decisione non era isolata: Berna aveva già respinto due richieste di sorvolo da parte di velivoli militari statunitensi legati alle operazioni, concedendone tre solo per attività non operative, richiamando il diritto di neutralità.

La misura vale finché dureranno le ostilità: nessuna nuova licenza di esportazione di materiale di guerra verso gli Stati Uniti durante il conflitto con l’Iran. È un blocco mirato, ma dal peso politico evidente. In parallelo, il governo ha avviato la revisione delle autorizzazioni già concesse: un gruppo di esperti valuterà se adeguarle alla normativa vigente. È qui che si misureranno gli effetti sull’industria.

Anche sul piano aeronautico la linea è chiara. La Svizzera ha limitato l’uso del proprio spazio aereo, negando i sorvoli militari connessi alle operazioni e autorizzando solo quelli non combattenti. È l’applicazione concreta di un principio consolidato: un Paese neutrale non mette il proprio territorio a disposizione di chi combatte.

Alla base della decisione c’è un impianto giuridico preciso. La neutralità svizzera si fonda su norme e prassi consolidate: non fornire vantaggi militari, non consentire l’uso del territorio a fini bellici, applicare in modo uniforme le restrizioni. La legge federale sul materiale bellico (LFMG) vieta l’esportazione verso Stati coinvolti in conflitti armati internazionali. Nei casi dubbi è previsto il riesame delle licenze già rilasciate. Il Consiglio federale si è mosso in questa direzione, richiamando precedenti come il 2003, durante la guerra in Iraq, quando furono vietati i sorvoli militari e istituito un organismo di controllo sulle autorizzazioni.

La decisione arriva mentre la guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran si avvicina alla terza settimana. I bombardamenti, le tensioni nello Stretto di Hormuz e l’aumento dei prezzi energetici stanno ridisegnando gli equilibri regionali. Il Dipartimento federale degli affari esteri ha definito gli attacchi contro l’Iran una violazione del diritto internazionale, ha chiuso temporaneamente l’ambasciata a Teheran per motivi di sicurezza e continua a rappresentare gli interessi statunitensi nel Paese. La funzione diplomatica resta, anche mentre si irrigidiscono le regole sul piano militare.

Nel dettaglio, il provvedimento blocca nuove licenze verso gli Stati Uniti, prevede la revisione periodica di quelle già concesse e rafforza il controllo anche su beni a duplice uso. Il governo ha ribadito che da anni non vengono rilasciate autorizzazioni definitive verso Israele e che verso l’Iran sono già in vigore sanzioni e restrizioni. Il quadro resta coerente con la legislazione e con l’interpretazione della neutralità.

Non è la prima volta che la Svizzera adotta misure di questo tipo. Nel 1999, durante la guerra in Kosovo, e nel 2003 in Iraq, furono applicati criteri analoghi: stop ai sorvoli militari e controlli sulle esportazioni. La linea è rimasta costante, pur con margini di adattamento. Il diritto di neutralità consente infatti cooperazioni tecniche che non comportino vantaggi militari diretti.

Le conseguenze si faranno sentire soprattutto sul piano economico. Nel 2025 gli Stati Uniti sono stati il secondo mercato per il materiale bellico svizzero, con circa 94,2 milioni di franchi su un totale di 948,2 milioni, secondo la Segreteria di Stato dell’economia (SECO). Il blocco non interrompe i flussi già autorizzati, ma ferma nuove opportunità e introduce incertezza. Il settore coinvolge circa 14.000 addetti e pesa poco più dello 0,2% del prodotto interno lordo.

Il nodo più delicato riguarda le componenti. La normativa distingue tra esportazioni dirette e fornitura di parti integrate in sistemi prodotti all’estero. In passato sono state ammesse esportazioni con incidenza limitata sul valore finale, soprattutto verso Paesi considerati partner. Ma se quei componenti finiscono in sistemi impiegati nel conflitto, il problema si riapre. Il gruppo di esperti dovrà valutare caso per caso.

Sul piano politico, la Svizzera mantiene il ruolo di intermediario tra Washington e Teheran, nonostante la chiusura temporanea dell’ambasciata. È una posizione delicata: da un lato il rigore giuridico, dall’altro la funzione diplomatica. La scelta potrebbe rafforzare la credibilità del Paese come interlocutore, ma comporta il rischio di tensioni con gli Stati Uniti.

Restano alcune incognite. La durata del blocco dipenderà dall’andamento del conflitto. Le licenze già concesse potranno essere sospese o revocate se emergeranno collegamenti diretti con le operazioni militari. Non si escludono effetti anche sugli approvvigionamenti militari svizzeri, legati in parte a fornitori statunitensi. Da Washington non sono arrivate reazioni ufficiali rilevanti nelle prime ore, ma è probabile un confronto diplomatico.

Nel diritto della neutralità, il principio centrale è l’equidistanza: le restrizioni devono valere per tutti i belligeranti. Anche sui sorvoli la linea è definita: un volo militare legato a operazioni può configurare un aiuto e quindi essere negato. I precedenti storici indicano una continuità nell’applicazione di queste regole.

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La decisione di Berna non nasce da una scelta politica contro gli Stati Uniti, ma dall’applicazione di norme consolidate. Il costo si misurerà nel tempo, tra effetti sull’industria e rapporti internazionali. Allo stesso tempo, la funzione diplomatica resta aperta. In un contesto di guerra, la capacità di mantenere canali di comunicazione può avere un valore strategico.

Fonti: Consiglio federale svizzero, Segreteria di Stato dell’economia (SECO), Dipartimento federale degli affari esteri, normativa svizzera sulla neutralità e sul materiale bellico, precedenti storici Svizzera 1999 e 2003.

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